Jarro (Giulio Piccini).
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I LADRI DI CADAVERI.
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2004. Aliberti Editore, REGGIO EMILIA.
A cura di: Claudio Gallo. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Questo romanzo, il terzo ad avere per protagonista il commissario Domenico Arganti detto Lucertolo,  ambientato nel 1836 in una Firenze ancora granducale. Ambientazione e lingua, dove i toscanismi sono largamente preponderanti, sono i veri protagonisti della narrazione. Una Firenze storica, ricca del fascino degli storici monumenti, tra i quali spicca il Bargello, allora edificio carcerario e oggi sede di uno dei pi importanti musei di scultura dEuropa, e le strade attorno al Mercato Vecchio con la Torre degli Amieri e lintrico di stradine che pochi anni dopo la pubblicazione del romanzo vennero demolite per far posto allattuale Piazza della Repubblica. Viene spontanea la riflessione su come certi aspetti della struttura cittadina fiorentina si prestino a fornire sfondo a narrazioni di delitti.
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L'AUTORE.
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Nella copiosa produzione di Giulio Piccini, alias Jarro, erudito, giornalista e critico teatrale, occupano un posto di particolare rilievo i quattro romanzi che vedono come protagonista lispettore di polizia Domenico Arganti, detto Lucertolo, primo investigatore seriale della letteratura italiana. Questa figura di investigatore, entrato per la prima volta in scena in Lassassinio nel Vicolo della Luna (1883) come semplice poliziotto di quartiere della Firenze granducale, e che vediamo avanzare di carriera nel corso dei quattro romanzi, guadagnandosi notoriet e rispetto, fino a diventare commissario, rientra a pieno titolo tra i primi esempi di detective moderno nel panorama europeo, precedendo pure di qualche anno lapparizione di Sherlock Holmes di Conan Doyle.
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L'intera serie dei quattro gialli pubblicati dagli Editori Fratelli Treves tra il 1883 ed il 1887  composta da: L'assassinio nel Vicolo della Luna. Il processo Bartelloni. I Ladri di Cadaveri. La figlia dell'aria.
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Dedica: AL COMMENDATORE FRANCESCO PICCININI. Consigliere Onorario della Corte di Cassazione.
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A te, grande e buono, che con l'esempio di rare virt, con le lacrime, con la perseveranza di un affetto indomito, m'insegnasti la dura via della vita, dedico questo libro: tenue segno d'immensa venerazione filiale.
JARRO.
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PREMESSA.
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Quando nel 1868 si pose mano ai lavori di ingrandimento della cinta daziaria di Firenze, nell'allargare una certa straduzza verso la Via Piacentina fu trovato nelle rovine di una casa lo scheletro di un uomo. Era lo scheletro di Fabio Altini, che Bobi aveva seppellito nel terreno della rimessa per rubare il cavallo e il tilbury del contadino ucciso. In una cisterna abbandonata, nel Chiasso della Coroncina, furon rinvenute pochi anni orsono le ossa mutilate di una donna avviluppate in una grossa tela. Era tutto quello che restava nel mondo delle spoglie mortali di Teva Altini!
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO 1.
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Nell'osteria del Frate, fuor di Porta alla Croce, presso Firenze, ci era quella sera gran chiasso.
Frate si chiamava di soprannome un tal Bobi Carminati, gi pompiere, poi birro, o a dir meglio famiglio agli ordini del Capitan Bargello di Brozzi: e autore, rimasto sempre misterioso, del tentato assassinio sulla persona del celebre pittore Roberto Gandi, nel Vicolo della Luna. Per miracolo scampato alla giustizia, si era ridotto in un convento nel ducato di Lucca, ove a vieppi stornare i sospetti, avea preso l'abito francescano, ma si sfratava presto e, buttato via il cappuccio, tornava a darla per mezzo ad ogni dissolutezza.
Insieme con la Sguancia, famosa donna di partito a que' tempi, maestra, a dirla nel gergo che correva tra le sue femmine da conio, e i lor mezzani, del vituperoso raddotto conosciuto sotto il nome di Palla, fuggendo donde gi li perseguitava la rea fama e la memoria non spenta del delitto atroce commesso alle stesse pareti dell'immondo raddotto, nel Vicolo della Luna, aveano aperto osteria in una di quelle viuzze, assai cupe e strette, che serpeggiavano nei pressi del luogo tuttora appellato la Casaccia, fuori di Porta alla Croce.
Quella porta aveva allora singolare aspetto e mal nome. Vi si faceva capo, venendo da Borgo la Croce, e, entro la citt, a sinistra della porta, oltre una specie di androne, che s'imbuiava sotto un foschissimo arco, era la casupola del Boia. E fuori della porta, a sinistra, sotto le mura, si stendeva quella angusta piazzetta, ora distrutta, sulla quale era stato versato tanto sangue, donde passavano rabbrividendo gli scellerati, la piazza sulla quale si ergeva il palco della ghigliottina.
A' due lati della porta, appoggiati alle mura della citt, i barocchi loggiati sotto i quali si faceva il mercato de' suini; e a sinistra, oltre la piazza, dove ora  un'alberata, la locanda Fazzini, in cui si riunivano volentieri coloro che faceano traffico degli animali grassi: e, dietro la locanda, tante casupole nelle quali i norcini, i salcicciai, gl'insaccatori esercitavano il loro mestiere.
Tali casupole venivano ad essere quasi dirimpetto alle antiche mura, si alzavano cio, press'a poco, dov' oggi, dalla parte di mezzo giorno, il marciapiede della Via Circondaria del Ponte di Ferro.
Queste casupole guardavano dal lato occidentale su un ammazzatoio.
Non vi erano allora i pubblici ammazzatoi, come adesso, in luoghi remoti dalla consuetudine degli abitanti. Pi qua e pi l sorgevano alcuni di questi ammazzatoi, che un industriale teneva a sua posta, e offriva a chi gliene chiedesse servigio; ed  tuttora vivo chi si ricorda aver visto ammazzare un bove in mezzo di Via del Melarancio, nel centro della citt, fra la calca de' curiosi, proprio come se si trattasse di gradevole e onesto passatempo.
Un fossaccio correva lungo questo ammazzatoio nel quale sgocciolava il sangue degli animali, e si gettavano sozzure di ogni specie: e molte delle ridenti palazzine, test erette in quel punto, tornato oggi a s vago splendore, hanno le lor fondamenta in un suolo nel quale  filtrato per secoli il succo, il ribollimento de' pi immondi rigetti.
E oltre il descritto ammazzatoio, che tramandava crassi profumi, vellicando acremente le pi ottuse narici, dietro la locanda Fazzini erano aggruppati gli stabbioli di certi animali, che l pigliavano stanza a diecine, standovi a tutto loro agio, prima che avesser ne' mercati trovato il compratore.
Di l dall'ammazzatoio era una piazza, chiamata Piazza Luna, e tuttora serba il suo nome, come altra che  nel Vecchio Mercato, e questa piazza che fu poi, crediamo, queto asilo ad innocenti gallinai, era allora ricetto a gente di pessimo affare. Gallinai si chiamarono e si chiamano pur oggi in Firenze coloro, che tengono un giuoco di lotto clandestino. Cominciarono col pretesto di allottar le galline; onde il loro nome.
L'osteria del Frate c'era situata in mezzo a terreni incolti, a orti, a campi, e a discreta distanza dalle case, in luogo appartato e solitario; vi bazzicavano precettati, sospetti, un'accozzaglia di gente rozza, audace, manesca.
E diverbi vi eran frequenti; lo spazio deserto all'intorno li disperdeva; nessuno traeva a' rumori.
Ma quella sera si gridava pi forte che mai.
Il Gigante, celebre cenciaiolo, che derivava tale appellativo dalla forza erculea, dall'alta statura, dall'indole feroce, era in collera.
Costui urlava come un ossesso, ad ogni suo urlo pareva tutto tremasse e si commovesse; brandiva in aria il suo gran braccio, arrossato e indurito dal tannino, il suo pugno ferreo, abituato a trattar la margherita, l'orbello, il righino e il vare, gli strumenti adoperati dai conciaioli; a sollevare con gli uncini le pelli, messe al verde nelle troscie; e urlava, si accendeva contro un omicciattolo assai magro e smilzo, di fisionomia per truce e sinistra, che gli rispondeva con non poca baldanza.
Dieci o undici avventori, che erano nell'osteria, assistevano, senza rifiatare, al diverbio. In un canto della stanzuccia sedeva tranquillo un uomo, di aspetto singolare, venuto l per la prima volta, sconosciuto a tutti, i cui occhi sfavillavano in modo inusitato, e che aveva sembiante di osservare con la massima attenzione e trepidanza la scena che accadeva.
Gi la disputa era pi che invelenita: i due contendenti pi che esasperati.
Assassino!
Canaglia!
Vigliacco! Grid l'uomo esile. Ma prima che quel grido gli fosse morto nella strozza, il Gigante lo aveva acciuffato, come se fosse un involto di cuoi, e gli faceva fare per aria il mulinello.
Lo ammazza!... Per Dio!... Lo ammazza!... Lascialo andare, Gigante!
Per a nessuno bastava l'animo di farsi innanzi. A un tratto il Gigante dette un ruggito: l'uomo sottile, ch'egli faceva mulinare per aria, e il cui volto era divenuto bianco come la cera, gli aveva infitto la lama di un piccolo pugnale nella guancia destra.
La punta della lama gli aveva tocco il palato.
L'atto fu compiuto in un lampo e gli astanti se ne accorsero, non s tosto il Gigante proruppe in un grido strappatogli dallo spasimo e videro il sangue spicciar gi per la gota.
Tutti trepidavano, anelanti di quello che stava per accadere.
Lo sconosciuto non si era mosso dal suo cantuccio: sempre pi corruscava gli sguardi: dall'attenzione divorante con cui assisteva alla scena non avresti saputo dire s'ei vi fosse attore, o spettatore.
Per, nel momento in cui il Gigante, sopraffatto dallo spasimo, aveva lasciato la preda, l'uomo pallido e smilzo caduto a terra, e rialzatosi, si era accostato alla porta dell'osteria e in un tratto era balzato fuori con la rapidit, la vivacit di uno scoiattolo.
Il Gigante si cav il pugnale dalla guancia, e volse attorno gli occhi, che schizzavano fuoco.
Non vide pi il suo nemico.
Allora anch'egli, postasi una mano sulla ferita, usc correndo.
L'osteria, di l a una mezz'ora rimase vuota, a uno a uno gli avventori se n'erano andati, prevedendo qualche sinistro.
Il Frate, circa le dieci, quando la campana del Bargello dava i suoi lenti rintocchi sprang la porta e se ne and a dormire.
Due ore dopo, fu svegliato da un insolito rumore.
La sonagliera di un cavallo tintinnava alla porta dell'osteria. Il cavallo scalpitava, nitriva.
Que' rumori si prolungarono per alcuni minuti, rompendo, l'alto silenzio della notte stellata.
Il Frate scese in punta di piedi, riapr la porta, protese innanzi a s il lanternuccio acceso, che gli serviva di solito a farsi lume quando andava nelle cantine, e dette in un grido di spavento.
Gli si era parato dinanzi un barroccino e sul barroccino era disteso un uomo.
Un uomo, senza testa, e tutto intriso nel proprio sangue.
La cassa, le ruote del barroccino erano insanguinate.
I lampioni, infissi ai lati del veicolo, gettavano un bagliore sanguigno, a traverso i vetri, anch'essi tutti chiazzati di spruzzi rossi.
Il cadavere era rimasto riverso, il braccio destro sempre impigliato nelle redini allentate.
Il Frate, come se il suo terrore fosse a un tratto cessato, e avesse concepito un nuovo disegno, usc nella strada, prese il cavallo per la briglia e lo condusse dinanzi a un portone accanto alla porta dell'osteria.
Spalanc il portone e il cavallo entr di slancio in una cortaccia che serviva di stallaggio, come se gi il luogo fosse conosciuto dall'animale.
Il Frate richiuse subito e dette mano a un'operazione, che, descritta, farebbe rabbrividire il lettore.
In quello stesso momento una grande ombra spiccava un salto da quella parte della sponda d'Arno, fuor di Porta alla Croce, che ha tuttora il nome di Bella Riva, un trecento passi dall'osteria, e cadeva in una barca.
Due braccia robuste davano subito dei remi in acqua.
E la barca di repente si allontanava.
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CAPITOLO 2.
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La mattina appresso, molto di buon'ora, una donnetta tutta trafelata, presentavasi al commissariato di Valfonda. Da quell'ufficio dipendeva la vigilanza del quartiere di Santa Maria Novella, che comprendeva allora tutto il Vecchio Mercato.
Che cosa volete? domand un birro alla donna, che tremava a vetta a vetta e che pi volte fece atto di parlare, ma non pot, come se le si fosse annodata la lingua.
Voglio, disse alla fine la donna con voce debole, interrotta, voglio parlare al Commissario!...
Il Commissario a quest'ora non c'; n se ci fosse, potrebbe darsi briga di vagabonde.
E io vi ripeto, ripigli la donna alquanto rinfrancata, che voglio vedere il Commissario!
Per la Marca di Sant'Alto, la Madonna, non lo vedrete... E se mi state ancora attorno finirete in bujosa, in carcere!
La donna torn a tremare.
Due grosse lacrime le rigavano le guance.
Aveva confabulato col birro in una specie d'andito quasi all'oscuro, essendo appena levati i primi albori del giorno.
Ma chi sei? disse il birro. E la tir, abbrancatala pel braccio, verso la porta di strada.
La donna fece un gesto come per schermirsi dall'agente. Costui, entrato in sospetto, la squadr ben bene e si accorse che sotto lo scialle nascondeva qualche cosa.
Che hai qui? riprese battendole sotto l'ascella sinistra, dove teneva tutto abboccato e stretto lo scialle. Vediamo!
No! No! Voglio il Commissario! e la donna si ritraeva addietro, tutta atterrita.
Nel fare quel brusco movimento, un oggetto le cadde in terra.
Si chin incontanente a raccattarlo, ma il birro gi l'aveva ghermito.
Era un piccolo involto.
Il birro sciolse in un attimo la rozza tela che lo copriva.
Che ci , che ci  qui dentro? domandava fra s, impaziente.
La donna si era accostata al muro per sorreggersi e aveva sembiante di persona pi morta che viva.
Ah, scellerata! grid, quando, aperto il cencio, vide che vi era dentro una mano, una mano tagliata, tutta sanguinosa. E tagliata di netto con strumento finissimo intorno al polso.
Subito l'agente chiam altri due compagni, che si trovavano in una stanza l a pianterreno.
Accorsero, mostr loro la mano, e tutti e tre dettero in un grido d'orrore.
La donna era svenuta.
Un delitto! Un delitto! disse il birro Zampa di Ferro.
Pur che non sia un brutto scherzo, che si vuol fare alla polizia! riprese l'altro birro, denominato il Matto.
Ma chi oserebbe scherzare con la polizia? interrog aspro l'agente, che aveva trovato la mano e guardava bieco la donna e i suoi colleghi. Va' subito ad avvertire il Commissario, disse colui, che abbiamo designato col nome di Matto.
Vado subito, Mangia!
E vola, ribatt costui, come una saetta.
E, mentre l'altro gi correa, il Mangia e Zampa di Ferro, presa la donna svenuta, l'uno per i piedi, l'altro sotto le braccia, la condussero nella stanza di custodia, e la buttarono sulla tavola di un pancaccio sul quale risuon la battitura del corpo.
Poi, uscirono, tirando con gran fracasso il chiavistello. Sedettero vicino alla porta, l'uno accanto all'altro.
Il Mangia aveva ripreso la mano, da lui posata per un istante in terra entro la sozza tela in cui l'avea trovata involta.
La esaminava attentamente.
Guarda, guarda, Zampa di Ferro! disse ad un tratto. Che mano fine, delicata...  una mano di donna.
Di donna?
S, di donna, e ancora giovane... Chi sa che gran mistero stiamo per iscoprire... osserva come il taglio  fatto bene!...
Il birro tutto intento alle sue ricerche pizzicava d'artista.
Questo taglio non  fatto da un assassino volgare...  fatto con strumento perfetto, da una mano pratica e sicura...
Ma il conversare de' birri fu interrotto dal rumore che faceva un uomo correndo all'impazzata verso di loro e gridando trafelato:
Il Commissario!... Il Commissario!...
Che ci ? disse il Mangia, alzandosi, e andando verso il nuovo arrivato. Che ci , Mordente, un birro?
Vengo dal Bargello... Mi manda l'Ispettore a cercare il Commissario... Un gran delitto  stato commesso stanotte fuori di Porta alla Croce... Un cenciaiolo ha trovato in una viuzza una testa di uomo e l'ha portata da pi di un'ora al Capo Guardia... L'Ispettore, lo Scrivano della Piazza, il Tenente sono stati chiamati e in questo momento fanno l'accesso sui luoghi...
Hai detto?... domand il Mangia tutto ansante. Una testa d'uomo?...
S, e di un uomo assai giovane, un magro, smilzo...
E guarda quello che abbiamo trovato noi...
Una mano?...
 una mano di donna?...
Il birro sopravvenuto inarcava le ciglia.
Gli agenti cominciarono a chiacchierare, a riscalparsi fra loro, a avventurarsi in ogni maniera di ipotesi.
Il Commissario sar qui fra poco! disse il Mangia. Lo abbiamo mandato a chiamare. Tu aspetta!
Il Commissario, cui si faceva tale allusione, e che l'Ispettore pur mandava a cercare per giovarsi de' suoi lumi e aver il suo efficace aiuto nelle investigazioni da aprirsi sul delitto perpetrato la notte verso la via della Piacentina, era nientemeno che il Commissario di Santa Maria Novella, Domenico Arganti, dal popolino pi conosciuto col nome di Lucertolo.
Era forse l'uomo pi destro, che avesse di quel tempo in Firenze la polizia giudiziaria, e di gradino in gradino, da semplice agente, esempio rarissimo e invidiato, era arrivato a quell'ufficio, di cui si mostrava tutto orgoglioso.
Il Commissario giunse in breve; sempre pronto ad ogni richiamo: svelto, infervorato della sua professione, era adusato a non farsi mai aspettare.
Via facendo, in poche parole avea preso lingua dal birro dell'accaduto: l'arrivo misterioso della donna al Commissariato, il ritrovamento della mano, la detenzione della donna nella stanza di custodia.
Non s tosto fu al Commissariato che ricevette notizia dell'altro delitto, della testa, che il cenciaiolo avea portato al Bargello.
 stato arrestato il cenciaiolo? domand subito, interrompendo bruscamente il narratore.
S, signor Commissario! rispose il subalterno.
Va bene! ripet l'ufficiale della polizia dopo un breve istante di meditazione. Fra i due delitti, pensava fra s, ci  forse qualche collegamento... La testa di un giovane uomo, la mano di una giovane donna... Un uomo e una donna!... Chi sa?
Dunque, disse rivolgendosi all'agente mandatogli dal Bargello, tornate subito dall'Ispettore e dite a sua signoria che sar in un lampo sul luogo del delitto.
Dalla stanza di custodia si udiva un grande strepito.
La donna si era riavuta, e vistasi in quel luogo cacciava urli di spavento e batteva alla porta.
Ora mi preme, soggiunse il Commissario, interrogare quella donna!
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CAPITOLO 3.
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Siamo nella stanza dell'Ispettore Capo della polizia al Bargello.
I varii ufficiali della polizia disputavano tra loro.
Su tutti, come sempre, aveva la palma l'ufficiale, che i nostri lettori gi conoscono col nome di Lucertolo.
Ecco ci che egli raccontava.
Sono entrato nella stanza di custodia per interrogare la donna... Mentre mi avviava verso la stanza, la donna tempestava, urlava... A un tratto il rumore  cessato. Abbiamo aperto e ho veduto la donna stesa in terra, in preda a convulsioni... L'ho guardata e ho riconosciuto la Nencia, una vecchia mercatina, che abita in Piazza degli Amieri. Le ho fatto apprestare qualche soccorso... Si  riavuta, ma mi  stato impossibile cavarle di bocca una parola sensata... I suoi occhi hanno un'espressione singolare, ha il labbro inferiore pendente... A ogni domanda ha dato risposte incongruenti... Non mi meraviglierei fosse impazzata dallo spavento... La conosco da anni, la donna gi era epilettica... La mano da lei trovata, il terrore di essere sospettata complice di un delitto, il vedersi chiusa in quella stanza, dopo esser stata trattata con assai durezza da un agente, tutto pu aver contribuito a sconvolgere il cervello di quella infelice... La donna non parla che sconnesso, non comprende, e le sue reticenze, la sua insensatezza, non sono, ve ne rispondo io, una delle solite simulazioni de' rei.
Cos parlava tutto animato e convinto, il commissario Lucertolo.
Ma allora quella mano di donna?...
Un delitto misterioso... come l'altro che  stato commesso stanotte sotto il quartiere affidato alla mia vigilanza, fuor di Porta la Croce! interruppe il commissario Olinto Ferriani.
Misterioso, si dice presto, ribad il Capo della Polizia in tono assai ruvido, ma ella sa che per noi non ci debbono essere misteri!
Misterioso, s... per ora! replic ardito il commissario Arganti, detto Lucertolo. Ma la polizia vedr presto, lo spero, in questi due misteri!
Il commissario Ferriani, ebbe un brivido di terrore.
Ma ci dica, signor Arganti, che cosa lei pensa di questi due delitti?
Quello ch'io penso, signor Ispettore...
Fu bussato alla porta.
Entrate! disse il Capo della Polizia.
Fu aperto, e un birro, ritto sulla soglia, dopo aver strisciato una riverenza, in atto del pi profondo rispetto, pronunzi queste parole:
Il signor Auditore Fiscale  nell'anticamera...
Il commissario Ferriani impallid.
L'Ispettore gi avea fatto un cenno al birro e si era alzato per muovere incontro al Magistrato.
Tutti gli astanti furono sorpresi.
Era cosa rara che un magistrato della Rota Criminale salisse negli uffici della polizia.
Dunque, disse, entrando, il Magistrato, che aveva con la polizia gi fatto l'accesso sui luoghi nella mattina, ed era stato anche a visitare la donna in Via Valfonda, a che punto sono delle loro ricerche?
Per ora siamo ad induzioni! rispose l'Ispettore.
Sempre! esclam il Magistrato.
Ed in fatti ecco quello che sapeva la polizia.
La mattina, uno di quei miserabili, che anche oggi escono di buonissima ora fuori delle porte a rifrustare certe strade della campagna per raccattarvi fogli, cenci, ossa, si present al Bargello: disse che in una delle viuzze, ora distrutte, o sboccanti nella Via Piacentina, vicino all'Arno, fuor di Porta la Croce, aveva trovato una testa d'uomo, e la present al Capo Guardia scoprendola da alcuni fogli in cui, ravvoltola, l'avea riposta nella cesta, che portava in spalla.
La polizia era andata subito fuor di Porta la Croce, e gi avea trovato gruppi di gente nella Via Piacentina, verso un greto, intorno un punto tutto cosparso di sangue.
Il punto nel quale il cenciaiolo pretendeva aver trovato la testa, era distante da quello un buon tratto. Per il cenciaiolo fu arrestato. Ma poi si trovarono macchie di sangue anche pi in l e eziandio nel punto indicato, sebbene ve ne fosse soltanto una assai larga, tra vari ciuffi d'erba, proprio l dove il tapino sosteneva aver raccattata la testa.
La polizia non sapeva altro.
Tutti parevano dubitosi, esitanti.
Lucertolo, riuscitogli vano d'interrogare la donna detenuta al commissariato, era volato in Via Piacentina.
E non gli era sfuggito nulla.
Non solo avea guardato le macchie del sangue, ma la forma, la disposizione di esse, poi si era dato a studiare lo stato in cui era la strada; accostatosi al greto, si era chinato, messo carponi, cercando quasi ogni fil d'erba.
Tutte queste ricerche aveva condotte da s, appartato dai compagni.
Dopo aver dato molti passi su e gi, dopo aver osservato, e quasi fiutato per ogni siepe, per ogni angolo di parete, e forse per ogni sasso, and incontro all'Ispettore.
I dispareri tra gli agenti della polizia sul modo in cui il delitto poteva essere stato commesso, eran profondi e molto divergenti.
Alla prima domanda del superiore, Lucertolo rispose:
Io chiedo di poter dire la mia opinione.
Parli pure, signor Arganti! rispose l'Ispettore in tono di benevola deferenza.
Per me gi  chiara una cosa: il delitto  stato commesso da un uomo solo, da un uomo forte e robusto. Guardino che orme fonde han lasciato i suoi piedi qui nella strada, presso al greto intorno alla gora del sangue... Ho detto che l'assassino era solo, ma la sua vittima?... Non troviamo tracce di essa... Perch? e Lucertolo parlava tutto pensieroso e raccolto. Perch la vittima deve essere stata sorpresa dall'assassino sopra un veicolo, e non ha potuto metter piede in terra... Guardino qui!...
Sulla strada si vedevano varii piccoli solchi lasciati dalle ruote dei veicoli, passati di l nel giorno precedente.
Fra questi solchi, continuava, ce n' uno pi fondo, e scavato di tutti... Qui il veicolo  stato fermato, qui c' stata lotta fra l'assassino e la sua vittima... La vittima doveva essere pi gracile, meno forte dell'uccisore e costui non gli ha lasciato il tempo di scendere... L'ha forse sollevato di peso, o l'ha ucciso nel veicolo... Facciano attenzione alle orme, sempre eguali dello stesso piede grosso, e molto rozzamente calzato, dal segno della ruota fino al greto... Mi seguano e vedranno che queste orme continuano sino al punto dove  stata trovata la testa... Vengano avanti...
E il celebre poliziotto guidava l'Ispettore per la tortuosa viuzza.
Non basta... seguendo queste orme si arriva fino alla sponda dell'Arno. Ci  di pi... Facciano attenzione...
E Lucertolo indicava uno spazzato in mezzo ad un piccolo, ma fitto canneto.
Qui l'assassino si  riposato un istante... Qui le sue mani lorde di sangue hanno lasciato varie macchie. Eccone una, un'altra, una terza... e di nuovo troviamo le orme del gran piede sin proprio all'orlo della sponda dalla quale l'assassino si  di certo gettato in una barca...
Ma il veicolo?... Il veicolo?... Il cadavere della vittima?... ripigliavano gli altri agenti.
Qui Lucertolo si disperava.
Impossibile tener dietro ai segni delle ruote, che sparivano, si confondevano a un certo punto con altri segni, oltre i quali non si vedevano neppure pi tracce di sangue.
Lucertolo dov ripetere la sua narrazione, le sue induzioni all'Avvocato Fiscale, e le rifior di nuove finezze.
L'ipotesi  ingegnosa, molto ingegnosa! osservava il Magistrato. Ma su di essa non si pu basare una inquisizione...
Come non si pu, Eccellenza?
Ma il Commissario si mordette subito le labbra, quasi si fosse accorto di aver gi detto troppo.
Voi, signor Commissario, riprese gravemente il Magistrato, malgrado la vostra et, siete sempre troppo giovane.
Lucertolo si sent ferito al cuore e si riprometteva tra s una rivincita.
Ve lo far veder io! esclamava nel suo segreto il famigerato poliziotto.
Ma insomma qual , signor Arganti, la sua opinione sui due casi di stanotte? riprese l'Ispettore.
Tutti gli ufficiali della polizia, ascoltavano attenti, gelosi di questa continua preferenza, data al loro collega.
Per me, disse il Commissario, i due casi sono un delitto solo. Ho gi saputo che nell'osteria del Barba, in Via degli Speziali, capitarono tre giorni fa due forestieri: un uomo e una donna giovani... Essi hanno detto a qualcuno, a un fiduciario... e potr nominarlo... che erano perseguitati da persona potente... che stavano in paura di qualche grossa disgrazia e volevano partire. Ho ordinato ricerche per sapere dove abitavano... ci recheremo subito al loro domicilio... Per me qui si tratta di un unico delitto commesso con l'intento di sbarazzarsi di due persone... e di volerne far perdere ogni traccia... A questo scopo la testa dell'uomo  stata tutta malmenata, trasfigurata con strumento tagliente,  impossibile ravvisarla...
E la donna? chiese l'Ispettore.
La donna? rispose Lucertolo; mentre tutti l'ascoltavano nel pi profondo silenzio. Dallo stato in cui abbiamo trovato la Camera in Piazza degli Amieri; dalla mano, che  in nostro potere... per me  chiaro che si tratta di una donna tagliata a pezzi!
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CAPITOLO 4.
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L'Avvocato Fiscale e l'Ispettore ascoltavano, senza batter palpebra, seguivano, raccolti in s, i ragionamenti dell'ufficiale della polizia, e con la pratica di gente del mestiere li ventilavano a un tratto nel loro animo e sentivano se vi si accomodasse o no la loro persuasione.
Mettiamo bene in chiaro la cosa, signor Commissario, torn a dire l'Ispettore;, secondo la sua ipotesi, dunque, qui si tratta di un delitto complesso: una persona potente ha voluto sbarazzarsi di due sciagurati, da' quali aveva probabilmente qualche cosa a temere...
Il commissario Arganti agitava il capo in segno di assentimento, come se avesse voluto dire:
Sicuro! Sicuro!
Quanto alla donna, continuava l'Ispettore, ella crede sia stata tagliata a pezzi?
 evidente, rispose il commissario Arganti, inchinandosi con molta cerimonia, le labbra atteggiate a un sorriso di malizia, quasi impercettibile. I suoi occhi pareva gettasser faville.  evidente per me che la mano, trovata dalla vecchia, e portata al commissariato,  stata perduta dall'assassino fuggendo dopo consumato il delitto... Per me sono di credere che il movente del delitto, come gi ho loro asseverato, sia stato l'intento di sbarazzarsi di due persone, poco o appena conosciute nella citt, arrivate forse di fresco, e sbarazzarsene in modo, da togliere possibilmente ogni mezzo di chiarirne la identit. Il delitto, e Lucertolo guardava intorno a s, e la sua voce diventava pi solenne,  stato, se mi  permesso dire il mio parere, consumato, o aiutato, e diretto da persona molto accorta... Qui la polizia avr molto da fare, ne sono sicuro, perch non siamo in presenza di un delinquente comune, volgare... No, noi dobbiamo lottare con un artista, se posso esprimermi cos, con un maestro, con uno, che ha maneschi tutti i segreti e gli espedienti del mestiere...
Il commissario Ferriani si era accostato ad una finestra, rispondente nel cortile del Bargello, e teneva gli sguardi rivolti da quella parte.
Era impossibile scorgere la sua fisionomia.
Scusi, signor Commissario, domand l'Avvocato Fiscale scolpendo ogni parola, e parlando con la gravit propria a quelli del suo grado. Da che deriva ella queste nuove induzioni?
Rispondo subito a vostra signoria. I due casi di omicidio, per me non hanno che un movente solo, quantunque accaduti a cos gran distanza, e in punti cos opposti, uno nel centro, l'altro fuori le mura della citt... E aggiungo che l'assassino non  uno solo, ma si tratta di pi assassini, tutti obbedienti ad una suprema e accorta direzione...
Si spieghi...
Mi spiego subito, eccellenza, e il Commissario fece un decimo inchino.
Poi continuando a far girare tra il pollice e l'indice della mano sinistra la tabacchiera di corno, alla quale con l'indice della destra andava di tratto in tratto aggiustando un colpetto, prosegu:
Il delitto  stato pensato, premeditato, ben disposto in tutti i suoi particolari; l'uno e l'altro caso offrono le prove pi esplicite della premeditazione... Ora dunque colui, o colei, poich non escludo che il delitto possa essere stato consigliato e voluto da una donna, gli assassini insomma, formato il truce proposito di sbarazzarsi delle due vittime, che cosa hanno subito pensato?... L'uomo e la donna dimoravano insieme e probabilmente, come forniti di scarsi mezzi, dimoravano in uno di quei vasti casamenti, che sono in certe straduzze del Mercato, tutti fitti di pigionali... Impossibile dunque di coglierli all'improvviso, di sorprenderli insieme, senza che levassero grida, rumori, opponessero resistenza, facessero correr gente...
Allora qual  stato il disegno degli assassini?
L'ufficiale della polizia scrut i suoi colleghi per giudicare dell'effetto che produceva su di essi, come un attore prima di scoccar un buon tratto, par che studi la disposizione d'animo del suo pubblico.
Ve lo dir io! soggiunse, sempre pi incalorito e infervorato. Gli assassini hanno pensato che bisognava cercar modo di separare l'una dall'altra le due vittime...
Tutti l'ascoltavano, trepidando: alcuni volonterosi di contraddire, altri, in ispecie alcuni ufficiali subalterni, ammirati dell'acume, della prontezza del loro superiore.
L'Avvocato Fiscale, l'Ispettore serbavano sempre il maggior raccoglimento.
Ed ecco come l'uomo  stato attirato a tradimento nella viuzza di fuori Porta la Croce, e a tradimento ucciso; e la donna deve essere stata sorpresa nel suo domicilio, forse nel proprio letto, durante la notte, e barbaramente trucidata, mutilata... E l'assassino avr creduto cos poter colpire pi sicuro... Questi i primordii del delitto...
Ma i cadaveri? domand con voce dura e stridente il commissario Ferriani.
Questo, egregio collega, rispose il commissario Arganti,  il punto onde intendo cominciare le mie nuove ricerche... La prima cosa da fare subito  di ricercare il domicilio de' due disgraziati... Come ho detto, per me deve essere in Mercato, verso la Piazza degli Amieri, se non nella piazza stessa: e la vecchia Nencia, che abita nella Torre degli Amieri, deve aver trovato la mano tagliata, uscendo dalla propria abitazione, o in uno di quei vicoli, se pure non l'ha trovata per le scale, negli anditi della torre, dove sono molti inquilini e piccoli quartieri assai misteriosi... Anderemo dunque ora a far questo accesso... Ma per sono sicuro, lo dico senza titubanza, che pur scoprendo il domicilio dei due sconosciuti, non vi ritroveremo il cadavere della donna... Per me, lo ripeto, l'assassino, che fuggendo ha perduto una mano, aveva fatto a pezzi la vittima, prima di lasciare il luogo del delitto, e portava con s le membra mutilate, col disegno di andare a nasconderle in qualche luogo remoto... A quest'ora egli si deve essere accorto della perdita, che ha fatto, deve essere in preda al timore, deve capire che egli stesso ha dato il risveglio alla polizia, che siamo in traccia di lui. A quest'ora di certo egli prende, poich deve essere accortissimo, le maggiori precauzioni per stornare le ricerche, per scompigliare le nostre indagini, per sfuggirci.
Il commissario Ferriani era pallidissimo.
Non so se io debba continuare... esclam Lucertolo, rivolto con piglio molto rispettoso all'Ispettore e all'Avvocato Fiscale.
Continui!... Continui! riprese l'Ispettore, mentre il Magistrato con un gesto lo istigava pure ad andar innanzi.
Il commissario Arganti si inchin e soggiunse:
Ho detto che gli assassini sono diversi: che mentre uno operava in citt, l'altro operava fuori le mura. Infatti, se osservano, la testa dell'uomo  tagliata con strumento molto affilato, ma disadatto, grossolano... Il taglio  fatto con gran forza... La mano della donna  tagliata invece con strumento finissimo, con precisione. Noi, aggiunse l'ufficiale della polizia dopo breve pausa, dobbiamo ingegnarci di rinvenir lo strumento con cui fu commesso l'omicidio presso la strada Piacentina: e forse le stesse perizie mediche, rinnovate, pi accurate... non gi che io dubiti menomamente dello zelo spiegato dai signori periti fiscali... ci potranno aiutar molto ad appurare di che qualit fosse lo strumento micidiale... Ormai sono vecchio nella professione, e tengo che questo strumento sar di grande aiuto alle nostre indagini... Dev'essere un arnese adoperato dagli esercenti in qualche dato mestiere... Verificata la qualit dello strumento, ci sar noto il mestiere dell'assassino... quanto alla persona di lui sappiamo gi dover essere grave, pesante, dalle orme che ha lasciato sul teatro del delitto, corpulenta per le aperture che ha fatto, passando a traverso il canneto, lungo la sponda dell'Arno, con lo scopo di gettarsi nella barca; deve esser di statura piuttosto vantaggiata, come si rileva dall'altezza delle macchie, lasciate sulle canne.
E l'assassino della donna? domand con piglio singolare, e quasi di sfida, il commissario Ferriani, come se godesse nel mettere a nuovo cimento l'acume del suo collega, e quasi volesse stuzzicarlo perch vuotasse il sacco delle ipotesi, che egli intendeva far comprendere non poter accettare, se non come amminicoli, induzioni di una mente sottile, ma contrarie alla verit.
L'assassino della donna, rintuzz il commissario Arganti, deve anch'egli aver lasciato tracce nel luogo dove ha consumato la strage... Ho detto sempre fino ad ora: l'assassino: ma non escludo che nell'un caso, o nell'altro, vi siano stati complici, ausiliatori, come vi  stato di certo un mandante. Gli uccisori, nell'un caso come nell'altro, hanno obbedito a un ordine, e a un ordine venuto da persona di alta condizione, o molto ricca, che poteva far larghe promesse, corrompere col suo oro gli scellerati... Il delitto, come ho gi detto,  concepito da mente ardita, da persona che dispone di grandi mezzi... circa la sparizione del cadavere dell'uomo...
Qui vi aspettavo! disse rigidamente il commissario Ferriani.
Faccio osservare, prima di tutto, all'ottimo collega che il caso non  nuovo... rispose il commissario Arganti. Egli  giovane... pi di me, forse non ricorda il caso accaduto in un villaggio della Maremma... Un fattore fu ucciso di notte, con un colpo di pistola, mentre sul baroccino transitava sulla strada maestra... Aveva avuto dapprima, come fu rilevato dagli agenti di polizia, un diverbio con l'aggressore e, per difendersi da costui, lo minacciava di un colpo di frusta... L'altro, prima che egli compisse il movimento, aveva esploso... E infatti fu trovato l'ucciso con la mano destra quasi appoggiata alla spalla sinistra in atto di brandire la frusta... Il cavallo poi prese il trotto, e and da s alla porta di uno stallaggio dove era solito fermarsi.
Allora dove si  fermato stanotte l'animale che, secondo l'ipotesi del collega, conduceva il cadavere? insist il commissario Ferriani.
Questo ci sar rivelato dai rapporti de' famigli che a tale scopo ora battono la campagna a cavallo... Il mio collega, sebbene giovane... e Lucertolo pronunziava con peculiare accento queste parole,  assai esperto nella nostra professione per sapere che ogni caso nel quale vi  un cadavere  per la polizia un caso nuovo... Le prime nostre indagini debbono aggirarsi sul movente del delitto; senza questa causa prima, come dicono gli auditori, le indagini non possono dar buoni resultati... Mi pare aver allegato sufficienti ragioni circa il motivo del delitto... Innanzi di avventurarci in forzate ipotesi, mi permetter ricordare ai miei colleghi che abbiamo veduto molte inquisizioni, molti processi abortire, unicamente perch furono sbagliate le prime indagini... Se la polizia d il primo passo per una falsa strada, non si ritrova pi... costretta com' ad agire tra continue e elaborate insidie... Questo sanno tutti... anche il collega Ferriani.
E Lucertolo fece un altro inchino verso l'Auditore Fiscale e l'Ispettore.
Che cosa, dunque, lei propone di fare, signor Commissario, mentre aspettiamo che tornino i famigli, incaricati di ricercare il cadavere dell'uomo ucciso?
Io, e il commissario Arganti s'incurv di bel nuovo, e assest un altro colpetto alla tabacchiera, rispettosamente proporrei che fosse fatta nella stanza mortuaria dell'Ospedale di Santa Maria Nuova la pubblica esposizione della testa, trovata presso la Via Piacentina, e della mano, che la vecchia ha portato al mio Commissariato.  la solita formalit, praticata tutte le volte, che si vuole riconoscere un cadavere. Nel nostro caso... delle due vittime abbiamo una testa e una mano... La testa, per quanto sfigurata, pu darsi che da taluno sia riconosciuta a qualche particolare... E anche la mano... Avranno notato che nella mano della donna ci  un grosso neo, verso la nocca del dito indice, pu darsi anche un s piccolo segno possa servire d'indizio...
Lucertolo fece alcuni passi, prese senza ribrezzo la mano della donna, che era stata portata l nella stanza del Capo della Polizia, e che era coperta da un panno, e mostrandola all'Ispettore, all'Auditore Fiscale, aggiunse:
Questa mano  gi una prova irrefragabile del come il delitto  stato compiuto...
In qual maniera? domandarono l'Ispettore e l'Avvocato Fiscale.
Osservino, e Lucertolo poneva un dito su un certo punto di quella mano mutilata, come un appassionato professore di antropologia, nel fare lezione a' suoi scolari, la porrebbe sopra un cranio.
Osservino innanzi a tutto il rovescio del dito pollice... Vedono questi piccoli segni neri?... Ci rivelano che la donna era una cucitrice, o lavorava molto di ago per le sue necessit... Le tracce dell'ago sono chiare.
L'Ispettore, l'Avvocato Fiscale, altri ufficiali della polizia fecero segni di assentimento.
Ebbene, questo basta a rivelarci che noi abbiamo qui la mano destra della vittima.
Bench abituati alle ricerche, gli ufficiali, e in specie alcuni bassi agenti, che avevano la mattina preso parte all'accesso sul luogo del delitto, fuor di Porta la Croce, si guardarono trasecolati.
Or bene, questa  la mano destra della vittima, e bisogna concluderne che la vittima  stata sorpresa, uccisa a tradimento...
Lucertolo vide lo stupore dipinto nel volto degli astanti.
Ed ecco perch...
Lucertolo s'interruppe.
Nell'esercizio della sua professione metteva l'amore che uno scrittore coscienzioso pone a limare la frase, un oratore a tornire il periodo, una cantante in voga a render limpido il trillo, graziosi i suoi smorzi.
Gli pareva strano che nessuno dei colleghi, salvo i ripicchi del commissario Ferriani, non gli avesse mosso alcuna seria obiezione.
Quindi si avvis di buttar l una specie di pleonasmo poliziesco: l'affermazione che egli riconosceva la mano della donna esser la destra per le tracce lasciate dall'ago sul dito pollice. Voleva chiarirsi con questo stratagemma se l'ascoltavano con attenzione, se mordendolo subito di un errore i suoi colleghi, alcuni dei quali teneva in molta stima, dessero a vedere che sin allora avevano inteso col loro silenzio approvare i suoi sottili ragionamenti.
Tutti avevano gi espresso meraviglia della finezza con cui stava per ricavar nuove e positive induzioni dalle condizioni nelle quali era la mano destra della donna uccisa, induzioni, che, nella loro esperienza, avevano subito, alle prime parole di Lucertolo, indovinate.
Ma un sorriso sfior le labbra di alcuni. Per riconoscere la mano destra dalla sinistra, bench tagliata, non ci era bisogno di studiare le punture del pollice.
Lucertolo faceva troppo a fidanza con loro, se ne pigliava giuoco, credendosi tanto superiore...
La sua inesattezza era certo volontaria.
L'Ispettore, il Magistrato, si erano lasciati tutti e due sfuggire un gesto...
Lucertolo si accorse che era ascoltato con la massima attenzione, che il suo artificio era subito rilevato, che l'impressione da lui prodotta sino allora sui colleghi era dunque sincera, profonda.
Fece un gesto come per far capire che si era lasciato trascinare dalla foga, che l'inesattezza era stata involontaria, e sicuro davvero dell'attenzione prestatagli, della meraviglia che destava, prosegu:
Ed ecco perch... io dico che da questa mano possiamo arguire che la vittima  stata sorpresa e uccisa a tradimento... Se la vittima fosse stata consapevole dell'aggressione,  naturale che essa avrebbe cercato di difendersi, opporre resistenza all'assassino, o ai suoi assassini... Questi, del resto dovevano aver prese tutte le precauzioni perch la vittima non gridasse... Se la donna dunque avesse resistito, o avesse fatto semplicemente qualche movimento per parare i colpi...
Gli ufficiali della polizia facevano segni di assentimento, come se prevedessero quello che avrebbe detto Lucertolo.
Allora noi riscontreremmo su questa mano destra qualche contusione, sgraffiatura, o leggera ecchimosi... qualche traccia di percossa... Invece...
Varii degli ufficiali tornarono ad esaminare la mano, e specialmente l'Ispettore e il Magistrato.
Ma fu bussato di nuovo alla porta. Un birro, ritto sulla soglia, col cappello in mano, disse ad alta voce:
Ci  un uomo, addetto al servizio della polizia segreta, che domanda del signor Commissario di Santa Croce.
Il commissario Ferriani, dopo salutato l'Ispettore, usc in fretta.
Trov l'uomo all'entrata di un corridoio.
Senza dirgli parola, gli accenn che lo seguisse: entrarono in una stanza, e il Commissario richiuse subito la porta.
Dunque come  andata stanotte? domand, tutto concitato, all'omicciattolo, lurido, scarmigliato, con due occhietti folgoranti, e che somigliava molto all'incognito, che nell'osteria di Bobi aveva assistito al diverbio, poi alla lotta fra il Gigante e l'altro sconosciuto.
 andata benissimo!... Meglio che non potessimo prevedere...
E cominciarono a discorrere a voce bassa, l'uno all'orecchio dell'altro...
A ogni istante si volgevano attorno come timorosi che qualcuno li udisse.
Dunque  impossibile il ritrovamento del cadavere? domand a un certo punto il Commissario pallido, molto esaltato.
Impossibile! riprese l'altro. Gli occhietti gli scintillavano di un'espressione diabolica. Ma le condizioni? riprese. Per ora non sono state eseguite... Mancano ottocento scudi...
Il Commissario gli tur la bocca con una mano, quasi impaurito che taluno potesse udire quelle parole, pronunziate a voce pi alta.
Li avrai subito... Chi ci era nell'osteria?
I quattro precettati, che Vostra Signoria conosce.
E l'omicciattolo si studiava dare alle sue parole un accento ossequioso.
Il Commissario pareva in preda a una immensa angoscia.
Tutte le precauzioni sono prese, continu l'omicciattolo, Non parleranno!... Sono gi arrestati tutti e quattro e condotti nelle carceri sin dalle prime ore della mattina... Li ho accusati io di avere rubato stanotte, nel mio pollaio... ho dato i loro contrassegni. Ho detto che li avevo veduti ieri sera girandolare intorno al mio orto... Naturalmente negano perfino di essere stati da quelle parti... Sin da ier sera ho trovato modo di far loro sapere che erano cercati e a quale scopo... Per la paura di nuovi precetti, bench innocenti, per stornare ogni sospetto, si sono gi procurati un alibi a testimonianza di altri precettati. Faremo vista di crederci... ma li allontaneremo tutti e quattro di qui, e li manderemo ai discolati... Quanto al Frate, padrone dell'osteria, egli non parler... Stamani prima di giorno  partito per andar a Montevarchi. L'osteria, com' convenuto, tra due o tre settimane sar chiusa: egli e la Sguancia passeranno il confine pontificio e non si rivedranno pi... Coi francesconi si fanno miracoli! Il locale dell'osteria  mio... Voi sapete quello che vi  nascosto adesso... Senza di me nessuno pu trovarne traccia... Ottocento scudi per quello che ho gi fatto, e altri tremila scudi per la conchiusone definitiva...
Il commissario Ferriani si era lasciato cadere sopra una poltrona, affranto, tremante di commozione.
Io ho agito, come soglio in simili affari, riprese l'omicciattolo, con la massima precisione. Ma gli altri...
E l'omicciattolo dardeggiava co' suoi occhietti, rutilanti di ferocia...
Gli altri non hanno agito con eguale prudenza... La testa dell'uomo  stata trovata a quasi un miglio dall'osteria del Frate... Quando arriv la polizia, a pi di un miglio dall'osteria non si trovavano pi tracce delle ruote del veicolo... Furono trovate tracce di sangue in una direzione tutta opposta, e le stesse macchie nel canneto, lungo la strada dell'Arno fanno credere che l'assassino abbia voluto tenere tutt'altra strada; e abbia avuto un solo obbietto: scansar l'osteria, affine di evitare che qualche suo antico compagno lo riconoscesse e lo denunziasse... Non si faranno, non si possono fare sicure ricerche da quel lato...
Eh, ma se sentisse quel Lucertolo! disse il giovane Commissario rabbrividendo. Avremmo dovuto cominciare forse, balbett sgomento e atterrito, dal disfarci di lui!
Difficile; opera difficile, signore! ribatt l'ometto che pareva cresciuto di quattro cubiti. Lucertolo  vecchia volpe: e nessuno potr mai sorprenderlo. Lucertolo appartiene a quella polizia, che tramonta, che seppe esser grande nel bene e nel male, lottar d'astuzia co' pi accorti furfanti e superarli, quando volle... Lucertolo  della mia scuola, della vecchia scuola... State sicuro che se io e lui d'accordo avessimo preparato un delitto, nessuno ci avrebbe potuto arrivare...
Ma tacete, tacete! interruppe con violenza il giovane Commissario.
Nel volto era divenuto paonazzo, le vene delle tempie gli si erano enfiate: gettava schiuma dalla bocca.
In quel momento soffriva come un morente tra le strette di una lunga agonia.
Gli altri, ripigliava l'omicciattolo, ripeto, non hanno agito con eguale prudenza... La mano della donna... smarrita... Ma sono cose da principianti!  certo che fra poche ore la polizia entrer nel quartiere della Torre degli Amieri!...
Il commissario Ferriani fece un gesto come se volesse allontanare da s una visione orribile.
A stasera! disse a quell'omicciattolo di figura bieca e sinistra, indicandogli la porta.
Pochi minuti dopo, un agente si recava nel gabinetto dell'Ispettore annunziando che il commissario Ferriani era stato preso da grave indisposizione, nel suo ufficio, e domandava di poter parlare ad uno de' graduati. Lo Scrivano della Piazza corse nella stanza del collega, e lo trov febbricitante, inquieto, abbattuto. Torn a darne parte all'Ispettore.
Lucertolo aveva continuato a parlare.
Ora Lei, disse l'Ispettore quando Lucertolo ebbe finito,  incaricato di dirigere le ricerche, che la polizia ha l'obbligo di fare... Rimetto in lei ogni potere...  naturale che, pel nostro onore, i delinquenti debbano esser subito scoperti!...
Confido che li scopriremo! rispose Lucertolo con baldanza. Intanto avverto V.S. che dar tutti gli ordini necessarii per la pubblica esposizione della testa d'uomo e della mano di donna nella stanza mortuaria, in Via degli Alfani... Io pure invigiler, mi mescoler tra la gente... Sono sicuro che almeno uno degli assassini verr a riconoscere la sua vittima...  un caso che si  ripetuto molte volte negli annali della polizia...
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CAPITOLO 5.
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Mentre la polizia  tutta intesa alle indagini, torniamo sui casi della notte precedente.
Nell'ora in cui si compieva barbaramente in una casa del Vecchio Mercato, come opinava Lucertolo, la strage della povera donna e fuori di Porta la Croce un uomo, forse a lei congiunto, era assalito e trucidato con ferocia inusitata, un lume brillava alla finestruola di una soffitta nell'altissima Torre, che  a un canto della Via Cardinali.
In quella soffitta abitava un giovane, uno studioso, un miserabile, un reietto, un uomo di cuore alto e generoso, ma balestrato in ogni sventura, in odio agli uomini, perseguitato, costretto a vivere tra continui terrori e continue privazioni.
Lo squallido abituro serviva da riparo, e qual riparo, a lui e ad una sorella, che da mesi era distesa su un infetto giaciglio, scossa dalla febbre, tormentata dagli spasimi di una malattia crudele.
Tutt'e due erano naufraghi nella vita: una tempesta, e terribile tempesta, poich li aveva privati di ogni amico e parente, di ogni bene del mondo, li aveva gettati lass in quell'oscura soffitta.
Egli aveva venduto a poco a poco i suoi poveri abiti, i suoi libri per poter soccorrere in qualche modo l'ammalata; l'aveva vegliata per tante notti, fra ansiet e cordoglio.
Da due giorni non aveva mangiato.
Anche la sorella, pi che mai esausta di forze, da oltre ventiquattr'ore gli chiedeva indarno il pi leggiero alimento, una bevanda che la riconfortasse.
Sopra di s egli non aveva ormai che pochi stracci: e nell'animo prevaleva l'orgoglio, proprio della sua nobile indole, ridestato dal ricordo di aver appartenuto a una famiglia cospicua, della infanzia trascorsa in agiatezze.
Si sentiva appena la forza di reggersi in piedi: la disperata condizione gli suggeriva i pi tristi consigli.
Nessun aiuto: nessun affetto: nessuna simpatia.
Intorno a lui il sospetto, le prevenzioni, che inspira facilmente ogni uomo sciagurato o caduto in miseria. Era guardato con occhio torvo dalla polizia cui era in odore di professare idee arrischiate, bersagliato dal popolazzo che allora si buttava devoto ai preti, tutto carezze per loro, e ringhiava contro quelli, che non usavano alle chiese, o non riuscivano accetti al clero verso il quale si piacevano, o si vantavano d'esercitare la lor ragione e intelligenza.
E il popolazzo furente, implacabile agli uomini di idee, che allora parevano troppo liberali, oggi parrebbero di troppo temperate,  quello stesso che a procacciarsi grazie di nuovi padroni (servo sempre, o per soverchio di fede, o per eccesso di empiet) schiocca bestemmie con le labbra, e non bastandogli, le scombicchera perfino sui muri.
Il giovane si chiamava Luciano.
Sino alla sua soffitta giungevano i rumori della citt; lieti rumori di canti, di gozzoviglie, di gente che andava a diporto per le strade, o faceva baccano nelle osterie, pei sozzi albergucci del Mercato.
Quelle grida, quei vapori che tramandavano le cucine raddoppiavangli il tormento delle lunghe, penose ore della fame.
E poi la sorella, la sorella che languiva e poteva morire da un istante all'altro di freddo, d'inedia; la sorella, che pur trovava tra spasimi atroci la forza di voler consolarlo con un sorriso, pieno di ineffabili mestizie, e la cui bella testa, bianca come la cera, tutta circondata dai copiosi capelli neri, sparpagliati sul guanciale, aveva una celeste espressione; l'avresti detta quasi una statua, raffigurante l'angiolo della morte.
Gli balen un'idea.
Tagliare i capelli dell'ammalata, correre a venderli, sostenerla ancora un giorno, due giorni, col ricavato di quelli.
Ma non pot acconciarsi a tale idea, anzi rabbrivid.
Perch togliere a quella donna, quasi morente, l'ultimo ornamento, spogliarla dell'estrema bellezza che le rimanesse?
Senza quei capelli la povera sua sorella sarebbe divenuta orribile, e la morte, se fosse sopravvenuta, avrebbe dato a quel volto cos soave una espressione spaventosa.
No, no: come, egli giovane, con la mente piena di idee, l'animo intrepido, egli che si sentiva presto a tutte le fatiche, a tutti i sacrifizi, a dar tutto il suo sangue a goccia a goccia: in compenso di quel sangue, non avrebbe trovato i pochi alimenti, che erano necessarii alla sorella per prolungare di poche ore, forse, la sua esistenza?
Pass tutto il giorno in questi pensieri, combattuto, trambasciato: la fame lo spronava col suo terribile aculeo, e il crescente languore della fame dava al volto gentile e gi cos emaciato della sorella un vero atteggiamento di spettro.
Gli correvano innanzi agli occhi visioni di sangue.
Non aveva egli diritto di andar gi nella strada, fermare il primo che capitasse, di entrare nella prima bottega, prendere quella quantit di pane, che era necessaria al suo nutrimento, quelli abiti, che soprabbondano a tanti suoi simili, vegeti, forti, robusti, e che mancavano a coprire le membra gracili, affralite, tremanti della sorella?
La societ non ha l'obbligo di tutelare tutti i suoi figli?
Che societ  questa in mezzo alla quale si muore, per penuria dei primi alimenti?
A poco a poco si calm.
L'oscurit della notte rendeva pi tetra la soffitta: la fame, sempre pi pungente, gli avea cresciuto debolezza.
Prese un partito: uscire: e nel cuor della notte lui, gi di nobil lignaggio, nutricato fra gli agi, lui che aveva avuto una madre, che lo aveva colmato di carezze, di baci, cresciuto fra le delicatezze, uscire e andare a chiedere, col cappello sugli occhi, ravvolto nel lacero tabarro, l'elemosina al primo che passasse.
E se gli fosse stata rifiutata?
Se al rifiuto si fosse aggiunto lo scherno del villano?
Gli correva la mente al ricordo di quei giorni, in cui ben vestito, lindo, azzimato, andava al passeggio, condotto per mano da sua madre, e si staccava da lei di tratto in tratto per andare a gettar quattrinelli nel cappello sbertucciato dei poveri.
Ed ora, egli, con tutta la sua fierezza, la sua educazione, mancati i bei sogni d'avvenire, dileguate le rosee illusioni, che la facile fantasia gli aveva dipinto in s gran copia, era ridotto a mendicare.
Pur si fece cuore alla fine e dato un ultimo, pietoso sguardo alla sorella, scese le scale, barcollando, e quando fu sulla soglia dell'uscio dovette appoggiarsi alla muraglia per non cadere.
Un sudore freddo gli ghiacciava le tempie, il cuore gli martellava come se volesse balzargli dal petto.
Dopo tante angosce dette un passo per la strada.
La lugubre Via Cardinali era al buio, un lumicino abbacinato, all'estremit opposta a quella dove s'inalzava la miserissima catapecchia, dava alla strada aspetto anche pi fosco, proiettando co' suoi riflessi lunghe ombre e sinistre.
Era una serata di feste, di gazzarra, di gozzoviglie.
La porta di un alberguccio, aprendosi ogni tanto, gettava sulla strada una striscia di luce crassa, rossastra, un odore di cucina grossolana, che recava nuovi, acri tormenti allo stomaco dell'affamato.
Ma da quel raddotto non poteva uscir gente, da chiederle, o sperarne soccorsi.
Luciano, misero, sotto il peso di un dolore, tale che di rado un pi grave fece curvare il capo, o umili l'animo di un uomo buono, intelligente, sfortunato, disegn di avviarsi per altra direzione.
Sbocc in Via Calzaiuoli, anch'essa quasi al buio, come tutte le strade della citt a que' tempi, gli stessi caff, chiudendosi dopo le dieci, suonata la campana del Bargello. La strada era allora cos angusta che in un certo punto due carrozze, una accanto all'altra, non vi potevano passare.
I viandanti a quell'ora erano rari: sebbene in tal sera alcuni si abbattessero a passare qua e l per le strade, tutti per frettolosi di rincasare.
Le pattuglie dei volanti gi scorrazzavano per la citt, facendo intimazioni a chi riuscisse loro sospetto, fermando chi non ravvisavano e, a meglio chiarirsi, aprendo in viso a questo e a quello le lanterne cieche, che portavano per loro servizio.
Luciano era sopraffatto dalla angoscia, dall'orgoglio, dal dover stender la mano, dalla paura di dare ne' birri. Gi una o due volte, ripigliando tutto il suo coraggio che l'aveva abbandonato, si era risoluto ad accostarsi a taluno che passava; ma in sul procinto di eseguire il suo disegno l'animo gli era mancato. E ad ogni lieve rumore, parendogli aver addosso una pattuglia, si rincantucciava, rasente i muri, tornava addietro, ravvicinandosi a casa.
In tal guisa pass circa due ore, in preda ad ansiet, a spaventi, a terrori, che la debolezza, cagionata dalla fame, gl'ingrandiva e moltiplicava.
Finalmente si era ridotto di nuovo sulla porta di casa sua; non osava risalire le scale, senza recare alcun soccorso alla sorella, e disperato di trovar la forza, che occorrevagli per ottenerne.
Del resto, pensava tra s, posto che non gli si rispondesse con alteri rifiuti, che cosa avrebbe egli potuto sperare dalla carit del pi pietoso? Un soldo, due soldi, cinque soldi, forse, se egli si fosse abbattuto in pi di uno, che fosse disposto ad ascoltarlo.
Era poco, ma pure sufficiente a attenuare la loro immensa miseria.
Il giovane infelicissimo dette in uno scoppio di pianto.
Era gi stato fieramente colpito.
Vincendo s stesso, facendo tacere i suoi alti sentimenti, qualche tempo indietro, si era lasciato andare a chiedere aiuto a alcuni di sua conoscenza, gi intrinseci della sua famiglia.
Dio sa quello che gli eran costate tali premure!
E ne aveva avuto in compenso rimbrotti, avea dovuto ascoltare lunghi e sgarbati sermoni, e accettare grami, ben grami soccorsi, dati in modo ruvido e con la esplicita dichiarazione che egli non avrebber patito di rivederlo un'altra volta.
L'amore della sorella gli aveva inspirato (era buono, bench tanto offeso dal mondo) questi miracoli di abnegazione; l'amore, onde deriva ogni eroismo, l'amore, che  il sorriso, la gioia dei fortunati, ed  pure il conforto, la speranza divina, la religione eterna degl'infelici.
Per Colui, che conosceva tutte le miserie, le tristezze dell'uomo, volendo instaurare una legge nuova, che rendesse pi avventurosa la umanit, la chiuse tutta in questa parola: Amore, che interpretata, com'Egli l'intendeva, sarebbe bastata a tergere tutte le lacrime, lenire ogni dolore.
Il povero Luciano piangeva, nel freddo intenso di quella notte, tra gli stimoli della fame, pi che mai conturbato dal pensiero delle ingiustizie sofferte; piangeva di quel pianto che, a cos dire, ricade in gocce di fuoco sul cuore della vittima, che nessuno consola, i cui gemiti si perdono in quella oscurit, nella quale da secoli si ripetono le grida, i singhiozzi, i sospiri della gente che soffre, maledicendo, imprecando alla societ matrigna, la quale non ha occhi e non ha cuore, se non per le sventure spettacolose, pei colpi rumorosi, teatrali, che uccidono di un tratto i corpi, n sembra aver pensato a rimedii per le ferite, di cui sanguinano, muoiono lentamente, le anime, dilaniate da orribili strazii.
Luciano, derelitto, piangeva...
Ma l'idea della sorella torn a smuoverlo.
Si alz, si stacc di nuovo dalla porta del suo abituro e, come pazzo, si mise a girare da una strada all'altra senza saper dove andasse.
La febbre ora cominciava a riscaldargli il sangue, la febbre cagionata dalle privazioni, dalla tensione dell'intelletto.
Chi va l?
A quella voce, proferita con accento vibrato, quasi nel buio, Luciano si scosse.
Torse il capo dalla parte onde era venuta la voce e vide accostarsi verso di lui un uomo, che pareva ebbro, e camminava come se balenasse.
Era il birro di guardia nel Ghetto, che uscito dal portone, che si chiudeva nelle ore di notte sotto l'arco di Piazza della Fonte, quasi rimpetto alla Loggia del Pesce, girandolava per le vie del Mercato, un po' preso da' fumi del vino, come se volesse smaltire i bicchieri tracannati, e respirar pi a suo agio che fra il tanfo delle cortaccie, i biechi androni, le esalazioni di Piazza della Fonte, o di Piazza della Fraternit, allora gremite di ricchi e opimi magazzini, tenuti da ebrei, ove si spacciava ogni genere di mercanzia.
Chi va l? rispose il birro un po' brillo, accostando la sua lanterna al volto di Luciano, e tenendolo per una spalla.
Al giovane non rimase fiato di parlare.
A casa! A casa! continu il birro, dopo averlo sbirciato e riconosciuto. A casa! A quest'ora non girano che i vagabondi e gli ubbriachi!
Luciano s'accorse che, senz'addarsene, era capitato nella Piazza degli Amieri.
Subito scanton da Via Sant'Andrea.
Il birro, andato altri pochi minuti in volta per quelle straducole, torn a rinchiudersi nel Ghetto e buttatosi sul pancaccio si addorment di santa ragione.
Il vino quella sera era salito alla testa ad altri volanti di piantone in luoghi vicini al Mercato, alla stessa pattuglia, che doveva entrarvi tra le dieci e la mezzanotte; la mano di persona generosa, o accorta, e che voleva probabilmente non esser sorvegliata e sorpresa, aveva con molta cautela e senza parere, somministrato tante soverchie libazioni.
 un fatto che quella notte gli esecutori, gli agenti della polizia cui era affidato il vigilare nel lurido centro della citt, sonnecchiarono per un buon dato.
Scoccarono il tocco, poi le due...
Luciano alla intimazione del birro era volato sino in Via Cardinali, si era accoccolato sugli scalini dell'uscio della sua casupola, poi sentendo tutto tranquillo intorno a s, aveva fatto di nuovo alcuni passi.
A un tratto ud il rumore di persone che si avvicinavano.
Questa volta egli era deciso: avrebbe chiesto l'elemosina.
Le due persone pareva quasi fossero inseguite, tanto camminavano in fretta, e a passi brevi.
Luciano si mise il pi che pot nell'ombra quasi attaccato al muro, e quando i due gli furon vicini, con voce tremante per la sofferenza e per la confusione:
Un poco di carit, mormor, sono affamato!
Le due persone vestivano l'ampio tabarro, che gli uomini ravvolgevano allora attorno alle spalle e che ricadeva loro sino al ginocchio. Avevano tutte e due un bastone.
All'udir quella voce lamentosa nel silenzio della notte dettero un balzo come se fosser colte da subita paura.
Poi Luciano ud una voce femminile, carezzevole, vellutata: e un'altra voce femminile, ma dura, quasi rauca.
Due donne a quell'ora, in quella strada, in abiti da uomo? Luciano gi debole ed eccitato com'era fu esterrefatto. Poco dopo, le due donne salivano insieme con Luciano nella soffitta in Via Cardinali.
Quello che vi accadesse il lettore sapr in breve.
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CAPITOLO 6.
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Nella viuzza dietro il Palazzo del Bargello, ove ora sorge una cappella dedicata al culto protestante, era a quei tempi, l'ufficio centrale detto delle Stinche.
A questo ufficio, che era in stretta relazione con l'ufficio principale della polizia, gli albergatori, gli affittacamere erano tenuti di denunziare tutte le persone a cui avevano dato ricetto e la denunzia doveva esser fatta di ventiquattro in ventiquattro ore prima del mezzogiorno.
L'ufficio stendeva varie liste di queste denunzie e le inviava al Capo della Polizia, ai tre commissari de' quartieri in cui era allora spartita la citt.
Lucertolo, prima di uscire dal Bargello, volle vedere se da queste liste potesse ricavare indizi sulle due persone, che supponeva arrivate tutt'al pi da qualche giorno in Firenze e vittime del duplice misfatto perpetrato nella notte.
Non trov nulla che lo soddisfacesse.
Questo non vuol dire... osservava all'Ispettore. Non distrugge le mie ipotesi... Le due persone sono andate forse in una casa, che tenevano qui a loro disposizione, o che altri ha loro offerto; ma non sono in alberghi, o in quartieri mobiliati... Che sieno per forestieri, e persone di solito non dimoranti nella citt, ci  provato dal fatto che gi la loro sparizione avrebbe provocato qualche denunzia... Sono ora le dieci della mattina... se fossero persone conosciute, sarebbero mancate al loro mestiere, non sarebbero state vedute dai pigionali, non avrebbero risposto ai loro fornitori... Io intendo visitare ora, in compagnia di due agenti, la Torre degli Amieri dove abita la vecchia Nencia... L, o vicino di l, essa deve aver trovato la mano della donna uccisa...
Fu bussato alla stanza dell'Ispettore.
Entr un agente, dicendo:
Vi sono di l tre popolani, i quali affermano che sono state trovate tracce di sangue su una porticina nella Torre degli Amieri, e sul muro della scala...
Lucertolo, modesto nel suo trionfo, fece appena un gesto come se volesse significare:
L'aveva indovinato?...
Dia pure i suoi ordini, signor Commissario, disse il Capo della Polizia.
Negli ufficiali, negli agenti si rivelava quella certa agitazione, che provano gli uomini della polizia, quando si sentono vicini alla scoperta di un delitto, che li ha tenuti molto perplessi.
Trattenete quei popolani! riprese Lucertolo, Dite loro che essi mi accompagneranno sul luogo... Vengo subito.
Cinque minuti appresso Lucertolo, insieme con l'Ispettore e l'Avvocato Fiscale si avviava verso la Piazza degli Amieri.
Lucertolo, prima di uscire, era entrato in una stanza dell'ufficio di polizia nella quale si trovavano raccolti, disposti in ordine, grimaldelli, chiavi false, altri arnesi bizzarri.
Il vecchio birro aveva gi pensato che la porta dell'appartamento nel quale volevano entrare sarebbe stata chiusa dagli assassini, ed egli voleva entrare, senza violenze, voleva ritrovar tutto come era stato lasciato al momento del delitto. Sapeva quanto fosse inopportuno l'alterare le condizioni di un luogo ove  stato commesso un reato, poich i pi piccoli indizii hanno la massima importanza per la scoperta della verit.
Gi la popolazione sapeva ormai gli orribili fatti della notte; gi pel Mercato andava di bocca in bocca l'arresto della Nencia, il ritrovamento della testa fuori della Porta alla Croce, la mano tagliata...
Da varii anni non ci era memoria di delitti s atroci; non vi era stata fra i mercatini pi eccitazione.
Si ricamava, secondo il consueto, sull'accaduto, si architettavano le pi strane fiabe, le fantasie popolari sbrigliate, infiammate, davano nelle ipotesi pi disparate.
Gli assassini?... Gli assassini?... Chi saranno gli assassini?...
Si rammentava il delitto accaduto, anni prima, nel Vicolo della Luna.
Ci  Lucertolo! dicevano i mercatini. E vedrete che anche questa volta lui riuscir a scovarli!
Il terrore si diffondeva: la legge appariva allora circondata di insoliti rigori, spaventosa nella sua severa maest, inflessibile, la polizia era tremenda e col solo nome eccitava sgomenti.
Poi il caso di quella notte faceva prevedere che le pene sarebbero state terribili.
Il Codice parlava chiaro.
Gli omicidi premeditati nella classe dei quali sono pure gli infanticidii, i veneficii, e gli altri tutti che diconsi qualificati, saranno sempre considerati come delitti atrocissimi e perci irremissibilmente puniti con la pena da Noi stabilita per ultimo supplizio, previa un'ora di gogna; e alla stessa pena saranno soggetti i mandanti, gli ausiliatori, gli assistenti, e tutti gli altri che deliberatamente avranno cooperato alla esecuzione di s atroci misfatti. Legge 30 novembre 1816, articolo 67.
Sulle prime, il vivo desiderio dei mercatini era stato di sapere chi fossero le vittime.
Nessuno per aveva saputo dirlo, o immaginarlo.
La notizia che due macchie di sangue erano state vedute nella Torre degli Amieri si sparse per il Mercato con la rapidit del lampo.
Accorsero a frotte nella Piazza, ma trovarono due birri, che gi erano sopravvenuti, e con la loro ghigna e il loro atteggiamento sconsigliavano i curiosi dall'inoltrarsi.
A un tratto arriv un agente, che annunzi ai compagni che l'Ispettore e l'Avvocato Fiscale, il Cancelliere, un commissario stavano per arrivare.
Su, animo! disse allora uno dei birri, dando un'occhiataccia bieca ai curiosi. Se in un minuto, non sfrattate tutti di qui, legheremo quelli che ci rimangono!
E i tre birri misero la mano nella tasca fonda della carniera dove solevano portare le funi e i nottolini.
I mercatini non intesero a sordo, e non si fecero ripetere la intimazione.
Sapevano che con quei ceffi non si scherzava.
In un attimo spulezzarono via.
Pochi minuti dopo entrava nella piazza il commissario Lucertolo, che precedeva di pochi passi l'Ispettore e il Magistrato.
Avevano allora allora attraversato il Mercato, in mezzo alla folla, che si pigiava intorno a loro, ma si ritirava tosto in disparte, a ogni istante, rispettosa, e quasi impaurita ai cenni, agli inviti dei bassi agenti che scortavano, seguivano il superiore, che nel loro gergo chiamavano: Paus.
E anche il popolino, che volentieri ripeteva certe parole di quel gergo, urlava:
Ci  il Paus!
Ci  il Paus!
Nessuno per, sebbene i pezzi grossi, le teste quadre del Mercato, si studiassero di azzeccarla, riusciva a indovinare chi potessero essere le vittime di quella notte.
Varii inquilini della Torre degli Amieri, sbucati dalle loro catapecchie, andavano ripetendo di non sapere essi stessi chi poteva abitare il quartierino sulla cui porta era stato veduto il sangue.
Pel solito non ci abitava nessuno; o gli inquilini ci venivan di rado. Il mistero dunque era grande!
Lucertolo, durante il tragitto, era tutto assorto ne' suoi pensieri.
Nel passar dal Mercato, tutti gli si levavano il cappello, lo aveva salutato un mormorio di approvazione, di ammirazione.
Lucertolo era l'uomo caro ai mercatini, per essi egli valeva tutta la polizia, era il pi furbo, il pi svelto, nessuno lo sorpassava.
E poi era l'unico uomo del popolo che fosse arrivato a portare la placchetta d'argento, a salire in quella polizia ove una distanza quasi insormontabile separava gli esecutori comuni dai gradi elevati.
Ma Lucertolo pensava in quel momento a ben altro.
Pensava al suo assassino.
Uomo pratico, rifletteva, artista consumato colui che ha preparato il delitto di stanotte, ma quante lacune, quanti errori!... Forse sul pi bello gli  mancato il sangue freddo, o i suoi complici non gli hanno corrisposto!...
Era gi arrivato alla porta della Torre.
Si ferm.
Cominciamo, disse, appena l'Ispettore e i Magistrati gli furono accanto, le nostre osservazioni.
Quattro birri erano gi stati messi di guardia alla porta. Lucertolo entr il primo di tutti.
Cominci a fiutare nell'aria.
Poi, chiamati a s il Cancelliere, l'Auditore Fiscale, l'Ispettore, disse:
Non par loro di sentire l'odore leggerissimo di uno di quei profumi sottili, la cui fragranza rimane in un luogo chiuso varie ore, quando la persona che li porta vi si  trattenuta un certo spazio di tempo?
Certo!... Sicuro!... risposero, dopo breve pausa, gli altri interlocutori.
Teniamo gi conto di questa prima osservazione! E intanto Lucertolo guardava per ogni cantuccio, pareva misurasse con lo sguardo l'altezza delle volte, delle finestre.
Allora la Torre degli Amieri era alquanto pi orrida, pi lurida di quello che sia oggi, poich i nuovi proprietarii vi hanno fatto dare nell'interno pennellate dagli imbianchini, hanno murato, ridotto certi androni, certe lunghe comunicazioni.
Dov' stata veduta la prima traccia del sangue? disse Lucertolo, rivolto ai tre popolani che avevano seguito la polizia.
Pi su, pi su!
Salirono.
La macchia era sul muro, a destra, e quasi all'altezza degli scalini.
Lucertolo si chin ad esaminarla.
Quindi, rialzando il capo, col sembiante tra malizioso e modesto, cui sapeva atteggiarsi a meraviglia, soggiunse, sforzandosi di parlare nel tono pi naturale e come se dicesse le cose pi comuni:
Questa macchia  una nuova prova in favore delle mie induzioni...
Gli ufficiali della polizia, i magistrati scambiarono un'occhiata singolare.
S... perch, osservino... continu Lucertolo, dopo un corto silenzio, durante il quale si era chinato di nuovo, come se non fosse stato pago del suo primo esame, osservino, e accennava col dito, la macchia  stata fatta qui sul muro da una grossa tela insanguinata, che vi ha urtato e dentro la quale era un corpo pesante. Ecco l'impronta, il disegno dei bordiglioni, dei grossi fili reticolati d'un canovaccio...
Nessuno perdeva sillaba di quelle parole.
L'assassino, riprese Lucertolo in modo solenne, fuggiva portando con s le membra mutilate della vittima!
Tutti fecero un gesto d'orrore.
Continuarono a salire le scale, dietro la guida di Lucertolo, muti, pensosi, agitati dall'idea dell'orrendo spettacolo, il quale ricostruivano nella loro mente, che doveva essersi compiuto la notte fra quelle pareti, e trepidavano di ci che sarebbe toccato loro di vedere, appena entrati nelle stanzuccie, dove erasi consumato il delitto.
Ecco l'altra traccia, esclam Lucertolo, che era giunto dinanzi alla porta. Anch'essa ha lo stesso carattere. L'assassino o uno de' suoi complici portavano il pesante fardello in cui gli scellerati aveano raccolto gli avanzi della povera vittima... E colui che teneva il fardello, di certo tremava... Dobbiamo entrare? continu Lucertolo rivolto all'Ispettore e ai magistrati.
Al cenno affermativo, che essi fecero, Lucertolo, per adempiere a una formalit che gi sapeva inutile, batt varii colpi sulla porta, quindi grid:
Aprite!
Naturalmente nessuno rispose.
Aprite! Aprite... in nome della legge... la polizia!
I colpi, le grida avevano nella quiete degli anditi, delle lunghe scale, un'eco sinistra.
Ho capito! e Lucertolo cav di tasca uno de' suoi arnesi. Lo mise nella leggera serratura e l'uscio si apr a un tratto. Dentro tutto era al buio.
Ander io ad aprire le imposte! disse un birro de' pi arditi.
Lucertolo gli gett un'occhiata di sprezzo.
Fermi tutti! aggiunse. Bisogna lasciar tutto com', sino a che non sieno compiute le indagini; una imposta chiusa, o aperta pu forse darci qualche idea di come il delitto  stato commesso.
E con la gravit dell'uomo del mestiere trasse di tasca anche un piccolo cartoccio.
Lo apr, dentro ci era una candela.
L'Avvocato Fiscale, sebbene lo conoscesse, lo guardava sorpreso.
Costui aveva gi pensato a tutto.
Porse la candela al birro, che voleva entrare il primo. Da un'altra tasca si lev l'acciarino con l'esca, la pietra, un involtino di zolfanelli (allora non ci erano fiammiferi).
Batt l'acciarino, l'esca prese subito, vi accost lo zolfanello, e la candela in un attimo fu accesa.
Allora entrarono uno dopo l'altro.
Il quartierino si componeva di un corridoio, in fondo al quale era la cucina; l'uscio della camera era davanti la porta d'ingresso, lungo il corridoio: gl'inquilini non avevano altre stanze.
L'uscio della camera, dove si pensava fosse stato commesso il delitto era socchiuso.
Nell'angusto corridoio la candela, portata da Lucertolo, proiettava i suoi scarsi, oscillanti bagliori.
Tutti erano commossi, bench tutti avvezzi a trovarsi in simili frangenti, e rattenevano il respiro.
Bisogna che entriamo nella camera uno alla volta, disse Lucertolo, per osservare le tracce... se ve ne sono. I bassi agenti rimarranno tutti nel corridoio, senza per entrare nella cucina, che desidero visitare da solo, quando avremo finito le nostre ricerche qui nella camera.
E, accostatosi all'uscio della camera, lo spinse con una mano.
Si avanz sulla soglia, mettendo innanzi a s la candela e non pot rattenere un'esclamazione di raccapriccio.
Mio Dio!
Quale delitto!
Che ferocia! esclamavano il Capo della Polizia, gli altri ufficiali, i magistrati.
Ecco che cosa avevano veduto.
In fondo alla camera era un letto, tutto disfatto, e sui due guanciali del letto una grandissima macchia di sangue.
Guardino, gridava Lucertolo, freddo, impassibile, ora tutto invaso nell'esercizio del suo mestiere, che praticava con passione. Le mie previsioni non erano sbagliate; quella gran macchia sui guanciali ci rivela, come io gi diceva, che l'assassino, o gli assassini sono entrati qui con la massima cautela, hanno sorpreso la vittima nel sonno, e l'hanno uccisa incontanente, menandole un poderoso colpo alla testa.
Il sangue era spruzzato sul muro, per la violenza del colpo, a capo del letto.
Se mi permettono, continu Lucertolo, io mi avanzer da solo.
Si mise a camminare quasi carponi, esaminando il pavimento della stanza.
Ci sono per tutto, torn a dire con voce sommessa, tracce di sangue, orme di piede, ma sono gi bene asciutte... Possono entrare!
Entrarono l'Ispettore, i magistrati, lo Scrivano della Piazza, che portava con s un lungo calamaio di corno nericcio, una penna d'ottone in astuccio, e un quaderno di carta bianca.
Per tutto si vedevano i segni del delitto: sui muri, sulle sedie, sugli altri mobili; il cadavere della vittima era stato trascinato in terra a' piedi del letto, e l l'assassino, o forse i suoi complici, avevano eseguito la loro spaventosa operazione.
Furono osservate macchie di sangue sulle imposte; Lucertolo diceva esser evidente che gli assassini le avevano trovate almeno mezz'aperte, e le avevan richiuse, dopo uccisa la vittima, forse temendo che i riflessi del lume, o le loro ombre, ripercotendosi sui muri della corte potessero destar sospetti.
La camera era molto vasta.
Lucertolo andava di continuo da un punto all'altro, scrutava, palpava, frugava nei cassetti de' mobili, ficcava gli occhi per tutto.
Supplico, egli avea detto, il signor Cancelliere a consentirmi di far per il primo ogni ricerca.
I cancellieri della Rota Criminale avevano gli stessi incarichi, che hanno oggi i giudici d'istruzione.
Le indagini di Lucertolo durarono un certo spazio di tempo. Alla fine, venendo dinanzi al superiore e a' magistrati:, Abbiamo, disse tutto serio, accigliato, un delitto de' pi straordinari. L'assassino ha avuto complici, e fra i complici... due donne!
Si udirono varie esclamazioni di stupore.
Lucertolo spalanc le imposte, quindi tornato nel mezzo della stanza e chinatosi verso il pavimento:
Ecco, continu, le orme sanguigne di un piede... di donna... come si rileva dalla sua forma e pi che altro dalla impronta della calzatura... Ecco altre orme sanguigne... e sempre un piede di donna, ma meno affilato, pi muscoloso, pi rozzo dell'altro, le impronte del tacco, della calzatura di una donna... Ecco queste altre orme, pi grosse di tutte... il piede dell'uomo, dell'assassino!...
Ma ci  stata forse lotta fra un uomo e la donna, che  stata uccisa...
Mi sia concesso, rispose Lucertolo dando uno scatto a queste parole del Cancelliere, di ricordare a V.S. che io ho gi provato che la vittima  stata sorpresa, uccisa nel proprio letto...
Supposizioni...
Ma supposizioni, continu Lucertolo, che posso confortare ora con nuovi fatti. Gli assassini hanno portato via tutti gli abiti della vittima, tutto quello che hanno trovato, valori, fosser pur piccoli, biancherie, ecc. Questo, in parte forse per dar a credere che movente del delitto sia stato il furto e sviare le indagini, ma certo per toglier di mezzo ogni segno che potesse far riconoscere la vittima, o dir meglio le vittime, poich io prover, spero, che anche l'uomo ucciso stanotte fuori di Porta la Croce abitava qui...
 chiaro che in tutt'e due gli omicidii i delinquenti si prefissero distruggere, far sparire ogni segno, che potesse menar a riconoscere i due infelici.
Ma, signor Commissario, noi parlavamo delle orme... interruppe il Cancelliere un po' inasprito.
Ed appunto oso rispettosamente dimostrare a V.S. che queste orme, diverse, di misura ineguale, indicano la presenza qui di due donne, durante il delitto e non possono n le une n le altre appartenere alla donna uccisa, ed ecco perch...
Lucertolo alz la coperta del letto, sotto il quale gi avea guardato nel fare le sue ricerche, e ne cav fuori un paio di scarponcelli grossolani, entro ciascuno dei quali, era come arrotolata una rozza calza a strisce bianche e rosse.
Gli assassini, ripigli Lucertolo, hanno portato via tutti gli abiti della vittima... Non hanno veduto queste calzature, che forse essi stessi in un certo momento hanno spinto sotto il letto... Ma nelle condizioni in cui le troviamo ci attestano che la vittima, dopo che si  coricata, non si  pi levata, che gli assassini l'hanno colta nel sonno... Basta paragonare queste calzature, con le orme che si riscontrano qua e l sul pavimento perch ne salti subito all'occhio la disparit... Lo stato delle calzature della donna uccisa ci offre eziandio un'altra induzione... La donna  arrivata qui dalla campagna, e dopo un lungo viaggio a piedi... Questo fango  fresco, e non ce n' stato da due giorni nelle vie di Firenze... Poi le orme de' piedi che si vedono sul pavimento, non sono disposte in modo da far credere ad una lotta. Denotano invece persone che camminavano con cautela: guardino qui... qui... persone che camminavano spesso anche in punta di piedi...
La perspicacia del poliziotto andava a genio all'Avvocato Fiscale, ma il Cancelliere continuava a scrollare la testa in segno di dubbio.
Dar nuove prove al signor Cancelliere della presenza almeno di un'altra donna, oltre l'uccisa, mentre qui si compieva il delitto.
E condusse il Cancelliere davanti una grossa poltrona ricoperta di una cotonina dozzinale colorata e in pessimo stato.
Se il signor Cancelliere ha la bont di avvicinarsi, aggiunge il poliziotto, sentir qui... specialmente sulla spalliera... il profumo sottile, profumo di donna... che abbiamo gi sentito, appena in fondo alla scala, ove la persona che lo portava si  di certo trattenuta qualche istante... Non basta...
Lucertolo cercava sulla spalliera della poltrona qualche cosa, che gi vi avea veduto.
E, facendo un cenno al Cancelliere:
La prego, soggiunse, di pigliar nota che aderenti alla stoffa sono qui... e qui, alcuni capelli di un biondo cupo, profumati del solito profumo... Ora la vittima non molto inoltrata negli anni, per quanto si pu ricavar dalla mano portata stanotte al mio commissariato, aveva i capelli grigi...
E alz un pettine, che era sopra un tavolino dinanzi ad uno specchietto, e mostr altri capelli grigi, uno dei quali lunghissimo che aveva raccolto sui guanciali del letto.
Lo Scrivano della Piazza stendeva alcuni appunti.
La vostra induzione, signor Commissario, ribatt il Cancelliere,  molto speciosa. Ammetto che una donna co' capelli biondi sia stata in questa camera, ma che cosa ci prova che ci  stata appunto ieri, cio nel giorno in cui  stato consumato il delitto?
Che vi  stata soltanto poche ore fa, ce lo prova qui con sicurezza l'acuta fragranza del profumo... sentito da noi gi per le scale... e che se vi fosse stata anche due o tre giorni prima si sarebbe dileguata...
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CAPITOLO 7.
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Lo Scrivano della Piazza, che aveva allora l'ufficio di pubblico querelante, schiccherava sulla carta una breve descrizione di tutto quello che era stato trovato nella camera.
Ora, disse arrivato ad un certo punto, devo parlare delle tracce lasciate dai delinquenti?
Tracce... tracce... brontolava il Cancelliere.
Tracce delle quali  indispensabile tener conto, interruppe Lucertolo con molta vivacit.
Mi sia permesso ricordare al signor Cancelliere che le tracce di sangue, lasciate dall'ebreo Isacco sul tappeto della stanza n. 5, nel Vicolo della Luna(8), furon cagione a scoprire che un innocente era chiuso nelle galere di Pisa...
Il Commissario non ha torto! riprese l'Avvocato Fiscale. Le pi piccole circostanze sono di gran valore per chi intende a scoprir i veri autori di un delitto.
S, soggiunse Lucertolo, alle volte  bastata una porta aperta o socchiusa, una finestra aperta o no, un minuto oggetto di vestiario, perfino un intercalare, una certa frase, a riconoscere, identificare un assassino. Nelle indagini tutto ha la sua importanza, chi pretende di trascurare, di considerare come insignificante il menomo particolare, non sa il segreto con cui si pu arrivare a scoprire certi grandi delinquenti...
Il Cancelliere della Rota Criminale era divenuto livido.
Lucertolo si accorse che aveva detto troppo.
Ma... soggiunse con aria disinvolta,  chiaro che un furfante matricolato, aiutato da complici, come quello con cui noi siamo alle prese, non lascia dietro di s, dopo commesso un delitto, che tracce molto dubbie, leggere... se cos posso esprimermi. Certamente egli non pensa a procurare alla polizia un facile trionfo...  raro il caso di delinquenti, che lascino il loro biglietto di visita sul luogo del delitto...
Il Cancelliere non seppe rattenersi.
L'ironia era troppo palese: il Commissario andava tropp'oltre.
Lucertolo, volendo mitigare l'asprezza delle sue prime parole, era riuscito anche pi agro.
Signor Commissario, disse bruscamente il Cancelliere, non credo che ella vorr insegnarmi la mia professione...
Oh! riprese Lucertolo.
Aveva tirato fuori la sua solita tabacchiera tonda di cartapesta, e fingeva di guardare il Leonardo da Vinci che vi era dipinto su, con occhi imbambolati; come un innamorato guarderebbe la sua bella, stizzita contro di lui.
Oh!
E s'inchinava, e offriva, tutto ossequente, al Cancelliere una presa di tabacco.
Poi l'offr all'Avvocato Fiscale, all'Ispettore, e finalmente ne gratific le sue narici.
Oh!
E queste tre esclamazioni e gli atti, che le accompagnavano, non durarono pi di un istante.
Oh! ripet per la quarta volta pi serio, pi compassato facendo un profondissimo inchino, il signor Cancelliere potrebbe essermi anzi maestro... Egli sa... e molto meglio di me... io lavoro di pratica... che, trascurati i primi lievi indizii nella inquisizione preparatoria di un processo... tutto  perduto... Se non se ne tenga conto subito... pi tardi  inutile il ricercarli.
Il Cancelliere preso alla simulata affabilit, alla sottile scaltrezza del suo competitore, faceva le viste di cedere.
E con un gesto si sforz di significare la sua approvazione.
Erano rimasti in quattro nella camera: l'Avvocato Fiscale, il Cancelliere, il Capo della Polizia, Lucertolo.
Ormai la discussione, a cos dire, era fra dilettanti.
Bisogna ben ponderare, ripigliava Lucertolo, tutto solenne, atteggiato a dignitoso, tornando alla sua tesi favorita, che qui abbiamo un caso di straordinaria perspicacia nei delinquenti... abbiamo che fare con gente cui  famigliare ogni astuzia criminosa... Colui, che ha diretto i due assassinii, che per me, lo ripeto, formano un delitto solo, non  uomo da darsi pensiero di piccoli stratagemmi. Egli opera in grande... ricorre ai grandi mezzi... Non solo, come tutti i delinquenti pi esperti, pensa a sviare le indagini, a porger motivo di contrapposte ipotesi sulla causa del delitto ma, circostanza assai rara, dispone tutto per fare sparire anche i cadaveri delle sue vittime...
Signor Commissario! Signor Commissario! gridarono i birri, che erano rimasti nel corridoio.
Silenzio! intim Lucertolo.
E rivolto ai magistrati, e al suo superiore, continu:
Con un delinquente di tal natura, se noi non teniamo conto de' piccoli indizii, che suo malgrado, egli ha lasciato dietro di s, che cosa ci rimane?
Il Cancelliere non parlava pi, ma egli preparava una segnalata vendetta.
Che cosa c'? domand Lucertolo, facendosi sulla soglia, e volgendosi ai bassi agenti, che lo avevano chiamato.
Vide tra loro una fisionomia nuova.
Era il birro, che la notte precedente stava di guardia nel Ghetto; era lo stesso che aveva incontrato la notte Luciano in Piazza degli Amieri.
Il birro, che aveva sempre la spranghetta al capo pel vino tracannato la sera, fece il suo rapporto.
Raccont che dopo la mezzanotte, in Piazza degli Amieri, aveva visto un giovane tutto imbacuccato nel mantello, in atto da eccitare sospetti, e ne dette i contrassegni.
Ho capito! rispose Lucertolo, tutto pensoso. Non vi movete di qui, disse all'agente.
Travers il corridoio seguito dai magistrati e dall'Ispettore ed entr con essi nella piccola cucina.
Sopra una sedia era una rozza catinella, in cui gli assassini si eran lavate le mani dopo commesso il delitto.
Accanto alla catinella, un pezzo di sapone, tuttora umido, e macchiato di sangue.
Ecco un altro grande indizio! disse Lucertolo. Un altro grande indizio che noi non abbiamo che fare con assassini volgari... Un assassino rozzo, volgare, non si sarebbe lavato le mani col sapone!...
Pochi minuti dopo scendevano le scale della Torre, avendo gi apposto i suggelli alla porta di quartierino.
Due agenti, disse Lucertolo, arrivato in fondo alle scale, rimangano qui di guardia fino a nuovo ordine.
E, accostatosi a Zampa di Ferro, che era il birro di sua predilezione, Lucertolo gli sussurr all'orecchio:
Tieni d'occhio a quello che si fa al n. 1023 in Via Cardinali. Tieni specialmente d'occhio un giovane, di nome Luciano, che abita in cima a quel grosso caseggiato... Se esce di casa tu dovrai pedinarlo...
Eran tutti raccolti in Piazza degli Amieri.
Adesso, disse sottovoce Lucertolo, chiedo il permesso di allontanarmi. Fra mezz'ora deve essere aperta al pubblico la stanza mortuaria in Via degli Alfani... Il pubblico accorrer a vedere la testa e la mano delle due vittime... Io sar l, senza che nessuno mi riconosca!
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CAPITOLO 8.
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E, preso comiato dai magistrati e dall'Ispettore, si avvi a casa sua, in compagnia dello Scrivano della Piazza.
Strada facendo, parlavano sempre del delitto.
Tra un'ora, diceva lo Scrivano, io rimetter alla Cancelleria Criminale tutti i documenti; la narrazione degli accessi fatti sui luoghi ove le due vittime furono uccise, le perizie de' medici, le vostre induzioni...
Non basta! rispose Lucertolo, Secondo me, bisogna fare, senza indugio, una perquisizione nella casa del giovinotto, che stanotte  stato sorpreso in Piazza Amieri... Ci ho gi pensato e ne ho dato incarico a Zampa di Ferro, cui far ricapitare subito nuovi ordini...
Ma il movente del delitto...
N il furto, n la vendetta, n altra passione... Si tratta qui di due poveri diavoli, che forse a caso, eran venuti a saper un segreto, e che potevano compromettere da un momento all'altro persona potente e scellerata... Non bisogna che sviamo le indagini da questo punto, o ci metteremo per una falsa strada...
Ah, l'onore della polizia questa volta  davvero impegnato... Bisogna scoprire gli assassini...
E i ladri di cadaveri?... ribatt Lucertolo.
Perch insomma qui, per ora, nessuno di noi pu dire ove sieno stati trafugati e da chi i cadaveri delle vittime... Con voi posso parlar chiaro: io sono sicuro fin d'ora che non riusciremo a scoprire gli autori di questo delitto e far piena luce intorno ad esso, se non per mezzo di una donna...
Dunque anche in questo caso voi cercate la donna?
Certamente... Ho gi provato che due donne si trovavan stanotte nella camera in Piazza Amieri al momento del delitto... Una di esse potr tradirsi... E poi, al solito, caro collega, quando noi avremo anche un barlume di probabilit su chi possa essere l'assassino o su chi possa essere stato suo complice, cercheremo subito se ha moglie, una amante: di l ci verranno le prime verit.
I due ufficiali della polizia, l'uno a braccetto all'altro, discutevano ora come due grandi teorici, sugli espedienti della loro professione.
La donna, diceva Lucertolo con una certa enfasi, come quando si riscaldava nel parlare di argomenti a lui prediletti,  la chiave di volta di tutta la polizia; polizia giudiziaria, o politica. Vedete... non ci  malfattore che all'et virile, non abbia moglie, o un'amante, a cui si confida... Mettiamo che non le si confidi, le donne hanno una percezione cos acuta... Figuratevi che la notte il malfattore non sia andato a casa a dormire, la mattina torna di buon'ora, affranto, abbattuto... non dice nulla alla donna... si studia di simulare... ma la donna lo guarda... e indovina!
Lo Scrivano pareva pendesse dalla bocca del suo interlocutore.
Vi sono grandi e sincere passioni nei delinquenti!... Alle volte, io ho proceduto a questo modo. Ho fatto arrestare la moglie o l'amante di un uomo sul quale pesavano gravi sospetti... Ebbene, vi assicuro che ho veduto in tal guisa molti malfattori indursi a rivelare piuttosto che nuocere alla donna da loro amata!... Ah, la donna, che strumento nelle mani di una polizia accorta!
Il Commissario si distraeva un po' dal suo obietto principale, si lasciava andar preso ai ricordi de' giorni forse pi laboriosi della sua carriera.
Mi rammento, proseguiva, stringendo il braccio al suo collega, delle mie famose cacce ai ladruncoli, ai manutengoli. La donna era sempre il perno delle mie ricerche... Notate: il ladro non  economo,  prodigo... Appena fatto il suo tiro va a sparnazzare fra le donne che non ripugnano dal suo consorzio, e regala loro un piccolo anello, altro oggetto... Le invita a gozzoviglie, a bagordi... L'occhio fine dell'agente li rintraccia in que' raddotti e cos anche i pi scaltri, i pi furbi, si rivelano spesso da s con le loro prodigalit... ...
Credo anch'io, ripigli l'altro ufficiale, che in questo delitto si debba cercare la donna...
Dite pure le donne... Di certo una donna ha armato la mano dell'assassino... Ma di qui a stasera, io credo che saremo molto innanzi nelle nostre ricerche.
Pochi istanti appresso Lucertolo entrava in casa sua: si chiudeva in camera, si toglieva il soprabito, a bavero altissimo, che soleva sempre portare, si scioglieva l'ampio cravattone nero, e gettava via da s uno dopo l'altro gli abiti che di solito indossava.
Si mise pantaloni di frustagno, attillatissimi, con due o tre toppe qua e l di panno nero, grossi scarponi di vacchetta: quindi, accostatosi allo specchio, si dava con un pennelletto due o tre colpi sulle sopracciglia, con altro pennelletto si faceva due segni quasi impercettibili alle estremit degli occhi. Acconciavasi sopra i capelli una parrucca rossastra, qua e l brizzolata di bianco, si accomodava alle gote due basette dello stesso colore e raccomandava all'orecchio la molla d'un paio di grossi occhiali verdi.
Si ravviluppava in un ampio tabarro color marrone, con qualche sdrucio, in certi punti rimendato con filo di diverso colore, e, dato di mano a un grosso bastone, usciva fuori di nuovo, e se ne andava difilato in via degli Alfani.
Gi era cominciato a correr gente alla stanza mortuaria.
Nella stanza si soffocava, tale era la calca, il pigia pigia.
Lucertolo, con quel suo singolare aspetto, entr pian piano, e si mise a orecchiare, andando da un gruppo all'altro, raccogliendo attentamente i commenti a cui si dava la folla.
Lucertolo andava lento, ricurvo.
Sotto il cappello di felpa bianca, col pelo lungo, a cocuzzolo basso e larghe falde, secondo portava la foggia del tempo, verso la nuca gli ricadeva gi un ciuffetto di capelli, singolarmente attortigliato, il cos detto codino, che tuttora portavano alcuni vecchi.
Nessuno in quel personaggio cos stranamente camuffato avrebbe riconosciuto l'uomo pi destro che avesse allora la polizia fiorentina.
Sulla porta della stanza mortuaria un uomo incappato di nero, agitando una cassetta piena di soldi, mugolava:
Per le povere anime del Purgatorio!
E la gente buttava nella cassetta le crazie e i madonnini.
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CAPITOLO 9.
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Mentre Lucertolo, travestito, non riconosciuto da alcuno stava a udire tutto quello che scappava di bocca a' curiosi, che entravano a frotte nella stanza mortuaria in via degli Alfani, uomini, donne, gente di ogni risma, attratta dal rumore che gi aveva levato l'atrocit del delitto, Zampa di Ferro insieme con due altri agenti salivano di cheto le scale, che mettevano alla soffitta di Luciano in Via Cardinali.
Ormai era nato nella polizia il sospetto che quel giovinotto potesse essere l'assassino, o fosse d'intesa con coloro che avevano preparato, consumato il delitto.
La denunzia del volante di guardia lo aveva aggravato in ogni modo.
I meno arrischiati non si peritavano di domandare: che faceva egli a quell'ora, tutto imbacuccato, vicino al luogo del delitto? La polizia, aggiungevano, ha almeno l'obbligo di chiarirsi sulla condizione di costui, di appurar le ragioni con le quali egli potesse giustificare la sua presenza, a ora s inoltrata, in Piazza degli Amieri.
Del resto,  sempre facile cogliere alla sprovvista un innocente, illaquearlo nelle sottigliezze di un interrogatorio, pi facile che cogliere alla sprovvista un reo, il quale ha sempre in assetto la sua difesa e tutt'al pi si rivela, sovente, nell'eccesso artificioso delle precauzioni, che mette in opera a confutare, distruggere gl'indizii e le accuse.
I birri salirono dunque con ogni cautela.
E, arrivati alla porta della soffitta, si misero in orecchio.
Udirono subito come il rantolo di una persona gravemente ammalata, rotto di tratto in tratto da gemiti, che le cavava qualche spasimo repentino.
Una voce affettuosa, modulata nel tono pi soave, la voce di un uomo, si frapponeva a que' gemiti, come se volesse temperare con miti esortazioni l'affanno di chi soffriva.
Poi si udiva il suono di un passo leggero, leggero.
L'uomo andava qua e l per la stanza in punta di piedi, studioso di non far alcun rumore, cercando probabilmente una medicina, un oggetto da alleviare le pene della persona che languiva, e si avvicinava al letto, e si dava di nuovo a parlare.
Il birro, che soprastava gli altri due, aguzzava le orecchie.
Ed ecco quello che udiva:
Dunque ti senti peggio stamani?...
Una voce di donna, voce esile, che tenea del sospiro, rispondeva molto a rilento:
Oh, s, Luciano, sto peggio; ti lascer presto solo!
E la donna dava in singhiozzi.
Succedeva un non breve silenzio.
Il birro cap che la malata e colui che la custodiva si erano abbracciati e tutti e due piangevano.
Ti sei spaventata stanotte?... ripigliava l'uomo, con accento di estrema tenerezza.
Oh, s... ho avuto tanta paura!... Ti eri chiuso l in quello stanzino... Ho sentito gridare: sono scesa dal letto e, trascinandomi nuda sul pavimento, ti ho veduto a traverso le fessure dell'uscio... ti ho veduto che gesticolavi... e mentre...
La donna aveva fatto un grande sforzo a proferire queste parole e di repente si tacque.
Il birro, tutto palpitante, aveva sino allora rattenuto il respiro; accortosi che, proprio nel momento in cui egli avrebbe potuto carpire un'importante rivelazione la donna si era taciuta, fece un gesto energico e lasci andare tra' denti una grossolana imprecazione.
Animo! Anna mia! esclamava l'uomo, Ti spiegher tutto... non ci  motivo di aver paura... Quello che  accaduto stanotte...
Il birro origliava pi attento che mai.
Quello che  accaduto stanotte, continuava l'uomo, si ricollega alla nostra esistenza di sventure e di guai... Oh, Anna!
Pare che la malata fosse stata presa da un nuovo e pi forte attacco, poich l'uomo mand un urlo disperato, e torn a chiamare per nome pi volte la sua compagna.
Anna!... Sorella!...  troppo presto!...  troppo presto!... Non morire!
Ma nessuno rispondeva.
Anna!... Anna!... Sorella! grid di nuovo l'uomo, come forsennato.
Per non gli fu data alcuna risposta.
Allora, proprio di scatto, volendo chiamar gente, si avvent alla porta e l'apr con forza.
Il birro si era appena potuto scostare.
Venite! Venite! disse Luciano, vedendo i tre uomini e non parendogli in quel momento che il loro trovarsi l, poich non portavano alcuna uniforme, avesse dello strano. Venite!... La mia povera sorella muore!...
E prima che i tre agenti avessero messo il piede nella stanza, Luciano era tornato al letto dell'ammalata, le aveva circondato con le sue braccia la testa pallidissima e cercava di sollevarla.
La polizia  avvezza ad esser muta, insensibile in mezzo a' pi grandi dolori; essa deve restare impassibile, inesorabile alle angosce pi profonde.
 la parte pi penosa, perch la meno umana de' suoi ardui e tristi doveri.
Luciano singhiozzava.
Gli agenti non avevano occhi per quella scena.
Essi guardavano per la squallida camera. In un attimo avevano rapidamente osservato, guardato, bilanciato tutto, con quel fiuto di bracchi, con quella giustezza d'occhio, che hanno dall'uso della ingrata lor professione.
Zampa di Ferro era corso subito allo stanzino di cui aveva test parlato la malata.
Non s tosto vi fu dentro gett un grido di stupore.
Torn subito a' compagni e mostr loro un gran tabarro da uomo, tutto insanguinato ad una cocca.
Poi dalla tasca di un'ampia giacchetta cav una chiave.
Questa, disse agli altri agenti, sono certo,  la chiave della stanza ove stanotte  stata ammazzata la donna... E il tabarro insanguinato?... La macchia  fresca... Oh!... Ecco le prime tracce del delitto di stanotte!
Delitto? esclam Luciano, che udendo quelle ultime parole, aveva adagiato il capo della sorella sul giaciglio e, staccandosi dal letto, era balzato in mezzo agli agenti.
Si, rispose Zampa di Ferro, una donna  stata orribilmente mutilata stanotte in Piazza degli Amieri... Non lo sapevate?
No... no... rispose Luciano balbettando, e tremando dalla testa a' piedi.
Non foste voi stanotte in Piazza degli Amieri?...
No... no... ripeteva Luciano che pareva ad un tratto colto da subita frenesia e non aveva pi coscienza di quello che diceva.
Ma vi ho incontrato io... e vi ho fermato! disse concitato uno degli agenti.
Luciano non parlava pi: rivolgeva attorno gli occhi come trasognato.
Ohim!... Ohim!... egli mormor premendosi una mano sulla fronte.
E questo tabarro insanguinato?
Insanguinato? disse Luciano facendosi innanzi e esaminandolo.
Cominci a barcollare, e agitando le braccia, come se cercasse un oggetto nell'aria, cadde all'indietro. Le grida, lo strepito, avevano svegliato dal torpore la sorella.
E la malata nuda stecchita, pari a uno spettro, lasciato il suo giaciglio, camminava in mezzo alla stanza.
La donna sembrava pazza.
Con gli occhi fissi, immoti, la persona irrigidita, senza proferir parola si era accostata agli agenti.
Uno dei birri gi stendeva la mano su di lei per afferrarla, e comporla di nuovo nel suo giaciglio.
Ma Luciano travide quell'atto, si rialz in un istante e interponendosi tra il birro e la sorella:
Non la toccate!... Non la toccate! esclam. Non ne siete degno!
Gi egli avea capito con chi aveva a che fare, chi erano i tre uomini paratisigli innanzi, quando aveva spalancata la porta.
Sarebbe difficile ridire la sua commozione.
Era vero.
Due donne, con abiti da uomo, eran entrate la notte precedente nella soffitta, Luciano le conosceva, fra una di esse e lui vi era stato un alterco tremendo.
Alla fine una delle donne era uscita, e subito tornata, recando all'altra nuovi panni. L'altra a cui parlava, come serva a signora, nello squallido stanzino, si era tolta gli abiti da uomo, che stringevano, deformavano il suo bel corpo, e si era mostrata in tutto lo splendore delle sue vegete e ricche forme.
Era una donna di alta statura, l'occhio nero, lo sguardo corruscante di volutt, i capelli biondissimi, il volto di un ovale stupendo, di carnagione bianca: nitidissimi i denti, le labbra tumidette, di un vivace color di corallo.
La persona tutta era sfolgorante di bellezze: le spalle ampie, ricadenti con una dolcissima, vezzosa curva, il seno colmo, opulento, rigido, la vita snella, quasi flessuosa: i fianchi rilevati, le braccia mirabilmente tornite, robuste; si indovinavano tesori di grazia, di forme, di seduzioni in quel corpo che pareva a ogni istante scosso da fremiti di passione.
Tra quella donna e Luciano era un grande odio: si rilevava dagli sguardi sprezzanti, che le gettava il giovane, dalle gravi parole, che le aveva rivolte.
La disputa era stata accesa, vivace.
Sei un meschino, un pezzente... e rimarrai sempre un vile! gli avea detto la donna a un certo punto, con un gesto superbo, tutta rossa nel volto, tale da provocare, pel disordine delle vesti, che le lasciava mezzo discoperte le sue spiccate meravigliose attrattive, il pi tepido, il pi scarso ammiratore degli incanti, delle venust femminili.
E tu sei peggio che abietta! le aveva mormorato Luciano all'orecchio in un impeto di collera.
E, concitato, le scagliava, a voce intelligibile soltanto per lei, gli epiteti pi atroci.
Era costei che aveva lasciato nella stanzetta quel tabarro insanguinato, che Luciano non si era dato briga neppur di guardare: cosicch rimase per morto alle parole del birro.
Furono terribili le collere tra Luciano e la donna, delle quali l'altra donna stava fredda spettatrice.
Ma qualunque fossero le relazioni fra le donne e Luciano, chiunque fosser costoro, sembrava che una congiuntura, da non poter essere superata, un vincolo, una promessa, un dovere, una speranza, gli impedissero di rivelare a chicchessia la visita delle due donne in casa sua, durante la notte, e lo costringessero a mettere in opera ogni ingegno per coprire anzi quell'incontro, que' colloquii del pi fitto mistero.
Che un delitto fosse stato commesso in quella notte, cos vicino a lui, pare non gli fosse neppur balenato in mente, per si era scosso alla osservazione fatta dal birro nel metter le mani sul tabarro insanguinato.
Fuori di s, adagi affettuosamente la sorella sul misero giaciglio, poi si volt agli agenti.
Ma la sorella gi si alzava di nuovo a sedere sul pagliericcio, come ansiosa di non perder nulla di quello, che forse prevedeva sarebbe avvenuto fra i tre uomini e Luciano.
Luciano sent che quel momento era supremo per lui: le tempie gli battevano, un velo gli cadeva sugli occhi, la parola gli moriva in gola.
Era combattuto da forti e contrarie commozioni.
Si avvicin agli agenti.
Che cosa vogliono dunque da me? domand con voce calda, facendo forza a s stesso per serbare atteggiamento di uomo fermo e sicuro.
Noi, rispose Zampa di Ferro, abbiamo l'ordine di arrestarvi!
Arrestar me?
Voi Luciano Gruffoli.
Ma che cosa ho fatto?
Ve lo dir il Cancelliere della Rota Criminale... Voi siete gravemente indiziato del delitto di questa notte.
La malata non batteva palpebra, si protendeva dal giaciglio per ascoltare.
Voi siete gli strumenti di una immensa ingiustizia! disse con fermezza Luciano.
Bastano le parole... Venite con noi...
Zampa di Ferro fece un gesto e tosto gli altri due birri legarono in un solo involto i panni da uomo ed un cappello, che avevano trovato nella stanzetta.
S!... Pel vostro meglio, vi consiglio a venire con me subito, e colle buone, disse Zampa di Ferro a Luciano.
Ma vi giuro che sono innocente...
Lo direte al Cancelliere della Rota.
Dove volete condurmi?
Nelle carceri del Bargello.
Luciano rabbrivid.
Poi si volse verso il giaciglio sul quale era seduta sua sorella.
Essa muta, immobile, lo divorava con gli sguardi.
 proprio un'infamia, soggiunse Luciano, pallido, col volto contraffatto.  umano il lasciar sola, senza cura quella infelice?
Andiamo, andiamo! ripigli Zampa di Ferro. Lascer qui per ora uno degli agenti, poi la giustizia, la carit pubblica provvederanno.
La carit pubblica? mormorava Luciano.
Mai forse un uomo aveva provato maggior crepacuore.
Egli gi presentiva tutte le umiliazioni, le angosce, i crudeli patimenti, che avrebbe dovuto sostenere.
Il passato era stato gi triste per lui, l'avvenire gli si preparava, senza paragone, peggiore.
E tutto senz'alcuna sua colpa
Non ci era da resistere.
Si accost al letto, abbracci la sorella.
Essa piangeva e tutti e due si bagnarono il volto, baciandosi, con le proprie lacrime.
Eccomi! disse Luciano a un tratto, staccandosi a forza dalla sorella, con un atto risoluto e muovendo verso i birri.
Tutto  pronto? chiese Zampa di Ferro.
S, rispose uno degli agenti, l sopra uno scaffaletto ho trovato anche questa borsa piena d'oro!
Luciano non seppe rattenere un gesto di collera.
Le persone, ch'egli voleva salvare si erano dunque studiate di comprometterlo ad ogni modo!
Non aveva pi scampo.
Si volse di nuovo alla sorella e fece atto di muoversi, ma l'ammalata con accento insolito, che ghiacci il sangue nelle vene agli stessi agenti e in preda ad una violenta disperazione, si mise ad urlare:
Luciano!... Luciano!...
Gi erano accorsi alcuni dei pigionali.
Anna! Anna! presero a dire due donne, che sino allora non pare avesser sentito alcuna compassione de' due esseri che soffrivano in quella soffitta, e attratte l ora pi che altro da quella malsana curiosit, che spinge verso la sventura, quando  palese, irrimediabile, anche i tristi e gl'indifferenti.
L'ammalata continuava a chiamare il fratello con grandissime strida.
Luciano intanto scendeva le scale insieme co' birri.
Arriv sulla piazza, fuori della Torre.
La piazza era sgombra, ma dalle viuzze, che vi fan capo, sbucavano gruppi di gente.
Era una bella giornata, il sole batteva infuocato sulle strade di Firenze.
A quel bagliore di luce, appena uscito dalla Torre, Luciano prov pi che mai orrore della triste condizione in cui era caduto.
Tutti gli occhi eran su lui.
Egli non alzava i suoi, ma non dubitava che tutti lo guardassero.
Mira... Mira... dicevano i mercatini fra loro, il signor Luciano... quel giovanotto, che studiava sempre, che si credeva tanto povero, ma tanto buono...
Ecco a che cosa egli era ridotto! Dopo aver tanto sofferto con coraggio inaudito, dopo aver sostenuto con animo invitto ogni sofferenza, essersi addurato alle pi penose umiliazioni, lui uomo onesto sino allo scrupolo, stato sul punto di morir persino di fame per non venir meno alle rigide massime, su cui avea foggiato la norma della sua vita, si trovava per le strade di Firenze, di pieno giorno, in mezzo a due birri, arrestato come assassino, o complice di una brigata di assassini!
Quando fu in Via Calimara le forze gli mancarono; non pot andare innanzi.
I birri lo sorressero e con quella ruvidezza che era lor famigliare, lo cacciarono in un'osteria, ora ampliata e ripulita, e che tuttora mette in comunicazione la Via Calimara col Vicolo di Ferro, dal quale, entrando nel Vicolo de' Tre Re nella piazzetta dello stesso nome, e nel Vicolo dell'Onest si arriva in Via Calzaioli.
A un capo della Piazza de' Tre Re  il Chiasso della Coroncina, luogo infame, dei pi orridi che sieno nel Vecchio Mercato.
La folla veniva dietro a' birri e all'arrestato, facendo un brusio, uno scalpore da non si dire.
Si era fermata dinanzi alla vetrata dell'osteria, alla quale appariva di tanto in tanto la fisionomia fosca e accigliata di uno dei birri.
Luciano era stato adagiato sopra una panca.
Oggi, dopo avervi condotto un arrestato, e imputato d'assassinio, un sospetto di essere complice in un gran delitto e di aver altri complici, la polizia crederebbe prudente far chiudere l'osteria.
Allora due o tre agenti sapevano di bastare a tenere in rispetto anche due o trecento persone.
Il pensiero di Luciano, appena riavutosi un poco, corse subito alla sua soffitta.
Che sar di mia sorella? domand tutto titubante.
Vostra sorella, rispose Zampa di Ferro, con un piglio di impazienza, sar dai Fratelli della Misericordia portata all'ospedale.
All'ospedale! mormor Luciano.
Egli era in tale condizione di sfinimento da non poter pi reggersi in piedi.
I birri davano segni di stizza.
Stava loro sul cuore di essere presto al Bargello con l'arrestato: la gravit del delitto era tale che la polizia non avea da metter tempo in mezzo ed era espediente romper gl'indugi.
I birri confabularono pochi istanti fra loro: poi uno se la svign dall'osteria quatto quatto.
La polizia toscana disponeva allora di scarsi mezzi materiali: un bastone era l'arma pi manesca, e pi usuale, che avessero gli agenti, alcune cordicelle, che portavano nelle tasche della carniera erano lo strumento pi vigoroso di coercizione, che avessero: di quei tempi le carrozze si contavano, anche in una citt cospicua come Firenze, non vi erano vetture pubbliche, salvo le diligenze, i carrozzoni che servivano ai viaggi, e neppure i delinquenti andavano allora in carrozza!
Il birro, che se l'era battuta, fu di l a non molto alla porta dell'osteria, e dietro a lui venivano due uomini, di fisonomia piuttosto obliqua, che sostenevano a spalla una portantina. Costoro avevano il nome di porti.
L'arrestato fu fatto entrare nella portantina e via tutti si diressero al Bargello.
Li seguiva la calca della gente, sebbene a una certa distanza.
Luciano entro a quell'angusto veicolo impazzava dalla disperazione.
A un tratto Zampa di Ferro, che si era accostato a uno sportello della portantina, grid:
Fermate! Fermate!
Che cosa c'? domandarono altri due agenti.
Gli uomini che tenevano la portantina si fermarono in un attimo.
Non vedete, url Zampa di Ferro, spalancando lo sportello, che si vuole ammazzare!
Infatti Luciano, chiuso in quello angustissimo spazio, venendogli alle orecchie il rumore che faceva la gente, la quale muoveva al Bargello, dietro ai birri, inorridito al pensiero che tra poco egli, innocente, sarebbe stato gettato in una prigione, punto gi dallo sgomento, dal terrore degli interrogatori, delle vessazioni, che avrebbe dovuto subire, in un accesso di ambascia, cavandosi di tasca un fazzoletto grossolano aveva tentato di strangolarsi.
Ma, non appena Zampa di Ferro, vedutolo dietro lo sportello della portantina cos livido, con gli occhi infuori, aveva dato in un urlo: Luciano gi tornato in s, in un subito, riconoscendo l'enormezza dell'atto a cui si era accinto, aveva rallentato da s quella specie di capestro che si era annodato alla gola.
Che uomo era egli dunque divenuto, pensava, da uccidersi in tal modo, lasciando cos in tutti sospetto della sua reit, e lasciando sola, abbandonata nel mondo la sua povera sorella?
Avevano tanti e potenti nemici, ma non aveva lui, il pi forte, il dovere di difendere la sorella, e s stesso?
E un altro pensiero gli era sorto. Aveva egli il diritto di abbandonare la vita, senza rivedere prima la donna che amava?
Il silenzio in cui si chiudeva, la risoluzione da lui fatta di non disvelare la visita delle due donne in casa sua, durante la notte, non erano un sublime sacrifizio, un olocausto illimitato, che egli faceva di s alla creatura gentile, gracile, di bellezza quasi divina, che egli amava e che lo amava?
Per la fanciulla, che il lettore ancora non conosce, nulla sapeva dell'immenso sacrifizio che Luciano le offriva: angelo di bont, nutricato, allevato accanto a mostri di ferocia, essere delicato, purissimo, sebbene vicino a lei si scatenassero cos forti e sozze passioni, non avrebbe mai sospettato che sotto lo stesso tetto, che la riparava, dimorasser persone, le quali avessero posto mano ai due delitti consumati in Firenze, nella notte, e che empivano gi di terrore tutti i cittadini!
Di tal guisa Luciano si perdeva per salvare la fanciulla, che amava, n essa mai lo avrebbe saputo. Ma avrebbe saputo s il suo arresto, avrebbe udito ripetere che il giovane povero, miserissimo, da lei sola creduto cos buono, di animo cos alto, di indole cos generosa, il giovane pel quale spesso aveva pianto e palpitato, non osando mai interrogarlo su certi argomenti, poich egli si studiasse in ogni modo coprire le sue strettezze, n essa volesse offenderne la suscettivit, si trovava nel fondo d'un carcere, sotto un'infame imputazione, l'imputazione d'assassinio.
Bella consolazione ad un'anima amante!
Bisogna che io viva... si era detto in un attimo Luciano, tornato a migliori divisamenti, che abbia il coraggio di vivere... di difendermi... di provare la mia innocenza, di mostrarmi degno di lei. Oh, la lotta sar difficile, continuava a dire in cuor suo, ma gli sventurati come me, che altro possono sperare nel mondo fuorch soffrire... soffrire? E anche il disgraziato ha il dovere di difendere il suo onore dovesse pur costargli di versare a stilla a stilla tutto il sangue in angosce penose...
N, immerso ne' suoi pensieri, si era accorto che Zampa di Ferro gli aveva strappato di mano il fazzoletto e che la portantina gi si muoveva di nuovo.
A un tratto, Luciano, si mise a ripassare nella memoria tutti i casi occorsi dal momento in cui la sera innanzi era uscito dalla sua casupola per domandar l'elemosina, fino al suo incontro prima col birro, in Piazza degli Amieri, poi con le due donne, travestite da uomo.
Torn col pensiero alla scena accaduta tra lui e la donna nella stanzetta accanto a quella ove giaceva sua sorella; poi si ferm un istante a ripresentare a s stesso l'apparizione dei tre birri quando egli aveva spalancato la porta, il suo arresto, la folla, il suo tentativo di suicidio, pochi momenti prima.
Quanti casi in poche ore e qual dramma intricato, affannoso!
E dire, esclamava tra s, che io non posso, non debbo denunziare quella donna... la madre di Lucia... Ora capisco tutto...  costei che ha ammazzato o fatto ammazzare la povera donna nella Torre degli Amieri. E la donna  di certo quella da cui  stata a balia la mia sorella Anna... l'orfana infelice che ho sempre chiamato sorella... La donna ammazzata  di sicuro la povera contadina presso la quale avvenne il baratto delle due bambine... Forse hanno ammazzato, hanno tirato in qualche agguato anche il marito, che era a parte del segreto!...
Luciano non sapeva ancor nulla della testa d'uomo, trovata fuori di Porta la Croce.
Ma questo delitto gli doveva esser presto contestato negli interrogatori.
Maledizione! pensava Luciano, contorcendo le mani, e sentendosi soffocare. E io non posso... non posso parlare!... E sar forse condannato per questo delitto di cui sono io stesso una delle vittime, e certo non meno colpito di quelle, che gi sono morte!... Che anima feroce ha per quella donna!...
La folla era venuta sempre aumentando: la portantina, attorniata dai birri, la voce corsa dell'arresto, cos si diceva addirittura, di uno degli assassini, in quella bella, luminosa giornata, avean tirato da ogni strada la gente.
I varii volanti, di servizio qua e l, si erano accozzati cogli altri agenti e formavano una specie di cordone, una fila dietro e intorno la portantina.
I curiosi, tenuti lontani, smaniavano di non poter veder l'assassino.
Lo vedremo fra qualche settimana, tutt'al pi, quando sar esposto alla gogna! diceva un grasso e atticciato venditore di frattaglie ai compagni, che pareva fossero sulle spine, e poco appagati da quella specie di consolazione.
I porti, che sostenevano a spalla la portantina, gi erano quasi all'imboccatura di Via del Palagio e a pochi passi dalla entrata del Bargello.
Varii birri stavano sull'entrata, aspettando i colleghi.
Quando ad un tratto, un uomo, tutto mal vestito si avanza (e caso nuovo, caso che dest la meraviglia, lo stupore di quanti si trovarono presenti), si accosta alla portantina, e comincia a diriger parole di conforto a Luciano, che era l ormai come un corpo inerte, e non dava pi segno di vita. Poi si dette incontinente ad apostrofare stranamente i birri.
Chi era colui, che osava cos insultare, sfidare la polizia?
Tal caso, dati i tempi, era quasi pi nuovo e pi insolito del delitto.
Fu subito circondato da un nugolo di birri, legato, trascinato per una fune sino ad una stanza accanto al corpo di guardia dove cadde in un cantuccio, ricevuto un colpo di marruca, che egli facea sembiante gli avesse levato subito il ruzzo di capo.
In quella stessa stanza fu condotto, pochi secondi appresso, Luciano, e fu tirato il chiavistello.
La stanza non aveva altra uscita che quella, la quale dava nel corpo di guardia ov'erano adunati i birri: molto in alto era un finestruola con spranghe di ferro cos grosse da non lasciar speranza di possibili fughe.
E, del resto, posto che un delinquente fosse riuscito a farvisi un varco e buttarsi di lass sarebbe sempre cascato in collo ai birri, che gli avrebber trovato un nuovo e anche meno agiato domicilio.
In quell'istante comparve al Bargello il commissario Lucertolo.
Aveva gi fatto nella stanza mortuaria una grande scoperta! Un uomo aveva riconosciuto, quasi identificato la testa della vittima.
E credeva poter dare certi contrassegni anche dell'assassino. Gli fu raccontato l'arresto di Luciano; gli furono detti i contrassegni di lui.
Per Sant'Alto, grid Lucertolo, che si atteneva non di rado al suo antico linguaggio, specie in certe congiunture per non nominare invano il nome di Dio che si considerava atto riprensibilissimo in un pubblico ufficiale. Per Sant'Alto, i contrassegni corrispondono... Dov', dov' l'arrestato?...
 nella stanza di custodia, riprese Zampa di Ferro, con un altro furfante che qui alle porte del Bargello ha osato insultare la polizia.
Qui alle porte del palazzo... E li avete messi insieme?... Asini!... Asini!... url Lucertolo, aggiungendo questa volta un'imprecazione sonora, dimentico di ogni ritegno. Il furfante vi ha messo in un sacco... La sua astuzia  riuscita!... Costui  certo un complice mandato forse da altri complici dell'assassino, con qualche importante imbasciata, e a quest'ora, si sono gi intesi... Li dovevi tener separati... Andiamo!... Sapr io punirvi!...
Dopo un breve colloquio infatti fra Luciano e il nuovo arrestato, costui aveva dato a leggere a Luciano alcune parole misteriose, intelligibili a lui soltanto, scritte sopra un pezzetto di carta.
Poi gli aveva ripreso il pezzetto di carta e lo aveva ingoiato!
La citt, come ho detto, era tutta sossopra pei fatti avvenuti nella notte, pel mistero del quale con singolare abilit pareva si volesser circondare i delinquenti, per la oscurit in cui rimanevano i moventi del delitto.
Ci che dava pi a pensare, ci che pi affannava le menti e le lingue era la sparizione de' due cadaveri.
A quale scopo erano stati involati, chi li aveva rubati, dove potevano esser nascosti?...
Ma pi di tutti era commossa la polizia, poich ne andasse del suo onore, della sua riputazione, se non riusciva presto a recar luce su questo affare intricatissimo.
Gi fra gli ufficiali e gli agenti era vivissima gara, tutti, come accade, davano opposti consigli, avrebbero avuto talento di mettere le ricerche per diverse vie.
Ciascuno vagheggiava di spiccare in tale occasione, di mostrar maggior levatura, pi acume degli altri.
Gi nella polizia sorgevano contraddizioni, invidie, gelosie, per la supremazia assunta da Lucertolo nel dirigere quelle indagini, gi in qualche animo covava il desiderio di dargli scacco matto, di farlo cadere in qualche laccio.
Un agente della polizia, che dirige, come dicono nel loro linguaggio, una segnalata operazione, che si slancia con ardore alla scoperta degli autori di un delitto famoso, vede crescere attorno a s ad ogni istante gli ostacoli... Deve schermirsi innanzi tutto dalle ire, dalle rabbiose emulazioni dei colleghi, che egli non chiama a partecipare la nuova fronda di gloria: capaci di architettare i pi infernali strattagemmi per render vane le sue ricerche, per mandar a male i risultati ai quali egli intende col pi vivo fervore. Di qui gli vengono i maggiori pericoli!
Poi egli deve lottare con la contro-polizia, che hanno i delinquenti, con la loro astuzia, con la loro pervicacia, il loro ardire instancabile.
Lucertolo aveva gi indovinato che nel caso di cui si occupava egli avrebbe avuto alle mani un partito pi duro che in casi ordinari, poich si trattava di venire a battaglia con delinquenti di consumata abilit, di molto sangue freddo, che avevano a lor posta grandi mezzi, dei quali si mostravan capaci di disporre senza scrupoli.
Per Lucertolo subodor subito che l'uomo, il quale con s fino espediente riusciva a farsi imprigionare insieme con Luciano, era appunto mandato dai delinquenti con un'imbasciata, gi allo scopo di frustrare, sviare le prime indagini della polizia.
La notizia dell'arresto di Luciano si era sparsa in un battibaleno per la citt.
E le notizie del resto correvano allora ben ratte, poich Firenze, chiusa nella cinta delle sue mura, ed entro le stesse mura, per larghi spazii, occupata da orti e da campi, era quasi della met pi angusta che oggi non sia.
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CAPITOLO 10.
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In quella che i birri, tirato il chiavistello, spalancavano, perch vi entrasse il Commissario, la porta della prigione dove erano stati cacciati Luciano e lo sconosciuto, noi condurremo il lettore in un antico e severo palazzo, situato in una cupa viuzza, oltrarno.
Abitava in quel palazzo il vecchio anzi decrepito conte Torsinghi, bal dell'Ordine di Santo Stefano, gi insigne Giudice Criminale, ora Magistrato Onorario della Consulta.
Bell'uomo, barcamenatosi tra gli studi e i piaceri, nella sua giovent, si era addottrinato e aveva corso la cavallina con pari ardore, coprendo per le sue capestrerie di quella vernice di decoro, di apparente rigidit, che volevano i tempi, e si addiceva alle cariche da lui occupate.
Si era gettato di buon'ora in avventure e dissolutezze, ma di tratto in tratto se ne ritraeva e tornava tutto agli studi. Si stampava allora poco, e da pochi, un buon libro faceva chiasso ed egli aveva alzato grido di s con la sua opera intitolata: De Probationibus che gli dette nome di classico, a trent'anni, fra i cultori della giurisprudenza.
Entrato alla Rota foggi altrimenti il modo del vivere, parve in lui attenuata la propensit a darsi bel tempo, teneva la testa ritta tra i solinoni saldamente inamidati, portava gli occhiali d'oro, guardava d'alto in basso, bazzicava per casa a' personaggi pi gravi... Ma di tanto in tanto spariva da Firenze... Era, diceva lui, un dilettante di belle arti... avrebbe dovuto dire soltanto di belle... e se ne andava a fare qualche viaggetto, sfogando le sue bizzarrie.
Pieno d'ingegno, accortissimo, forn una rapida carriera: nessuno aveva trapelato della vita licenziosetta, che menava in segreto: qualche volta, ma a crocchio coi migliori della Rota, o coi magistrati della Consulta, dava la stura a qualche scherzo, che tenesse del salace, e pi che altro si piaceva di citare i passi d'Orazio, di Catullo, di Marziale, meno citabili.
Per anche questi sprazzi di umor gaio cessarono in lui, del tutto, allorch arriv ai gradi supremi.
Non aveva mai tolto moglie ed era arrivato circa il settantesimo anno, ricercato ne' pi eletti ritrovi, carezzato, avuto in gran conto. E fu uno stupore allorch, gi sul declinare, sebbene tuttor vegeto, secondo l'et, si seppe che il magistrato quasi settuagenario era tornato da uno de' suoi viaggetti con una giovine stupenda, di bellezza sovrana, alta, complessa, con una copiosa capigliatura bionda, che le faceva sulle tempie di avorio uno splendido diadema, e che questa giovane, appena di vent'anni, egli aveva menata in isposa.
Da quel tempo egli si fece sempre pi triste, scans gli amici, e a poco a poco si ridusse a uscire ben di rado dalla propria casa e chi s'abbatteva in lui lo trovava ben scarso di parole.
Due o tre volte l'anno, la magnifica contessa Torsinghi compariva insieme col marito al Teatro della Pergola nelle occasioni di sfarzi, quando vi si recasse la Corte, quando vi ballarono, per esempio, la Essler e la Cerrito.
La giovine contessa si accontava poco con le dame dell'aristocrazia che sulle prime le avevano tenute il broncio come ad intrusa. A lei andavano pi a genio le compagnie volgari, se la diceva pi che altro con gente di basso affare. Parlava rozzo e con voce roca.
Si diceva che fosse di meschinissimo parentado.
Ma era divinamente bella, per di una fiera bellezza, di modi imperiosi, e nel sorriso, negli sguardi le lampeggiava una ferocia, insolita in donna.
Era andata voce di tresche, da molti si bisbigliava che la contessa Paola Torsinghi scegliesse nel volgo i suoi bertoni; alcuni di lingua pi tabana, s'erano arrischiati a dire che da tempo un poliziotto fosse il suo occhio diritto. Chi egli fosse per nessuno sapeva accertare.
Ma, o uscite da domestici licenziati dalla casa, o propalate da altri, si ripetevano vagamente cupe e strane asserzioni. Si mormorava perfino che la bella e robusta giovane uscisse di nottetempo, chetamente, dalla propria casa e travestita n'andasse a misteriosi convegni.
La contessa Paola non pare prestasse molto orecchio a tali mormorazioni, o forse non ne aveva mai avuto sentore:  un fatto ch'essa ogni giorno si poteva dire crescesse in bellezza; diveniva sempre pi vigorosa, appariscente, aitante della persona.
Aveva l'orgoglio sterminato di chi si sente forte e sicuro di molte impunit, e che le impunit gi godute, le difficili prove gi superate, sempre pi imbaldanziscono al male.
Si menava una singolar vita nel palazzetto Torsinghi. Il Magistrato di rado usciva dal suo studio, una vastissima stanza, nella quale se ne stava rinchiuso lunghe ore: e dove non entrava nessuno, salvo di tratto in tratto la moglie e allora si udivano spesso alte querele.
La Contessa era a giorni collerica, impetuosa; metteva la casa sossopra, la riempiva di rumori, della sua irrequietezza; a giorni si mostrava pi indulgente, pi espansiva, di un'allegrezza clamorosa; si rivelava sempre in lei la ridondanza, la esuberanza della indole, tutta a impeti, a scatti, e tutta fuoco.
E non di rado sopravvenivano giorni ne' quali sembrava immersa in profonde tristezze, non proferiva parola, sfuggiva ogni contatto, cadeva in una specie di torpore da cui si eccitava a destarsi con forti e acri bevande delle quali abusava.
Era donna di terribili passioni, ardentissima alle volutt; si travedeva a certi molli atteggiamenti, al folgorio degli sguardi: pronta, risoluta, dove metteva l'animo a un tratto non ci aveva luogo il consiglio.
Una fanciulla, che il lettore gi conosce, col nome di Lucia, di una bellezza gentile, contrapposta a quella rilevata, opulenta della contessa Paola; una fanciulla con gli occhi azzurri, l'incarnato di un candore di gigli, anch'essa alta di statura, snella, dritta come una palma, col pi soave portamento di testa, con il pi incantevole e vellutato suono di voce, chiamava la contessa Paola sua madre.
Di solito viveva sola; il vecchio Magistrato, a volte la chiamava nel suo studio, se la faceva sedere sulle ginocchia, le carezzava la vaghissima testa, la baciava in fronte, le dirigeva tante e tante parole, il suo volto severo era bagnato da grosse lacrime, quindi dava in un pianto dirotto e l'allontanava ruvidamente da s.
Passavano settimane, mesi, senza che pi le parlasse.
La contessa Paola la opprimeva di rabbuffi, la confondeva con scene violente, da piccolina l'aveva crucciata, martoriata co' pi pazzi e severi castighi. Le parlava sempre altera, sgarbata, con modi rozzi.
Essa aveva tanto sofferto sulle prime dell'indifferenza de' due esseri, dai quali credeva doversi aspettare ogni gioia. Il suo cuore, avido di tenerezze, era stato per spezzarsi; ma a poco a poco in quel cuore, s pronto al sentire, si era chiuso un grande sdegno, derivato da tutte le umiliazioni, le privazioni, le afflizioni, che aveva dovuto sostenere.
Nessuno sospettava dell'energia, della forza, del rancore, che covava in s quell'anima, nata cos buona, nata ad amare, a effondere intorno a s il bene e la felicit; ma doveva darne prove in occasioni terribili, che si sarebbero presentate tra non molto.
Ormai essa si era fissa nella mente un'idea, ormai le era venuto fatto di mettere tutta la sua affezione sopra un uomo, che sapeva infelice, derelitto, e verso il quale l'avea attirata pi la sventura, l'immeritato abbandono che la bellezza o altro comune richiamo.
Lo aveva conosciuto buono, e le era bastato per amarlo, idolatrarlo, aveva avuto in conto di mostruoso l'amar qualcuno per le doti della persona, o il pregio della fortuna, cercava, voleva soltanto un cuore che rispondesse al suo, e, pi felice di molti nella vita, lo aveva veramente trovato.
Ora chi le avesse contrapposto ostacoli ad asseguire questo suo fine; chi si fosse interposto tra lei e l'oggetto del suo amore, fosse pur stata persona a lei tenuta dai vincoli pi stretti, fosse pur stata colei che chiamava sua madre, si sentiva capace di tutto.
La mattina, sino a ora molto inoltrata nel palazzo Torsinghi non andavano e venivano altro che i servi.
Il vecchio Magistrato si levava per tempissimo, entrava nel suo studio e non si moveva di l sino al mezzogiorno, ora nella quale andava nel salotto da pranzo a aspettare la moglie, che arrivava sempre in ritardo, per far colazione.
Non si scambiavano quasi mai una parola.
Mangiavano, lui scarsamente, lei talora con una voracit singolare in donna, taciturni, e accigliati, sotto gli occhi dei servi.
Nei giorni in cui la contessa era pi irritabile, essa anche a tavola non si peritava di dare in escandescenze contro la fanciulla, mortificandola eziandio dinanzi ai servitori. La ragazza ormai accoglieva que' rimproveri impavida, imperterrita; l'altra allora s'inviperiva sempre pi ed un giorno si era lasciata andare sino a colpirla gravemente col manico del coltello in una guancia. Cominci subito a spicciare il sangue.
Quel giorno i servi del palazzo Torsinghi videro uno spettacolo nuovo per loro.
Il vecchio Magistrato, che non parlava mai, che non s'intrometteva mai nelle faccende domestiche, la cui pazienza sembrava non potesse mai esser soverchiata, si alz da tavola, impetuoso.
I pochi cernecchi bianchi, che aveva sulla testa irti, il volto pallido, contraffatto, con voce vibrante di commozione, si volse alla Contessa e, con le braccia protese, le grid:
Uscite!... Uscite subito di qui!...
Il sangue, che sgorgava dalla gota della fanciulla, aveva imbrattata la tovaglia.
La donna scatt dalla sedia, come una jena, ma la presenza di tre domestici, la stessa gravit del fatto la rattennero.
E lanciata al marito un'occhiata piena di ferocia, era uscita minacciosa, tutta maest dalla stanza, bella di una bellezza satanica in quella furia, che le coloriva le guance, e triplicava le attrattive della seducente persona.
La mattina, dunque, la contessa Paola non si alzava da letto fin verso il mezzogiorno: forse per stanchezza delle sue tresche, delle sue scappate notturne: o almeno ci pareva adatto a accreditar tali voci.
Lucia era obbligata a non metter piede fuori delle sue stanze sino a che non fosse chiamata per la colazione.
Ma quella mattina, la mattina, cio, in cui la polizia aveva saputo della testa d'uomo trovata fuori Porta la Croce, e aveva fatto l'accesso nella Torre degli Amieri, la contessa Paola, quasi due ore prima del solito, sporse fuori del letto il suo stupendo braccio d'avorio e suon il campanello.
Del delitto, tranne i servi, che gi ne confabulavano tra loro, come se non avessero altra occupazione, n il vecchio Magistrato, n Lucia ancora sapevano nulla.
Tutta Firenze risuonava di un fatto, ignorato tuttora dalle due persone, sul cui avvenire gli eventi di quella notte dovevano arrecare immense, irrimediabili perturbazioni.
Ma del delitto sapeva nulla la contessa Paola?
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CAPITOLO 11.
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Lucertolo, entrato nella prigione di Luciano, al vedere dinanzi a s il giovane, che gi conosceva, fece un gesto di meraviglia.
E questo l'assassino? domand a Zampa di Ferro.
Il birro croll le spalle e si fece a raccontare al superiore del modo in cui era salito sino alla soffitta nel caseggiato in Via Cardinali, del suo essersi soffermato alla porta; del dialogo che aveva colto a frullo, tra la sorella e Luciano.
Lucertolo l'ascoltava assai indifferente, ma quando ud della borsa d'oro, del tabarro insanguinato, aggrott le ciglia e domand, interrompendo il subalterno:
Dove sono questi oggetti?
Al tempo stesso Lucertolo sbirciava lo sconosciuto, che si era fatto arrestare alle porte del Bargello, ed era stato rinchiuso con Luciano.
Chi siete? domand bruscamente.
L'altro taceva.
Lo so io, l'ho ben ravvisato... disse Zampa di Ferro, ma un gesto misterioso del superiore lo ridusse subito al silenzio.
Chi sei? chiese di nuovo il Commissario in tono pi aspro.
Ma l'uomo non apr bocca, anzi, con atto bizzarro, volt le spalle al Commissario e si mise a grattare il muro a bozze della prigione con le unghie, come se vi cercasse qualche cosa.
Lucertolo non si era mai potuto scordare degli espedienti, che aveva un tempo praticato nella sua carriera.
In un attimo strinse i polsi del miserabile in modo che costui gett acutissime strida. Le dita di Lucertolo gli cincischiavano la carne come tanaglie.
Rispondi, canaglia!... Rispondi!...
Costui si divincolava, ma non diceva pi verbo. Era caduto in terra per lo spasimo e Lucertolo gli aveva puntato un ginocchio sullo stomaco.
Il manigoldo diventava paonazzo.
Rispondi! Rispondi! gli gridava l'antico esecutore, tornato ora al pristino ardore, con cui un tempo aveva fatto le parti pi umili del suo mestiere.
Era stato sempre uno de' suoi vanti, dopo quello di riuscire a scoprire, meglio di ogni altro, i delinquenti, il competere con essi di forza, far loro sentire, com'egli diceva, l'odore del suo pugno: aveva muscoli d'acciaio e una agilit senza pari.
I ladri, i mariuoli pi famosi, pullulati per lo spazio di una trentina d'anni in Firenze, potevano mostrar tutti i segni lasciati loro sul corpo dalle granfie di Lucertolo e dar notizie della gagliardia del suo bicipite.
Il disgraziato boccheggiava.
Lucertolo non vedeva ormai pi nulla: tutto intento a punire il tristo dell'avergli mancato di rispetto con tanta oltracotanza.
Ma, avvertito da certe esclamazioni degli agenti, si alz, sospingendo col piede in un cantuccio, come fosse un fardello, il disgraziato.
Visto che ora Lucertolo si era rivolto a lui, facendogli cenno che parlasse, Zampa di Ferro torn a dire:
Lo so io chi ... E un conciaiolo che sta nella Viuzza.  l'anima dannata del famoso conciaiolo detto il Gigante.
Ah! esclam Lucertolo soprappensiero. Il Gigante... Il Gigante! E si suol tenere attorno questa scamona?
Sempre! Sempre... Il Gigante dappertutto dove va, ha costui alle calcagna...
E proprio era lui, che faceva i monti della gallonea, che metteva le pelli al macero per la gramignatura che dava il rammorto nelle assavorite, che col bollero muoveva il deposito delle calcine nei bagni, quando il Gigante non poteva.
Chi t'ha mandato qui? tuon Lucertolo, chinandosi all'orecchio dell'arrestato, che era tuttora disteso in terra.
Nessuno... nessuno... mormor costui con voce esile, sono innocente!
 la solita storia! bofonchiava Lucertolo. Ma ti faremo parlare!... Sia messo subito il furfante ai ceppi! e vociava incollerito, invasato da tutto quello che avea gi veduto quella mattina.
Vestito co' panni, che il lettore sa, egli era andato alla stanza mortuaria in Via degli Alfani.
La gente accorreva, vi si respirava a fatica.
Egli stava in ascolto, squadrava la fisionomia di tutti, cercava di pigliare a volo ogni espressione, studiava ogni gesto, ogni sguardo.
Ma per un pezzo non gli capit nulla, che attirasse specialmente la sua attenzione.
Il solito orrore, le solite chiacchiere cui d origine un delitto.
Di repente entra nella stanza mortuaria un omicciattolo e se ne va tutto affusolato verso la tavola di marmo sulla quale erano esposte la testa e la mano delle vittime.
Guarda ben bene la mano, poi la testa, e, esaminando la testa, si lascia sfuggire una esclamazione di meraviglia.
Subito Lucertolo gli  ai fianchi.
L'omicciattolo pare non possa staccarsi di l.
Torna a guardare e riguardare la testa; alla fine d in un'altra esclamazione accompagnata da un gesto. Un vicino lo interroga:
Che avete!
Oh... un sospetto!
Non  a dire se a Lucertolo battesse il cuore.
Riconoscete forse quella testa?
L'omicciattolo si era gi assorto un'altra volta nell'osservare.
Il vicino sembrava punto da smaniosa curiosit.
Lo urt col gomito, e l'omicciattolo gli fisse in volto i suoi occhiuzzi grifagni.
Dunque? instava il vicino.
Ah, mio Dio! riprese l'altro, con una cera di compunto e contristato, Se sapeste... ho paura di parlare.
Ma riconoscete quella testa?
Perdina, se la riconosco!... Per, Bartolo, non ci siam visti.
Neppur per idea! fece l'altro con una di quelle mosse, che la natura ha insegnato soltanto ai popolani fiorentini.
L'omicciattolo si cacci tra la folla; ma ci era chi non lo perdeva d'occhio.
Usc dalla camera mortuaria e si dette a camminar di buon passo, ma voltato in Via del Castellaccio, appena ebbe passato la Rotonda, ove  oggi lo studio d'uno scultore, si sent acciuffare per una spalla.
Una mano di ferro lo teneva inchiodato sul lastrico.
L'omicciattolo si volse e fu sbalordito di vedere un vecchio ricurvo, con gli occhiali turchini, che pareva si appoggiasse sul suo bastone.
Sono io! S, sono io! disse una voce famigliare all'orecchio dell'omicciattolo; ma una voce non di vecchio, bens colorita, robusta.
L'omicciattolo sgranava tanto d'occhi.
Non mi ravvisi?
No... ma non mi stringete a questa maniera... La spalla mi fa male!
Sono io, signor Rodolfo Cassavoli, io, Commissario di polizia...
Il commissario Arganti? balbett l'omicciattolo, facendo mostra di tremare.
Si viene qui, continu Lucertolo, a illuminare la giustizia, o a tender trappole a me... a imbrogliare le mie ricerche, per conto del signor commissario Ferriani?
Ci era fra i due ufficiali della polizia un odio inveterato, una rivalit sorda, implacabile.
Dio mi liberi! esclam l'omicciattolo, che diventava verde, ma per davvero, sotto la stretta di Lucertolo.
Bada! Dio ti liberi da senno, continu Lucertolo, dal venirmiti a gettare tra' piedi... Ma facciamo insieme alcuni passi, non stiamo pi fermi... potremmo dare nell'occhio... Dunque riconosci tu quella testa?
Io?
Al grano!... Al grano!... Ho capito parola per parola il tuo dialogo con una persona che ti stava accanto... Bartolo della Gegia... l'ho gi appuntato qui nella memoria per contestartelo a suo tempo... Dunque riconosci...
S...
Ma sei sicuro che non vieni qui a cantarmi storie? Bada, sai, bada... Rifletti bene con chi l'hai da fare.
Vi giuro...
Il tuo giuramento per me non ha peso...
Vi giuro, insist l'omicciattolo, premendosi una mano sul cuore, che a me pare di riconoscere quella testa...  tale quale la testa di un uomo, che ho veduto ieri sera fuori Porta la Croce discorrere con un giovane pallido e scarmigliato col quale, in breve, vennero a grande alterco... L'uomo era sopra un barroccino e il giovane in abito piuttosto dimesso, a piedi, accanto al barroccino, e minacciava quell'uomo.
Lucertolo si era fatto pensoso a quelle dichiarazioni e aveva condotto con s l'omicciattolo al Bargello.
Prima di esaminare l'involto dei panni, che gli aveva recato un birro, prima di interrogare Luciano, ebbe un'idea.
Conducete qui, disse, tre o quattro giovani fra quelli che sono su nelle prigioni...
I giovani furono condotti.
Allora Lucertolo mand a chiamare l'omicciattolo, che aveva fatto rinchiudere in una stanza.
Ci  fra tutti costoro, gli domand, il giovane che asserite aver veduto altercare ieri sera fuori Porta la Croce, con l'uomo, le cui sembianze vi par di raffigurare nella testa, ora esposta alla stanza mortuaria?
Vi fu un profondo silenzio.
I carcerati si guardavano l'uno con l'altro.
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CAPITOLO 12.
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La contessa Paola, com' detto in un capitolo precedente, quella mattina aveva pi presto del solito suonato il campanello della sua camera.
Quasi subito le fu dinanzi una donnotta bruna, tarchiata, di forme rigogliose, nel primo fiore degli anni. Fra quelle due donne ci era pi d'un mistero: ambedue avevano trascorso la vita in sbrigliatezze d'ogni maniera. Erano quasi coetanee e compaesane: due donne tristi, e che avevano composto insieme il modo di darsi bel tempo, sfogando i lor pessimi talenti.
L'una umile, almeno nel sembiante, come era confacente con la sua condizione: l'altra sempre sprezzante, altezzosa, anche con la compagna di tresche, con l'ancella prediletta.
Giuditta! disse la contessa Paola con la sua voce rauca: e si era messa repentinamente a sedere sul letto, facendo un movimento, che le lasci scoperte le magnifiche spalle, i seni turgidi, bianchi, come il marmo di Paro, o del Pentelico.
Eccomi subito! rispose l'ancella, che era andata ad aprire le imposte.
Dunque? ripigli la Contessa, con impazienza.
Tutto  in assetto per partire prima di sera: anche il Conte ha dato ordine che fossero fatti i suoi bauli; par che gli vada a genio di tornare in campagna.
E che si dice?...
Per tutta Firenze non si parla d'altro...
Sei gi uscita?...
S...
E se io ti avessi chiamata, se avessi avuto bisogno di te? domand la Contessa irritata, come se non pensasse pi in quel momento ad un obietto assai rilevante.
Oh, signora... se sapesse...
Parla! disse la Contessa, che parve ad un tratto ardente di curiosit, e sollev le braccia, di una perfezione mirabile per ravviarsi i copiosissimi capelli biondi che le ricadevano sulla fronte. Parla!
Una tale che abita nella Torre degli Amieri...
La Contessa non batteva palpebra, ascoltava attentissima.
Ha trovato, stamani, una mano di donna...
Dove?
Non si sa, ma per di certo per le scale della Torre, o in Piazza degli Amieri... L'ha portata al commissariato di Valfonda.
Al commissario Arganti? interrog la Contessa con una specie di ruggito. Maledizione! Ma non ha detto la donna dove l'aveva trovata?...
La donna  stata chiusa nella carbonaia del commissariato...
(Col nome di carbonaia, o stanza di polizia si designava la prigione nella quale si tenevano provvisoriamente gli arrestati, e ve n'avea una in ogni commissariato).
 una donna che soffriva gi di convulsioni epilettiche... una vecchia... Pare le abbiano fatto un grosso spavento, ha dato in un accesso di delirio... eccitata com'era gi dal terrore inspiratole dalla mano mozza...
Un ghigno feroce contrasse le labbra della Contessa.
Forse voleva significare che ella non avrebbe avuto paura di cos poco!
Insomma la vecchia non ha parlato... Ma la polizia a forza di indagini, guidata da quel Lucertolo che sar la nostra dannazione,  arrivata a supporre che un delitto dovesse essere stato consumato nella Torre degli Amieri.
La Contessa proruppe in un'esclamazione empia, trivialissima.
E balz nuda dal letto, ravviluppandosi subito in un'ampia veste da camera, sotto la quale pur traspariva tutta la vegeta ricchezza delle sue forme.
Hai detto, mormor, digrignando i denti, coi pugni chiusi, che hanno immaginato... un delitto... nella Torre degli Amieri...
E hanno trovato tracce di sangue sui muri della scala, prosegu la cameriera.
La mano perduta... il sangue lasciato qua e l... tutte le imprudenze commesse denotano che il codardo aveva paura... tremava!... E costui vorrebbe esser degno dell'amore di una donna come me... Vili!...
Il signor Luciano  stato arrestato!
Luciano?... Arrestato! e la Contessa dette uno strido, e and in volta come forsennata per la stanza. Arrestato Luciano?...
Poi rompendo in una di quelle riprovevoli esclamazioni che le uscivano di bocca, quando era in collera, fece un gesto cos screanzato che, urtando un magnifico vaso della Cina, che era sopra un leggiadrissimo stipo, lo mand in frantumi.
Le due donne tacquero un istante, pensando il fracasso potesse attirar gente.
Ma nessuno in casa osava accostarsi, non chiamato, alla camera della Contessa.
La notizia dell'arresto di Luciano per l'aveva accasciata. Se ne stava ormai taciturna, quasi raggomitolata nel canto di un sof; la testa appoggiata tra le mani; i copiosi capelli biondi tutti scarmigliati e disciolti.
La cameriera, col suo sembiante dal quale spiravano come da quello della padrona gli ardori della volutt inattutiti, l'energia indomita, l'animo pronto alle feroci determinazioni, stava di contro alla signora, con le braccia conserte al petto, guardandola fisso, quasi godesse di vederla soffrire, umiliata.
Ma come sono potuti giungere sino a Luciano? chiese la Contessa esaltata.
Oh, costui avea dato tra' piedi a un birro proprio verso piazza degli Amieri, nel cuore della notte... Che cosa egli, senza saper di ci che accadeva nella Torre, era venuto a far l?... Noi per abbiamo udito... se lo ricorda?... Dall'alto della Torre... Nel silenzio della notte... la voce del birro, mezzo preso dal vino, che altercava... E ci siamo anche per questo trattenute quasi un'ora dopo.
E avranno trovato i panni in casa di Luciano?...
S, s, rispose la fantesca con precipitazione.
Allora siamo perdute... siamo... siete... tutti perduti, url la Contessa, ormai senza ritegni, disperata, e dimenandosi come una leonessa nella sua gabbia. E il tuo amante... il tuo famoso amante? torn a dire, con uno scherno che avea del feroce.
Ah, il mio... il mio povero Gigante ha fatto le cose da par suo... tutto in regola, come era stato fissato... La testa  stata trovata verso la Via Piacentina, tutta trasfigurata...
Basta! Basta! interruppe la Contessa. Anche la fedelt dei nostri complici ora mi fa nausea!
E si contorceva, si dibatteva, pestava i piedi, si cacciava le mani fra i capelli, stracciava la ricca veste che aveva attorno.
La serva, la complice pertinace di tante sregolatezze, non volle di subito metter termine a quel martirio: sebbene amasse la padrona, o per la crudelt dell'indole, o per vendetta di lunghe soverchianze chetamente, non di suo grado, sopportate, si compiaceva a protrarre quell'acerbo tormento, a stillarle nel cuore a ogni tanto una nuova amarezza, come un lento e cocentissimo veleno.
Pure alla fine le parve che fosse da por modo a quella inconsiderata ambascia.
Il Gigante... il mio povero Gigante ci salver tutti, disse scolpendo ogni sillaba con studiata lentezza. Consigliato da Rodolfo Cassavoli, egli ha sobillato un tale, detto il Topo, suo compagno: costui si  fatto arrestare con uno strattagemma alle porte del Bargello, nel momento in cui vi conducevano Luciano, ed  stato chiuso in prigione con lui... a quest'ora...
E la cameriera si mise a bisbigliare altre parole all'orecchio della padrona.
Di un tratto questa apparve tutta rasserenata.
Dunque... Luciano, riprese la Contessa, non parler... e tutte le apparenze saranno accumulate contro di lui solo...
E si racconsolava in quel tristo pensiero, pronta a trovar repentino ristoro a' sospetti, alle paure, come a cedere in subitanei scoramenti.
Le carceri del Bargello, come sa, continu Giuditta, sono sotto la immediata sorveglianza e custodia del Commissario di Santa Croce... il Ferriani...
La Contessa ebbe un gesto indescrivibile.
La sua fisionomia divenne sempre pi accesa.
E rabbrivid sotto gli sguardi scrutatori, quasi provocanti, impertinenti, della serva.
Vedremo, esclam Giuditta, quello che egli sapr fare... Il mio povero Gigante  ferito... Il marito della Teva gli ficc una lama sottile in una mascella... Per quella canaglia l'ha pagata cara due ore dopo... Con noi non si scherza!
E il seno largo, ricolmo, della robusta fantesca ansava, ondeggiava.
Ma, soggiunse, prima di partire voglio andare alla chetichella a vedere il mio Gigante: a passare due ore nel suo tugurio... L nessuno avrebbe mai il coraggio di venirci a spiare, a sorprendere... Ecco un uomo che davvero, al bisogno, saprebbe difendere una donna!
Il Gigante era proprio di una forza erculea, di una solidit di colosso.
Un giorno, per caso, gli si era rovesciata addosso una caldaia d'acqua bollente.
L'acqua, fumante come lava, era scorsa sulle sue carni, raddurite dal tannino, come le gocce di una pioggia leggera corrono sulle braccia, sulle gambe di una statua di bronzo. Non si era mosso.
E Lucia sa nulla dei fatti di stanotte? richiese la Contessa con una certa trepidanza.
No, non  uscita di camera.
Ma Lucertolo?... Lucertolo?... prosegu la Contessa, divenuta di una insolita loquacit, come chi si studia attutire un gran rimorso, o distrarsi da una forte paura.
Lucertolo da stamani ha fatto miracoli... Il suo desiderio d'eclissare il commissario Ferriani, di sopravanzarlo, di deventar lui il primo Commissario della citt, raddoppia le sue forze...  instancabile... Cadr nelle trappole, che gli sono preparate?... Quell'uomo ha il diavolo in corpo!... Vede attraverso i muri... legge negli animi, da stamani in poi, mi par di vederlo capitar qui a ogni minuto...
La contessa brand i pugni in aria, chiudendo gli occhi come se volesse a forza liberarsi da una importuna, tremenda visione.
In quel momento tre colpi gravi, solenni, furon dati al portone del palazzo.
Tre colpi, che martellarono diritti al cuore delle donne.
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CAPITOLO 13.
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Prima che l'omicciattolo da noi lasciato a tu per tu con Lucertolo al Bargello, avesse risposto alla domanda di lui: se fra i carcerati, fatti venir l, ravvisasse il giovine, che diceva aver visto altercare, fuor di Porta la Croce, con quel tale, di cui gli pareva riconoscer le fattezze nella testa esposta al pubblico, si lev un gran rumore e vi fu ressa di birri alla porta della stanza.
Un altro arrestato! Un altro arrestato! gridavano alcuni agenti.
Lucertolo mosse loro incontro, urlando:
Ma si vogliono dunque compromettere le mie ricerche?... Se avete altri arrestati, vi par questo luogo di condurli in tal momento?... Non sapete che occorre impedire ogni comunicazione fra le persone catturate per un medesimo delitto?... Son forse oggi ridotto a far lezione a dei novizi?...
E, voltatosi indietro sulla soglia della porta, disse a Zampa di Ferro:
Sta' bene attento che nessuno parli e si muova... E voi, Rodolfo, uscite per un istante!
A un segno di Lucertolo gli agenti scortarono l'omicciattolo e lo richiusero di nuovo nella stanza dove era stato pochi momenti prima.
Lucertolo gi aveva adocchiato un tale che due birri tenevano legato in mezzo a loro. Magrissimo, il volto chiazzato da certe macchie obbrobriose, stigmate che lascia il vizio, l'abuso di sfrenati bagordi, con un vestito tutto sbrendolato, che pareva gli cadesse di dosso, costui stava in mezzo agli esecutori, impaurito, e aveva quasi cera di idiota.
Perch  stato catturato? domand Lucertolo.
Signor Commissario, rispose con accento fermo, in atto rispettoso uno dei birri, ce la siamo battuta tutta la mattina l nel Mercato. Se ne sentono di tutti i colori!... L'uomo che abbiamo catturato,  stato veduto pi volte nei giorni scorsi in attitudine sospetta in Piazza Amieri... Due pigionali della Torre attestano di averlo veduto bussare ieri alla porta del quartierino, in cui  accaduta la strage... Uno di essi crede poter assicurare che, dopo che egli fu passato su per le scale, la porta fu aperta e costui entr.
Vi giuro, signor Commissario, esclam il catturato, buttandosi in ginocchio, comech avesse le mani legate, che io sono innocente.
E voi, perch avete in mano cotesti oggetti? chiese Lucertolo all'altro birro.
Questo bastone... la pipa... il fazzoletto rosso... Sono oggetti stati ritrovati or ora... il bastone e la pipa dietro un uscio in Piazza Amieri, il fazzoletto nel vicolo presso la piazza...
E, replic il birro, che gi aveva parlato il primo, vi sono testimoni, i quali asseriscono aver veduto in questi giorni un uomo, d'aspetto truce, mal vestito, con una pipa in bocca, con un grosso bastone come questo, andare per le straduzze che mettono alla piazza, talvolta nascondersi come per evitar di essere troppo guardato... Un giorno gli  stato veduto un fazzoletto rosso al collo... Circa due mesi orsono, una donna, alta, ben proporzionata della persona, con abiti di velluto... insomma una signora...  stata veduta traversare la piazza cinque o sei volte, verso l'ora di notte, ed  salita quasi di furto nella Torre.
Contrassegni... avete altri contrassegni di questa donna? interruppe Lucertolo tutto fuoco.
Quelli che abbiamo gi dati alla S. V., rispose il pi anziano degli agenti. Alta... ben proporzionata... capelli... biondi...
Cap... cap... elli bion... di, ripet Lucertolo con commozione. Capelli biondi, dite?
I birri fecero un gesto di assentimento.
Ah, mormorava tra s Lucertolo glorioso al vedere che andava di trionfo in trionfo quella mattina. La donna, che entrava nella Torre, all'or di notte,  la donna della quale io ho ritrovato i capelli sulla spalliera della poltrona...  una delle donne complici, o assistenti al delitto, come avevo indovinato anche dalle orme.
In un attimo il bravo ufficiale della polizia avea fatto tra s tali riflessioni. E aggiunse:
Mettete subito costui in una segreta; poi verr a interrogarlo...
I birri non avevano ancora salito il grande scalone del Bargello, che metteva alle carceri e gi sopravvenivano altri tre birri, menando tre arrestati: due giovinastri, e una donna di partito, che avea la sua tana in via Lontanmorti.
Alla vista del Commissario gli agenti tirarono gi i loro cappellacci di felpa bianca, come allora usavano.
Dite! intim Lucertolo, duro, impettito.
Quella era giornata campale per la polizia: e la polizia, sempre, ma specie in certi momenti, non ha da buttar via il tempo in frasi.
I nostri agenti, signor Commissario, cos cominci un caporale, che era con gli altri due esecutori, hanno, eseguendo gli ordini di V S., rifrustato, praticato gi, durante la mattina, tutti i peggiori covi e raddotti del Mercato... Uno di essi  capitato in casa la Brunaccia... questa donna... e tirava avanti l'arrestata con brutto garbo. La porta era aperta... Prima che s'accorgessero della presenza dell'agente, egli avea udito una conversazione tra la sgualdrina... e i due che l'accompagnano... due gi precettati... Parlavano del delitto di stanotte... "Ci  corso dell'oro", dicevano, "gli assassini sono stati ben pagati... Sguazzeremo... qualcuno dei nostri amici verr a fare un po' di parte anche a noi... Eh! Vi potrei assicurare...", aggiungeva la cortigiana... "che i due sono stati ammazzati stanotte per soddisfare la vendetta di una donna...". L'agente si avvide che, avendo dietro di s la finestra spalancata della scala, la sua ombra era ripercossa sul muro della stanza dove parlavano i manigoldi... Infatti uno di costoro, adocchiata l'ombra, si era alzato, e venuto alla porta... Su questi indizii li abbiamo arrestati... Per ora hanno rifiutato di dare schiarimenti sugli amici da loro nominati, sulla vendetta di donna...
In segreta!... E tutti in segrete separate! vociava Lucertolo. Togliete ogni comunicazione... Li interrogheremo tutti a uno a uno.
E, voltosi a un capo-agente:
Andate l alla Rota... ad avvertire il Cancelliere Maggiore di questi nuovi arresti, perch venga a interrogare anche egli i catturati. E ora a noi!
Il caporale, che col suo mazzo di chiavi intorno al polso, stava sempre a guardia del cancello delle prigioni, l'aveva appena serrato dietro a' birri, saliti poc'anzi, e gi, sentendo bussare, lo riapriva a quelli che traevano i tre nuovi arrestati.
Lucertolo, tornato nella stanza di custodia, ove avea dato ordine fosse pur ricondotto l'omicciattolo, gli domand:
Ci , fra questi cinque giovani, quello che dite aver veduto altercare ieri sera fuori di Porta la Croce?
Ci ! ripigli sicuro l'omicciattolo.
E qual ?
Questo!
E l'omicciattolo si era fermato dinanzi a Luciano, stendendo il dito verso di lui.
La falsa testimonianza scosse tutti.
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CAPITOLO 14.
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La contessa Paola e la sua ancella erano rimaste pi che sbigottite ai tre colpi dati sul portone del palazzo.
Sembravano due furie.
L'una e l'altra non avevano mai chiuso occhio da ventiquattr'ore, sebbene la Contessa si fosse buttata per poche ore sul letto; erano stanche, abbattute per le commozioni provate, per lo spettacolo orrendo cui avevano assistito, per le terribili peripezie di quella notte.
Avevano le palpebre gonfie, le pupille iniettate di sangue, e lividissime occhiaie.
Sino allora, nella casa tranquilla, vicino al Magistrato, integro, stato sempre severo, implacabile coi delinquenti, vicino alla fanciulla incontaminata, di animo altissimo, le due donne avevano parlato delle circostanze dei due delitti.
Esse ne sapevano pi della polizia, pi di tutti coloro, che in quel momento ne parlavano nella citt, ed erano a centinaia.
Ne sapevano pi dei servi, che a pochi passi dalla camera, nelle loro stanze cicalavano dell'accaduto, si domandavano quali potevano essere gli autori di s feroci misfatti.
I colpi dati al portone raddoppiarono, pi sinistri e sonori nel silenzio in cui pareva tuttor dormisse la casa.
Il portone fu sbatacchiato pochi istanti dopo.
Le donne udirono un rumore di passi.
Qualcuno si accostava alla camera.
La contessa Paola, senza riflettere, balz all'uscio, chiuse il piccolo chiavistello, dette mano a una pistola, che trasse da un cassetto aperto, e si appost dinanzi all'uscio.
I passi si avvicinavano.
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CAPITOLO 15.
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Come sa il lettore, l'omicciattolo che con tanta sicumera avea dichiarato nella prigione di riconoscere Luciano pel giovane da lui veduto altercare la sera innanzi fuor di Porta la Croce, era Rodolfo Cassavoli.
 proprio lui? interrog di nuovo Lucertolo.
Lui... lui... rispose l'altro, serio, compassato, senza troppa baldanza, ma senza titubare, come si addice a chi non sta punto in forse della verit.
La mattina Rodolfo Cassavoli avea subito avuto sentore dell'arresto di Luciano e incontanente avea fatto nell'animo un bel disegno. Egli era lancia spezzata del commissario Ferriani, da lui prezzolato, adoperato in bassi servigi a uso della polizia segreta. Tristo, simulatore, aveva diguazzato in molte acque torbide uscendone sempre bene. Le mani gli grondavan di sangue, si era imbrancato tra sicari, era stato ricettatore di furti, non si commetteva reato d'importanza senza consultarlo: stava sul grande co' mariuoli, co' pi trincati furfanti, a' quali incutea soggezione e aveano ricorso a lui come ad autorit senza pari.
Sebbene avesse tanto trescato col delitto, quell'omicciattolo dai capelli grigi e dagli occhiuzzi grifagni non pure era scappato al boia, con singolare accorgimento, ma nessuno era riuscito ad intaccarlo con ciarle, racconti a suo carico.
Alla polizia tornava prezioso: vero arnese a doppio taglio, se traeva partito a suo pro di certi delitti, da altra parte non aveva chi lo uguagliasse nel conoscere gli scellerati, nella destrezza a saper strigare le fila di un delitto, agevolar le indagini, metter la giustizia sulle vere tracce de' rei, scombuiarne le malizie, render loro vana ogni resistenza.
Non  a dire se, fornito di tale astuzia, sapesse trovar a s sempre nuovi scampi.
Era insomma un birro brizzolato di furfante, o un furfante brizzolato di birro: due cose, che pur talvolta, sebben di rado, si trovano accozzate a compor la stoffa di quei manigoldi, che la polizia ha bisogno d'impiegare e tollerare per arrivar diritta al cuore di certe congreghe, per aver un occhio anche in quelle fitte oscurit dove i malviventi si credono imprendere al sicuro le loro gesta e dove la polizia titolata, ufficiale, non pu arrivare.
Nelle mani del commissario Ferriani questo Rodolfo Cassavoli era stato un grande strumento e aveva reso, ai tempi trascorsi, servigi ragguardevoli. Poi, d'un tratto, al commissario Ferriani era caduto in pensiero di adoperarlo, sapendo di quali mezzi e di quali braccia disponesse, in un'infamia senza nome.
Ma non anticipiamo sugli avvenimenti.
Rodolfo Cassavoli conosceva Luciano: cap subito, quando seppe che verso di esso si torcevano i sospetti della polizia, che egli era stato colto di notte vicino alla Torre, quanto costui potesse giovare a' suoi intenti.
Subodor subito che Lucertolo si sarebbe recato alla stanza mortuaria: sapeva bene che egli non lascerebbe nulla d'intentato. E con Lucertolo egli non aveva mai avuto il suo sangue: l'idea di battersi, di gareggiar d'astuzia con un tal uomo, di riuscir forse ad accoccaglierla, lo inanimiva: e se n'era corso alla stanza mortuaria per metter in opera il suo disegno.
A dir il vero non gli era andata male.
All'uscir dalla stanza, s'accorse che Lucertolo gli veniva dietro, lo pedinava, e comech egli avesse fatto sembiante di non ravvisarlo, lo aveva subito fiutato col suo odorato di bracco anche sotto la parrucca da vecchio, sotto le vesti insolite delle quali il celebre poliziotto si era abbigliato per celarsi.
E a tutti era rimasto celato, fuorch a Rodolfo Cassavoli, bracco fino, cui certi stratagemmi erano ormai famigliari, che lo aveva riconosciuto all'andatura, sebben contraffatta, a certi gesti, perfino al modo con cui aveva tirato su due prese di tabacco.
La falsa testimonianza dell'omicciattolo scosse, come ho detto, gli agenti di polizia.
Gi la posizione di Luciano era aggravata dai panni insanguinati, dalla borsa d'oro trovata presso di lui, dalle sue reticenze.
Ora un testimonio lo riconosceva, l'aveva veduto la sera innanzi altercar con un uomo ucciso la notte fuori Porta alla Croce, poich il testimone asseverava di ravvisare nella testa trasfigurata, esposta nella stanza mortuaria, i tratti di quell'uomo!
E che cosa rispondeva il giovane cos gravemente indiziato?
Nulla.
Luciano, alla ardita affermazione dell'omicciattolo, al sentirsi dire con tanta falsit che egli era stato la sera innanzi fuori di Porta la Croce; all'accorgersi che egli era cos compromesso quasi irremissibilmente, non profer parola.
Di pallido che era, divenne rosso, acceso nel volto.
Colui, che si era fatto arrestare alle porte del Bargello, presso Via del Palagio, per recare il misterioso biglietto che subito aveva inghiottito, scambi una rapida occhiata con Luciano, che pur lo guardava.
In quell'istante, Rodolfo Cassavoli sorprese le due occhiate. Riconosciuto nell'arrestato il conciaiolo amico del Gigante, non aveva saputo rattenere un gesto di meraviglia, ma non disse verbo.
Siamo tutti in moto! pensava fra s. Qualche cosa di straordinario deve accadere.
Ed accadeva infatti.
Poich Lucertolo, che come tutti gli altri aveva osservato il silenzio per varii secondi, afferr il Cassavoli pel bavero della carniera, e squassandolo come se volesse slogargli le membra, con un urlo, che rimbomb nella prigione, gridava:
Ah... canaglia... e falso testimone!
Si ud un gran rombazzo verso la porta della prigione.
Due esecutori, scesa a scavezzacollo la scala del Bargello, che metteva alle prigioni, dette con bizzarro nome le Cascine, e dove erano state chiuse le quattro persone, test arrestate, si fecero sulla soglia del carcere di custodia ove si trovava Lucertolo.
Zampa di Ferro! mormor uno dei birri, chiamando a bassa voce il confidente di Lucertolo. L'uomo che i pigionali della Torre dicono aver veduto bussare alla porta del quartierino... ha parlato...
Eh? esclam Zampa di Ferro, trepidando.
Assicura che egli  un mendicante... che la donna uccisa, tagliata...  da lui gi veduta ieri nel quartierino... ... una certa Faltini...
Zampa di Ferro, tutto turbato, si mise l'indice della mano sinistra in croce sulle labbra, come per far cenno al birro che tacesse un istante.
La scena tra Lucertolo e Rodolfo Cassavoli nella stanza di custodia era degna della loro attenzione.
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CAPITOLO 16.
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Dunque, signor Commissario, disse il Cancelliere Maggiore della Rota a Lucertolo col quale si trovava da alcuni minuti nella stanza attigua alle prigioni, dove i magistrati solevano talvolta interrogare gli inquisiti, lei crede che il Cassavoli abbia fatto una falsa testimonianza?
Oh! Senza dubbio... Costui  un matricolato briccone...
Pure lor signori lo avevano accettato nella polizia...
Accettato no, mi permetta... signor Cancelliere. Ci siamo serviti di lui in varie occasioni e la polizia, per suo istituto, si giova di tutto e di tutti!... Ma  chiaro che qui abbiamo una falsa testimonianza... Io ho provato che l'assassino, dopo consumato il delitto fuori di Porta la Croce, si  dato alla fuga, ha attraversato il canneto, sulla riva dell'Arno, si  gettato in una barca... Quindi deve aver abbordato probabilmente al greto opposto, o in altro lato, all'aperta campagna... A quell'ora le porte della citt sono chiuse, come poteva dunque il giovane, trovarsi la notte, dopo commesso il delitto, nel centro di Firenze, in piazza degli Amieri?... Il giovane, del resto, non si  mai allontanato da casa sua, dalla Via Cardinali, dal Mercato, nella giornata... Questo gi si sapeva dal colloquio che i birri avevano sorpreso fra fratello e sorella, nella soffitta... Il fratello non si  staccato dalla sorella moribonda, se non per qualche istante... L'uomo che ha commesso il delitto, fuor di Porta la Croce,  uomo di alta statura, robusto, come io ho gi provato: le braccia di un giovincello cos debole, come l'arrestato, non potevano aver forza di maneggiare il ferro, che ha servito all'opera nefanda...
Questo  un grande imbarazzo! disse il Cancelliere Maggiore. Di rado ho avuto un processo pi intricato.
La falsa testimonianza ci chiarisce, ripigli Lucertolo, che l'arrestato  innocente: che per appunto contro di lui i veri rei si studiano di accumulare falsi indizii per stornarci dai buoni...
Ma i panni insanguinati trovatigli in casa?...
Altra falsa testimonianza, signor Magistrato... Quei panni sono stati recati, lasciati l dai veri delinquenti con intenzione diabolica...
Ma che consigliereste di fare?
Inquisire subito Rodolfo Cassavoli... La sua falsa testimonianza gi lo indica autore, o complice dei due delitti... Il tristo ha preteso di provar troppo... volendo provare che Luciano Gruffoli si trovava fuor di Porta la Croce e in Piazza Amieri, come gi ci era noto, al momento in cui si perpetravano i due assassinii.
E circa il mendicante... Asserisce aver veduto ieri nel quartierino della Torre una certa Faltini, credete che costei possa essere la donna uccisa?
Ho gi preso informazioni... Una certa Letizia Faltini  conosciuta nel Mercato... Portava un tempo le sporte a casa alle cuoche delle grandi famiglie... Fu ganza di un soldato... anzi pare di pi soldati... ma a un tratto spar... La polizia ebbe gi gravi sospetti; si dubit fosse stata uccisa: si ebbero comunicazioni a tale scopo con le autorit militari: ma indarno... L'affare rimase sospeso, non essendosi trovata sufficiente ragione a procedere contro alcuno.
Cerchiamo di sapere se questa donna sia stata rivista da altri...
Oh! Non l'ha veduta nessuno!... Qui abbiamo un'altra falsa testimonianza... Il mendicante  pure un mentitore!...
Il Cancelliere fece un gesto di maraviglia per la risolutezza con la quale parlava l'ufficiale della polizia.
Ella dubita di me?... Le paio troppo ardito? soggiungeva Lucertolo. Ebbene, le dir che abbiamo un terzo tentativo a burlare la polizia... Una lamaccia di ferro, tutta insanguinata,  stata gettata nel fossaccio dell'Ammazzatoio di l dalla Locanda Fazzini fuor di Porta alla Croce... Ma la malizia  mediocre... la polizia sa, grazie alle mie ricerche, che l'assassino  fuggito dalla parte dell'Arno, con le mani insanguinate, lasciando tracce di esse sulle alte canne... Come poteva tornare indietro per buttare il ferro a tale distanza? Dalla qualit della lama, dal punto in cui  stata gettata, si comprende che uno degl'interessati nel delitto mirava a attirare i sospetti della polizia sui molti norcini, che esercitano l presso il loro mestiere...
Ma chi ... chi ... tuon il Magistrato, scuotendosi sulla sedia, che pu aver architettato tutte queste falsit, chi  che sembra aver studiato tanto il modo di burlarsi di tutti noi?...
Uno che crede, insinu Lucertolo, lieto di vedere il Magistrato accendersi d'ira, che la polizia, che in ispecie la magistratura, Lucertolo non si peritava di attribuire al Magistrato le sue scoperte, manchino assolutamente di ogni competenza, di ogni acume!...
Ah, glielo faremo vedere... glielo far vedere io! grid il Magistrato, appinzando le sue labbra di mastino, e accomodandosi gli occhiali d'oro tra i peli della parrucca, che allora portavano molti e molti. Il giovane catturato nella soffitta di Via Cardinali lo avete interrogato?
S, signore!
E che cosa ha risposto?
Nulla: egli rifiuta di parlare... Ci pure mi prova che non  reo... Un reo si difenderebbe...
E credete che sia?...
Un innamorato!...
Ma questo allora  un romanzo...
Mi spiego... Io l'ho tempestato di domande... Il delinquente, in generale,  audace, impertinente, costante in certe reticenze, sino a che crede che il fatto rimanga misterioso... Quando si accorge che la polizia ha nelle mani il filo del delitto... quando chi lo interroga, per intuizione, tocca punti veri, indovina... allora prova una commozione, che chi ha pratica delle fisionomie, riconosce subito... Si vedon certi rossetti sulle guance del delinquente... egli suol far un gesto intorno alla gola, come per slargar la cravatta, il collo della camicia, quasi soffocasse... straccia gli orli del cappello, che ha tra le dita... gli viene un piccolo tremito alle labbra, alle mani... gli s'inaridisce la laringe, spurga spesso, sfugge lo sguardo... Si comprende che ha una contrazione alla gola... Tutti, tutti i rei... non c' caso... sono cos in certi momenti... Nelle fisionomie pi impassibili un occhio esercitato coglie l'effetto prodotto da una domanda aggiustata.
Dunque?
Il giovane  rimasto imperterrito a tutte le mie domande... Quando a un tratto, io, incollerito, mi sono messo a gridare: "Conosciamo la vostra amante!... La giovane per la quale vi compromettete!..." il suo volto  diventato come di fuoco... gli balenarono gli occhi... ebbe un lieve tremito alle labbra... Mi guard: si accorse che lo avevo fatto cadere in un laccio e con un furore mal represso, torn al suo stato di apparente indifferenza.
Gli avete parlato della severit delle pene, del patibolo, cui va incontro, stante la gravit degli indizii?
Di tutto.
E senza utilit?
Senza utilit.
Questo sciagurato d buon giuoco ai veri assassini... copre le loro trame... Ma io voglio scuoprirli... intendete?
E il Magistrato, battendo ora la palma sulla tavola, si era alzato e si era accostato a Lucertolo.
Commissario! cominci a dire con un certo piglio insinuante, io studio lei da qualche momento...
Me...
Sicuro...
E a quale scopo?
Per le mie ricerche.
L'ufficiale della polizia pareva fosse rimasto confuso da questa risposta del Magistrato, dal modo con cui aveva pronunziato la parola mie.
Io, ribatt il Cancelliere, che non cavava pi gli occhi di dosso a Lucertolo, ho gi capito che lei ha in corpo un segreto!
Io? Eh... potrebbe darsi!
Caro signor commissario... Arganti, disse il Magistrato Inquirente, tendendogli la mano, qui siamo soli... siamo due vecchi... tutt'e due abituati alla discrezione... sappiamo custodire una parola... Lei ha qualche gran sospetto... che non osa palesare... Lei ha messo insieme tutti questi indizii di false testimonianze, di tentativi fatti per sviare le nostre indagini, e da tal punto, risalendo agli autori, ai consiglieri di tali testimonianze, di tali tentativi, lei si dice, ma non osa dire a me, che il delitto debba essere stato voluto, diretto di certo, eseguito forse da persone molto ragguardevoli, ricche, potenti... Lei ha gi in s il nome di queste persone, almeno di una...
Lucertolo era tutto palpitante di commozione.
A stento ratteneva la parola.
Ma parli!... Parli!... disse il Cancelliere. Pu fidarsi di me...
E gli tendeva un'altra volta la mano stringendo forte quella di Lucertolo.
Lucertolo si fece sempre pi accosto al Cancelliere e abbassando la voce, come se avesse paura di essere udito, cincischi tra i denti:
Sospetti ne ho... e gravissimi... e fondati!... Ho esaminato gli abiti, il cappello, lasciati nella soffitta del giovane catturato... Ci  lo stesso profumo in quegli abiti, che io gi avevo fiutato nell'ingresso della Torre, e nella camera dov' stato commesso il delitto... Nel cappello ho trovato alcuni capelli biondi simili a quelli che avevo gi rinvenuti sulla spalliera della poltrona nella stanza da noi visitata... Ergo... una donna travestita da uomo ha assistito al delitto nella camera della Torre, poi, fuggendo, si  riparata nella soffitta del giovane dove ha lasciato i suoi abiti...
Chi era costei? interruppe il Cancelliere.
Ecco forse il punto massimo delle ricerche... A tale scopo ho bisogno di pieni poteri... di procedere a visite domiciliari... a catture, senza essere trattenuto da riguardi...
Intendo!... Intendo!... disse il Cancelliere, e io vi accorder pieni poteri!
Prego Vostra Signoria di stendermi subito in bianco gli ordini di cattura!
Il Magistrato sedette, tuff la penna d'oca nel calamaio, e in un foglio di carta turchinicchia butt gi alcuni freghi; quindi lo rimise all'ufficiale della polizia.
Occorre, prosegu Lucertolo, far di tutto per sapere chi sieno le persone uccise... La esposizione pubblica non ha dato alcun profitto... Circa la donna, io ritengo che l'asserzione del mendicante, il quale vorrebbe far credere che possa essere la Letizia Faltini, sia falsa... Ma non scartiamo pure tale ipotesi...  d'uopo mandar subito un bando nelle citt, per tutte le potesterie: invitiamo tutte le famiglie, dove mancasse qualche persona a darne avviso ai bargelli... Consultiamo accuratamente i registri degli assenti, di coloro che hanno ignota dimora... Specifichiamo il caso... Chiediamo ai vicarii, bargelli, caporali, notizie di una Letizia Faltini.
Va bene... Oggi dall'Uffizio degli Atti dirameremo tale richiesta... Poi...
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CAPITOLO 17.
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Prima che il Magistrato avesse finito di parlare, Lucertolo gli aveva voltato le spalle e facendogli cenno che tacesse, in punta di piedi s'indirizzava verso una porticciuola che era nella stanza.
Quella porticciuola apriva su una scaletta che metteva in comunicazione con le carceri gli uffici della Cancelleria Criminale, movendo dalla sala degli attuarii.
Accanto a quella porticciuola, con cancello, era lo scrittoio dei capi custodi delle prigioni. Il custode di guardia aveva la chiave e apriva soltanto alle persone addette alla cancelleria, alla Rota, agli esecutori, che conducevano persone, le quali, dopo l'esame dovessero esser ristrette in carcere.
E per quella scala scendevano gl'inquisiti a sostenere gli esami, quando gli attuarii non venissero a tenerli nelle stanze, a loro assegnate, che si trovavano al primo piano del Palazzo del Bargello, attigue al locale delle carceri.
Le carceri alla larga, o pubbliche, secondo il termine giudiziario, rispondevano tutte nella immensa sala, detta il Cappellone, oggi stupendamente restaurata e tornata all'antico sfarzo.
In tali carceri si mettevano gli inquisiti, cavandoli dalle segrete, dopo forniti gli interrogatorii, ultimato il processo scritto, e trasmessi gli atti d'inquisizione: insomma ci che oggi  significato con le parole: conclusione dell'istruttoria.
In certi giorni della settimana il pubblico era ammesso a visitare i carceri che si affacciavano alle finestruole delle celle, e ai quali era consentito il ricevere certi piccoli doni.
La domenica un frate del vicino convento di San Firenze diceva la messa nel Cappellone, sul quale aprivano le finestruole delle carceri pubbliche, e anche altri prigionieri erano allora trasportati con ogni cautela in esse carceri.
Inutile dire che le finestruole si serravano dal di fuori, a talento de' guardiani.
Le carceri pi strette, al secondo piano, aveano, come ci venne gi in taglio di rilevare, il singolarissimo appellativo di Cascine, e un carcere tetro, dove si balestravano gl'insubordinati, i rei di tentativi di fuga, era nella Torre del Bargello e aveva nome di carcere dell'Inferno.
 tuttor vivo chi si ricorda di uno strano uso. Si comportava che dalle finestruzze delle prigioni i carcerati calassero sulle strade attorno al palazzo, su cui rispondevano, certi sacchettini ne' quali i pietosi mettevano le monetuzze di un quattrino o due quattrini.
La cappella, ove fu scoperto il famoso ritratto di Dante, era una segreta, e l ebbe ricetto il Picciotto di Livorno, che sostenne un processo per baratteria marittima, durato circa sett'anni, de' pi clamorosi, che discutesse la Rota.
Memorabili furono le fughe dalle carceri del Bargello: ben inteso dalle carceri segrete, che rispondevano in Via della Giustizia, oggi Via della Vigna Vecchia.
In quella strada tortuosa, che pur serba, dietro il Bargello, con certe sue squallide, grottesche casupole, tanta della sua pristina cupezza, non stava alcuna sentinella: e il corpo di guardia de' birri era, dalla fiancata opposta, in Via del Palagio, (oggi Via Ghibellina) e vi s'entrava da una porta, or distrutta, fuori della quale si rizzava il muricciuolo, che serviva alla gogna.
Stupenda per l'altezza e l'ardire onde venne eseguita fu la fuga di Raffaello Picchi, detto il Norcino, masnadiero tra i pi famigerati, che con le sue scorribande aveva messo a terrore la Val di Nievole.
Un altro carcerato con pazienza e accorgimento, onde pi di recente si  menato in certi casi tanto rumore, sfondata la volta reale, si cal di nottetempo negli uffici della cancelleria, sottoposti alle prigioni, e di l, aprendo dal di dentro tutti gli usci, se ne venne fuori quetamente per la porta, detta de' Leoni, dalla quale si entrava alla Rota, e che dava in Via de' Librai, oggi Via del Proconsolo.
Ricorrevano i carcerati alle pi scaltrite sottigliezze. Nella penuria d'arnesi onde praticar fori e lavorare al loro scampo, si studiavano potersi valer dei chiodi infissi nel pancaccio. Cercavan bene quelli che non fossero ribaditi, e vi gettavano, quando n'avevano il destro, l'olio con cui eran loro conditi il pesce e i fagiuoli in certi giorni. Cos, rammollendo il legno, pervenivano a sconficcare i grossi chiodi, e se ne servivano di sverza, di vario utensile.
Traevano la stoppa dall'impuntito, che a taluno era concesso, e confricandola col legno ne ottenevano il fuoco: i soliti ardui, quasi incredibili espedienti, di cui  fecondo l'ingegno dell'uomo, messo a duro partito.
Al primo piano del palazzo eranvi gli ufficii d'ispezione della polizia, e le stanze di alcuni degli ufficiali: quelle di altri ad un mezzanino, scomparso ne' restauri. A pian terreno, dalla parte dove ora si entra a' Musei, era la sala d'udienza, le sale de' cancellieri, auditori di Rota, e di contro al pastaio Paoletti, in Via del Palagio, la Cassa del Fisco, diretta da un provveditore.
E posso dirvi, tanto sono andato spicciolatamente raccattando le memorie dei tempi che discorro, come il custode della Cassa fosse allora un tal Filippo Brunelleschi, che si voleva discendente da quel sommo Brunelleschi, che lanci la cupola del nostro Duomo.
All'ultimo piano del Bargello si trovavano in quel momento nelle segrete, a varia distanza, Luciano, Rodolfo Cassavoli, gli altri catturati a motivo de' due assassinii consumati la notte antecedente.
Ma torniamo a Lucertolo...
Indirizzatosi in punta di piedi alla porticciuola, tendeva l'orecchio.
Stette in quell'atteggiamento alcuni istanti.
Alla fine trascorse in un gesto violento e pestando i piedi in terra, tutto incollerito, chiam il custode ch venisse ad aprire.
Ah, canaglia! mormorava, rabbioso.
Il custode veniva innanzi facendo tintinnar le sue chiavi.
Che cosa avete? domand il Magistrato.
Che cosa ho? ... Ci  gente qui per la scaletta... Ho sentito un piccolo rumore... Qualcuno stava a origliare... Chi  dunque l'interessato in questo delitto che pu spiarci negli stessi locali della Polizia e della Rota?
Ma innanzi che il custode aprisse, e che colui, che ascoltava, si fosse messo addirittura in salvo, Lucertolo ebbe un'idea.
Forse lo acchiappo! disse tra s e s.
E, preso il cappello, si precipit fuori della stanza.
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CAPITOLO 18.
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Il custode delle carceri apr la porticina e il Magistrato scese gravemente la scala.
Non incontr nessuno: e, soltanto, appena mise il piede nella stanza della Cancelleria, vide Lucertolo, che arrivava tutto trafelato. Egli, fuggendo dalla stanza degli esami, era uscito per Via del Palagio, e ratto come un fulmine era rientrato nel palazzo da Via dei Librai, ansioso di scoprire la persona che si era nascosta per la scaletta ad ascoltare e che egli aveva udito chiaramente far rumore.
Non si abbatt in alcuno.
Il Cancelliere gli fece un cenno, come a dirgli:
Deve aver sbagliato?
Ma Lucertolo non era uomo da darsi per vinto.
Entr nella stanza degli attuarii: domand rispettoso:
Hanno sentito test scender qualcuno per quella scaletta?
S, una persona  scesa in grandissima furia, poi abbiamo udito aprire il cancello su in alto e un'altra persona, che scendeva meno in fretta...
Io... disse il Cancelliere.
Dunque ci era lass qualcuno che ascoltava?...
Chi pu osar tanto? interrogava pensoso il Cancelliere, e seguito da Lucertolo pass nella propria stanza, e invit l'agente a sedersi.
N il Magistrato, n l'ufficiale della polizia proferirono parola per alcuni minuti.
Tutti e due avevano sembiante di essere immersi in gravi meditazioni.
Lucertolo di tratto in tratto gesticolava con le dita, come a secondar col gesto certi suoi pensieri.
D'improvviso il Magistrato ferm gli sguardi su varii fogli che, aveva dinanzi.
Alcune parole:... la donna Faltini... via degli Amieri: lettevi cos di volo attirarono la sua attenzione. Continu a leggere.
Quindi si volse a Lucertolo.
Sembra, signor Commissario, che la donna tagliata a pezzi sia riconosciuta...
Eh?...
Lucertolo scatt sulla sedia.
Un agente assicura di aver veduto la nominata Letizia Faltini ieri sera presso la Via degli Amieri... Gli  passata dinanzi ratta come un baleno... e gli parve si dirigesse verso la Torre. Ne parl con un oste del Mercato ed egli pure afferm all'agente che gli era sembrato incontrare la ragazza un dieci o dodici giorni prima in una straduzza del Mercato...
Pu darsi che si tratti di una somiglianza...
Ad ogni modo teniamo conto di questa dichiarazione!
Io ammetto pure che l'uccisa sia Letizia Faltini... Dovremo ricercare di dove  venuta, dove  stata per tanto tempo, le relazioni che aveva tenuto nella citt... Continuava nella sua vita di dissolutezze?... Aveva amanti?... Teneva forse mano a qualche amore misterioso di altri? Ci non escluderebbe l'ipotesi da me gi fatta che si tratti di un delitto, commesso per vendetta, o per precauzione, a scopo di impedire a due persone di divulgare un segreto...
Lei persiste nell'idea che i due assassini abbiano avuto un movente?
Ne sono pi che mai persuaso.
Lucertolo era tornato di nuovo al suo raccoglimento, diveniva triste, taciturno.
Il Magistrato l'osservava, ne studiava attento i moti della fisionomia.
Capiva che l'agente era tutto concitato.
A che pensa? gli domand bruscamente.
Penso che il caso  de' pi gravi: il pi grave forse che mi sia incontrato nella mia carriera... Due assassinii in una notte, uno nel centro della citt... le vittime orrendamente mutilate... si trova una testa d'uomo all'aperta campagna, una mano di donna nell'ingresso di una casa, o in una strada... I cadaveri trafugati, scomparsi... Falsi testimoni che subito vengono a turbare le indagini... e tra i falsi testimoni uno stipendiato dalla polizia!...
Queste ultime parole Lucertolo aveva pronunziate con insolita vivacit.
E di repente si era chetato.
Il Cancellier Maggiore continuava a scrutarlo.
Le ripeto: lei, signor Commissario, ha una idea sugli autori di questo delitto, un'idea strana, bizzarra, che non osa palesare... Ha l'obbligo di aprirsi con me... Noi abbiamo il dovere di servire la giustizia... Ci  provato dagli annali giudiziarii che le ipotesi, a prima giunta, meno accettabili, pi disformi hanno condotto talvolta alla immediata scoperta de' rei...
So anch'io che nelle indagini  necessario andar cauti nell'eliminare a dirittura certe ipotesi, ma...
La invito a parlare! disse ora il Magistrato in tono brusco, non  questo luogo e tempo da reticenze... Se ella supponesse pure che io... uno de' miei colleghi... uno de' suoi colleghi della polizia avessimo avuto mano nel delitto, lo dica... e spieghi i suoi sospetti...
Oh! ribatt Lucertolo tutto serio. Ella mi ha quasi indovinato...
E lanci al Magistrato un'occhiata molto significativa.
Crede, chiese il Cancelliere, turbatissimo, che un magistrato...
Lucertolo fece un segno di diniego.
Che un agente, un ufficiale della polizia?... incalzava il Cancelliere.
Magistrato e poliziotto scambiarono un'occhiata.
Si erano compresi.
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CAPITOLO 19.
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L'uno e l'altro pareva ora evitassero di parlare.
Ma tutti e due si erano incontrati nella medesima idea.
Tutti e due tornando con la mente alla falsa deposizione del testimone Cassavoli, strumento della polizia, alla persona misteriosa che ascoltava alla porta della stanza degli esami, al complesso delle circostanze nelle quali il delitto era stato compiuto, tutti e due espertissimi, non ripugnanti dall'ammettere le maggiori perversit ed aberrazioni nell'uomo, sferzato da una passione, poich avvezzi da lunga mano a trovarsi combattendo contro gli eccessi pi criminosi, erano scossi dallo stesso pensiero.
S'intesero, senza bisogno di frasi.
Ormai l'uno e l'altro sapevano la via da tenere, e per quel momento non osavano pronunziare un nome.
Ma ciascuno di loro lo aveva sulle labbra.
Riflettevano e le riflessioni dell'uno rispondevano a quelle dell'altro, come se facessero una conversazione ad alta voce.
Capisco il suo imbarazzo! disse finalmente il Magistrato. Tra noi due  bastato un cenno per intenderci... Ma, specie in un caso di tanta importanza, contro una tale persona, e il Magistrato fece una pausa, le induzioni non bastano: per pigliare una decisione ci vogliono prove... prove... prove...
Sar difficile trovarle... ma le troveremo... Ci vuole una scrupolosa, attenta vigilanza... Sino a che non possa procedersi in qualche modo contro di lui, egli  potentissimo... Le carceri sono sotto la sua sorveglianza... E, inoltre, se subodori che  sospettato, egli avr mille mezzi di trovare altre armi per spuntare le mie...
Parler, se vuole, al pi alto Capo della Polizia, al Presidente del Buon Governo... allo stesso Presidente della Rota.
No, la prego, serbiamo il silenzio pi assoluto... La pi piccola indiscrezione potrebbe compromettere un affare cos delicato... Io ardisco sottoporle una proposta...
Dica...
Ella dovr ottenermi dal Presidente del Buon Governo, dal Presidente della Rota la conferma dei pieni, assoluti poteri, che gi mi ha concesso... Allegher che si tratta di caso eccezionalmente grave, che Ella ha in me ogni fiducia...
Il cancelliere assentiva. Lucertolo rese al Magistrato il foglio che gli aveva dato poco innanzi, mentre il Cancelliere aggiungeva:
Fra mezz'ora ci avr fatto apporre il visto di S.E. il Presidente del Buon Governo e del Presidente della Rota e potr venire a riprenderlo.
Ho bisogno di un'assoluta libert; di non esser richiesto in questi giorni d'altro servizio...
Sta bene. E operi pur senza timori, sicuro di avere il nostro appoggio e si ricordi che la legge  uguale per tutti!
Lucertolo fece un inchino e usc.
Erano circa le due dopo il mezzogiorno.
La mattina, balzato dal letto, al richiamo del birro, aveva passato tutte quelle ore senza prender cibo, e non ne provava stimolo, ansioso, eccitato, dimentico com'era di tutto, inteso soltanto alle sue scoperte.
Sentiva che era arrivato al punto pi difficile della sua carriera.
Firenze continuava a risuonare dei particolari del delitto. Molti ristavano dal lavoro, dalle occupazioni consuete per tuffarsi nelle chiacchiere. Si mulinavano le pi pazze cose, i fatti andando per le bocche venivano foggiati nel modo pi insolito e pi alla disparata che sia dato immaginare.
Pigliava credito la voce che la donna uccisa fosse Letizia Faltini, della cui sparizione, gi tempo, erasi tanto parlato in quella Firenze ove anche, per cos dire, l'alitar di una mosca allora traeva gente e faceva rumore.
Lucertolo si ridusse alla sua casa, che era in Via dell'Amore, detta anche Via dei Cartelloni (oggi Via Sant'Antonino) l dalla Piazza di Santa Maria Novella Vecchia.
Arrivato a casa, si chiuse nella sua camera, apr un grosso forziere e ne cav fuori una pingue filza di fogli.
La pose sopra una tavola, alla quale sedette, e si dette a leggere con molta attenzione.
Erano racconti, tirati gi alla grossa, di casi strani, de' pi memorabili nella polizia nostrana e forestiera, casi ad alcuni dei quali si era trovato mescolato. Qua e l aveva inframmesso sentenze, consigli, cenni delle applicazioni, che si potea derivarne: precetti attinti alle fonti migliori.
Si metteva in vena per le nuove imprese, ma di preferenza scartabellava alcuni foglietti su' quali da tempo era andato stendendo alcuni appunti circa varii personaggi della polizia.
In capo a uno, che leggeva con pi cura, era scritto: Commissario Ferriani.
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CAPITOLO 20.
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La giornata, come dicemmo, era bellissima.
Luciano, chiuso nella sua segreta, sentiva un cigolio di catene, un andar lento di passi gravi pel corridore, strane voci di prigionieri che si chiamavan tra loro.
La prigione era a tale altezza, che per la stretta finestruola, entrava una gran striscia di luce.
Mai, di sicuro, un prigioniero aveva tanto sofferto tra quelle anguste pareti; mai un animo pi nobile, cuore pi generoso era stato contristato, vilipeso con maggiore immanit ed ingiustizia.
Soltanto dagli interrogatorii, cui si era rifiutato di rispondere, dalla falsa testimonianza lanciata contro di lui, egli aveva acquistato notizia sulle circostanze del delitto, compiuto nella notte.
Nulla sapeva del parere di Lucertolo sulla sua innocenza.
Ma dobbiamo parlare di un incidente di assai rilievo.
L'uomo catturato alle porte del Bargello aveva portato a Luciano un biglietto, e, dopo che egli l'ebbe scorso, costui, ripresolo di forza dalle mani del giovane, come sa il lettore, lo inghiott.
Il biglietto era cos concepito:
Nella segreta dove sarai messo, l'inferriata della finestra  smossa. Non la toccherai durante la giornata. Stanotte, fra le due e le tre, ti parr sentire sotto la tua finestra il miagolo di un gatto. Il miagolo si ripeter tre volte. Dopo la terza volta ti arrampicherai all'inferriata, tirerai da sinistra a destra il primo ferro e ceder: il ferro del centro sar subito staccato. Tu calerai immantinente fuori dalla finestra il lungo spago che ti sar buttato stasera in un angolo della prigione, al momento della visita... Lo ritirerai su poco appresso e vi sar legata una doppia fune, con un cappio gi fatto ed un gancio di ferro, che aggrapperai a una barra della inferriata.
Messo tutto in ordine scenderai, tenendoti colle mani alla fune, e puntando di tratto in tratto i piedi al muro.
La Via della Giustizia  al buio: le guardie lontane; persona fidata, appostata sulla strada, terr in mano il capo estremo della fune sino a che tu non sia sceso. Ti accoglier e ti dir quello che sia da fare. Coraggio!
Lucia
L'uomo che aveva recato a Luciano il biglietto, gli aggiunse che la ragazza aveva artefatto il carattere per non essere scoperta nel caso che il biglietto desse nelle mani della polizia.
Per il foglietto era apocrifo!
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CAPITOLO 21.
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La contessa Paola, che noi abbiamo lasciata all'uscio della sua camera in punto di alzare i cani della pistola, sbigottita dai tre colpi dati al portone del palazzo, si era presto rimessa dalla paura.
Il passo, che si avvicinava, era quello di un domestico della casa.
Il domestico, arrivato all'uscio della camera, buss lentamente.
Chi ? domand Giuditta.
 venuto il conduttore della diligenza... Vorrebbe sapere a quale ora la signora Contessa desidera partire...
Non partiamo pi! disse la Contessa a Giuditta, prima che avesse dato alcuna risposta.
Costei, scaltra nelle male arti, senza peritarsi un istante, riprese:
La Contessa  indisposta... Non ha potuto ancora levarsi... Per oggi sar impossibile... Dite che aspettino altri ordini.
Il servitore se ne and a far l'imbasciata.
Ho pensato meglio, diceva la Contessa. La nostra partenza potrebbe dare sospetto... Poi mi tormentano presentimenti tristissimi.
E cadeva in un nuovo abbattimento.
La terribile scena di sangue, alla quale aveva assistito nella notte; l'arresto di Luciano innocente, le indagini, che avevano gi recato la polizia s vicina all'origine del delitto, avrebber fatto tremare cuori ben pi saldi del suo.
Ma bisogna combattere fino all'ultimo con ogni mezzo, disse ripigliando la sua baldanza. Tu va' fuori per un momento, cerca raccoglier notizie perch possiamo regolarci.
La cameriera usc.
Rimasta sola, la contessa Paola and all'uscio, lo chiuse a chiave e parve si assorbisse in meditazioni. Meditazioni ben cupe, poich corrugava spesso la fronte, si contorceva, faceva atti di sdegno e di ribrezzo.
Di repente balza dalla poltrona, si avventa ad un grande stipo d'ebano, con sfarzose incrostature d'avorio, gira la chiave d'argento con mano febbrile, apre uno sportello.
Lo sgomento l'aveva ripresa.
Sono rovinata! balbettava quasi colta da delirio. Ora non ci  pi scampo per me... Fra poco saranno qui ad arrestarmi!... Forse a quest'ora una voce... due... mille voci... mi accusano... bisogna che io distrugga queste prove.
Frug pei cassetti, ne tir fuori due piccoli involti.
Ma come distruggerli?
Era divenuta guardinga, circospetta, da impetuosa e collerica; l'alterigia aveva dato luogo alla paura.
Pens che bruciandoli sarebber rimaste le tracce.
Come fare?
Il rimorso ora la scoteva, la spronava; era nel momento che  pi difficile a superare pei delinquenti: il momento che succede alla esaltazione, alla soddisfatta ferocia, dopo consumato un delitto.
Era il momento in cui sorgono i primi terrori e il delinquente vede innanzi a s catene, giudici, supplizii, tutto lo spaventoso armamentario della Giustizia.
Allora  facile ch'egli si tradisca, che lo accasci la sfiducia di poter solo combattere contro la societ offesa, eluderne le rivendicazioni, nascondendo il suo reato: allora gli appaiono immani le difficolt che innanzi la fantasia era troppo corsa ad appianare.
In tale condizione d'animo si ottengon le pi espansive confessioni: alle volte il reo si abbandona da s al giudice, come per sollevarsi, palesando, da un peso immane, che lo opprime.
Oh! pens la contessa Paola, atterrita, affranta, raccapriccita dalle funeste, torbide visioni, che le passavano dinanzi. Se andassi a dir tutto a mio marito?...
Stette un poco sopra di s, i due involti, che aveva cavato dai cassetti, sempre in mano, tenendo gli occhi fissi in un ritratto del Magistrato, che pendeva a una parete della camera, e raffigurante il conte Torsinghi giovane, sulla trentina, col volto roseo, la fisionomia serena, le labbra dischiuse ad un sorriso. Rimase in quella positura alcuni minuti.
Di subito le parve che in quel ritratto i capelli di biondi divenissero bianchi, che il volto si fosse coperto di rughe, che gli occhi si movessero, che stendesse una mano verso di lei...
Die' un alto grido.
Il conte Torsinghi infatti le stava dinanzi.
Essa non avea chiuso a chiave, come credeva, la porta della camera.
E il Magistrato l'aveva aperta, e chetamente in punta di piedi si era avvicinato a lei, la sorprendeva vicino al forziere tenendo in mano le carte, ch'essa sapeva poter gravemente comprometterla.
Ma fidava nella sua forza, nella sua energia.
Signora, disse rigidamente il Magistrato. Io ho scoperto che la notte spesso voi uscite di casa!...
Il colloquio fra il Conte e la Contessa dur circa mezz'ora.
Sulle prime egli parl fermo, incisivo, con una collera mal repressa, come uomo che teme altri faccia ingiuria al suo onore e non  disposto a patirla.
Lei, volubile, eccitata dai sentimenti pi contrarii, gli rispose per un poco in atto di sfida, poi, voltasi allo stipo aperto, vi rigett in furia le carte che teneva in mano, lo richiuse e si accost al marito.
Era cambiata.
Giorgio, gli disse, e la voce le tremava di un'insolita commozione e i suoi occhioni voluttuosi sfavillavano, lo capisco, io ho avuto torto sin ora... sono stata un'ingrata verso di te... Voglio mutar vita... Tu per sarai indulgente, mi devi perdonare...
Il Magistrato fece un atto di disprezzo.
Voi non siete una di quelle donne, mormor con voce tremante, cui si possa perdonare, o sperar che il perdono renda migliori... Siete una creatura infame, perversa, diverrete un giorno l'obbrobrio, il disonore del mio nome...
La donna fierissima, altera, pur si curv sotto quell'atroce insulto, sebbene le paresse che un marchio arroventato le fosse stato posato sulle carni.
Vedi, Giorgio, rispose quasi umile, carezzandolo de' suoi sguardi, io mi sentirei capace di essere cos buona... di farti dimenticare la mia condotta trascorsa. Oh, se tu sapessi quanto io sono stata punita... come mi trovo ora sola, infelice e fra quanti pericoli... Ti confesser tutto... ho bisogno di dirti tutto.
E si scomponeva forse ad arte la veste e imprendeva una di quelle scene di seduzione nelle quali era irresistibile, e per le quali le avea profusi la natura tutti i doni e le pi belle allettative.
Io non voglio udir nulla, n confessioni, n rimpianti! disse accigliato il vecchio conte Torsinghi. Io non son pi vostro marito, ma il vostro giudice... E vi avverto: state ben in guardia; poich sono da ora innanzi disposto a tutto.
Parlava con tal veemenza che la contessa Paola, a malgrado della sua indole indomita, ne fu atterrita.
E che vorresti fare? domand dopo un breve silenzio.
Tutto quello che mi parr necessario, replic il vecchio Magistrato. Anche uccidervi!...
Una schiuma sanguigna gl'iniettava gli angoli delle labbra, era pallidissimo.
La Contessa dette alcuni passi per la camera, furibonda, fuori di s.
Poi venne a porsi di nuovo dinanzi al marito, e porgendogli la pistola, che essa aveva pochi istanti prima tra mano:
Ebbene, Giorgio, disse, scoprendosi il seno, ammazzami subito, se vuoi... sono stanca di vivere!
La guard senza commozione, freddo, sprezzante.
E tese la mano per prendere la pistola.
Questa, mormor, quando l'ebbe in suo potere, forse  la sola arma che vi sia nella nostra casa... e si trova nella vostra camera, nelle vostre mani... l'avete voi... una donna!
Il Magistrato cos parlando aveva alzato la pistola, la canna era diretta al cuore della donna.
Ammazzami! Ammazzami! essa replicava, colta da frenesia.
Ma egli avea fatto quell'atto, senza addarsene, e riabbassando l'arma:
No, le disse incollerito, non vi ammazzo... per ora. Ma il momento della mia vendetta verr e sar terribile!... Per ora mi trattiene il pensiero di quella innocente... e il Magistrato accennava a quella parte della casa in cui si trovava la camera di Lucia. Voi un giorno finirete come vostra madre...
La contessa si port le mani agli occhi con un gesto di raccapriccio.
Vi ripeto: state in guardia: io sono risoluto a tutto!
Il conte Giorgio Torsinghi si allontanava con passo fermo, bel vecchio, di forme quasi colossali, di aspetto austero, vegeto e robusto, bench toccasse ormai gli ottantacinque anni.
Da diciassette anni aveva sposato la contessa Paola.
Era l'ultimo rampollo della schiatta dei Torsinghi; schiatta di soldati che col volger dei tempi, s'era mutata in schiatta d'uomini di studio e di toga: schiatta di nobili, la cui origine si perdeva sino all'et pi remota.
In una sala del palazzo erano i ritratti degli antichi e delle antiche Torsinghi, tutte fisionomie di gente forte, arrischiata, animosa, presta a fare soverchierie piuttosto che a comportarle.
La contessa dai vecchi servitori della casa aveva udito due o tre storie strane di donne della casa Torsinghi, che eran venute meno ai loro doveri. Si raccontava, per esempio, che uno dei vecchi Torsinghi, sorpresa la moglie con un drudo, avesse obbligato costui a pagarla di una moneta, e fatta incollare la moneta ad un bicchiere avesse costretta la donna a bevervi ogni giorno, sino all'estremo della morte, che accadde pochi mesi dopo, in seguito a strazi e crudelt d'ogni maniera. Di un'altra donna dei Torsinghi era voce che fosse stata gittata viva in un pozzo, e il pozzo fosse stato incontinente murato, perch ad un ballo il marito l'aveva sorpresa mentre si cavava un fiore dal seno e lo baciava prima di porgerlo a un giovanotto che la riguardava con occhi pieni di desiderio.
Ma forse queste non erano che fantasie di servitori, i quali con tali ciance e novelle passavano le lunghe ore nelle notti d'inverno, seduti attorno al braciere, aspettando che tornassero i padroni.
Prima che il conte fosse arrivato all'uscio della camera, la contessa Paola lo avea raggiunto, gli si era buttata a' ginocchi, lo supplicava che la volesse ascoltare.
Egli la respingeva da s, ruvido, brusco, senza piet.
Ma essa non si dava per vinta, e cos in ginocchioni, si trascinava dietro a lui sul tappeto.
Giorgio! Giorgio! Dimmi una sola parola... Io sar subito mutata... Ti assister, ti amer, ti servir, ti compenser di tutto il passato...
La respinse da s con un atto brusco, ed essa, che si reggeva soltanto sopra un ginocchio, cadde sul tappeto.
Ma in un attimo fu in piedi.
Aveva riacquistata la sua forza, la sua energica fierezza.
Prese il vecchio Conte per una mano, lo tir in mezzo alla stanza.
Ah, non mi vuoi, ruggiva, non mi vuoi buona, affettuosa, pentita?... Ebbene mi avrai come sono, come meriti... una donna infame e capace di tutto, come dici esser capace tu... Io, vedi, sono donna da aprire quella finestra, chiamare il primo che passa, e...
Il Magistrato guardava la pistola, che era tuttor sulla tavola.
Tu non mi vuoi buona... Per tutto il fuoco dell'inferno, mi avrai... s... come hai detto tu... com'era mia madre... Tu ci conoscevi: tu non dovevi cercar di entrare in una tale famiglia... Abbiamo la lava nel sangue noialtre... Tutti gli uomini che hanno amata una Melco, si sono rovinati, perduti... Ci  la maledizione addosso e attorno a noi... Ti sei accorto che io esco di notte... S,  vero,  vero... Anzi, perch ormai io credo esser rovinata senza rimedio, ti dir tutto, e tu devi ascoltarmi.
E impavida, incrociando le braccia sul petto, ritta dinanzi al vecchio gentiluomo, chiudendogli il passo, e abusando ora della sua forza fisica, stava in atto di costringerlo ad ascoltare.
Voi siete forte, Paola, disse il vecchio con accento nettissimo, ma sapete, che, malgrado la mia et, io ho muscoli d'acciaio ed esercitati. In una lotta fra noi non sareste certo voi che vincereste. Ma io so quanto siete ostinata, so che se io ora vi soverchiassi mi opporreste una resistenza disperata... E, sebbene sia pronto a punirvi, quando mi parr il momento, mi ripugna una lotta con una donna... anche se abietta come voi...
Paola chin la testa: il marito la dominava.
Le piaceva quell'atteggiamento di padrone, di sovrano, di vindice, che aveva preso a un tratto dopo tanta dolcezza che le avea mostrato ne' primi tempi del loro matrimonio, seguita da una severa, ma tranquilla longanimit.
Avrebbe dato in quell'istante mille volte il suo sangue per esser amata da lui: o almeno perch egli non la sprezzasse, fosse pi nobilmente geloso di lei.
Dacch volete parlare, vi ascolto! disse il Magistrato impassibile.
S, parler, parler, proruppe l'altra, e sono sicura che, dopo avere udito quello che io ho fatto, tu non indugerai ad ammazzarmi.
Pu darsi! rispose lento il Magistrato, sedendosi, tutto cupo, vicino alla tavola e protendendo la sua mano lunga e rugosa verso la pistola.
La contessa era andata allo stipo e ne aveva cavati fuori i fogli, buttativi in fretta alla comparsa del marito. Poi fu all'uscio della camera.
E questa volta lo chiuse a chiave davvero.
Frug alcuni istanti nel cassetto di un piccolo mobile, vicino al letto, quindi si fece di nuovo presso il marito. Sedette all'altro capo della tavola.
La tavola era lunga circa due braccia.
Tu, disse al marito, sei un Torsinghi, io una Melco!... Probabilmente non usciremo vivi n l'uno n l'altra da questa camera.
Parlava con una lentezza lugubre, insolita in lei.
Pos sulla tavola da un lato i fogli tirati fuori dallo stipo, dall'altro una pistola corta, che aveva cercato nel mobiletto.
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CAPITOLO 22.
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Il Magistrato si preparava ad ascoltare: si attendeva strane rivelazioni, ma era ben lungi dall'immaginare la verit.
Egli non sapeva ancor nulla dei fatti avvenuti nella notte: n, li avesse saputi, i suoi sospetti sarebber mai caduti sui veri autori di quel duplice reato.
Qualcuno era per sopravvenuto all'uscio della camera. Fu mossa la gruccia, prima con una certa lentezza, poi con pi vigore.
Visto che l'uscio resisteva, una voce di donna grid:
Mi apra, mi apra!
Era la voce di Giuditta.
La Contessa aveva gi dimenticato che Giuditta fosse uscita. Certo essa tornava, dopo aver attinto notizie, a ridirle a qual punto eran le cose; e forse ci che doveva palesarle avrebbe resi vani i suoi timori, ci era tuttora probabilmente qualche speranza di salvezza.
Ed essa era stata sul punto di metter tutto a repentaglio!
Irreflessiva, pronta a volere e disvolere, alle risoluzioni pi disparate, gett un'occhiata al marito, dicendogli:
Ripiglieremo se non vi rincresce, questa conversazione!
Come gi sapete, non ho premura, n desiderio di ascoltarvi, rispose il Magistrato. Aveva consentito soltanto di rimaner qui a evitare una scena di violenza, che per ora credo inopportuna. Del resto, le vostre rivelazioni mi sono indifferenti e sarebbero forse state simulate come la vostra indignazione... Immaginate forse che io mi sia lasciato ingannare dalla commedia, da voi sostenuta?... Non credo n ai vostri rimorsi, n alle vostre minacce, n alle vostre indignazioni... Vi intimo che, entro domani, voi dobbiate partire e venir con me in campagna... Rimarrete sepolta viva nella nostra villa deserta... E sar io il guardiano di questo sepolcro e state sicura che non ne uscirete... Almeno, fino a tanto che i miei occhi non cessino di vedere e il mio cuore di battere.
Ebbene, s, partiremo! aggiunse la Contessa. L in quella campagna deserta, soli, io sar il tuo tormento, la tua dannazione, la tua Furia ad ogni istante... Partiamo pure, io desidero pi di te di allontanarmi di qui...
E and ad aprir l'uscio nella camera, lasciando incautamente sulla tavola i due involti di carte e la pistola.
Il vecchio conte Torsinghi si alz, prese le due pistole le mise nelle tasche del suo abito e non guard neppure i due involti.
E quando la cameriera fu entrata, usc dalla stanza serio e grave, come era sempre.
Qui... soli... chiusi a chiave? domand Giuditta con fisonomia improntata di malizia, Tenerezze all'improvviso, tenerezze di sposi?
Precisamente! ripose distratta la contessa Paola.
Il momento  scelto bene!...
Ma la Contessa di rado, e anche meno in quella congiuntura, era in vena di facezie.
E con un gesto lo fece capire alla sua complice.
Che hai saputo?
Tutto!
E narr alla Contessa i fatti de' quali si discorreva in tutta Firenze.
La Contessa la interrompeva di tratto in tratto.
Arrestato Rodolfo Cassavoli?...
Ferito il Gigante?...
Luciano potr scappare dalla prigione?...
Ma la Contessa si ravviv tutta, quando ud che la voce pubblica designava qual vittima del delitto commesso nella Torre degli Amieri una tal Letizia Faltini.
Ormai questo nome, buttato l in mezzo alle indagini, era ripetuto da ognuno; vero o no, era il solo nome che potesse sino allora essere attribuito ad una delle vittime, e la pubblica curiosit quando avvengono casi di simile specie, ha innanzitutto bisogno dei nomi.
La Contessa, quando fu chiarita di tutti i fatti che si erano andati seguendo nella mattinata, fu presa da un singolare sentimento.
Si mise ad ammirare il modo con cui era stato preparato, disposto il delitto.
Ma, soggiungeva, se tanta abilit andasse a vuoto? Che uomo colui, che arriver a strigare questa arruffata matassa! Per, se le indagini cominciano su Letizia Faltini, noi respiriamo... possiamo esser sicure.
E se questa Faltini, che forse vive tuttora, venendole notizia di tale ipotesi, andasse a costituirsi; se si presentasse d'improvviso alla polizia?...
Il nuovo dubbio turb fortemente la Contessa.
Intanto  andato un bando che tutti denunzino le persone assenti dalle famiglie... Le persone scomparse da qualche localit... E arriver nei villaggi, per tutto... Si dice che gi sono state fatte molte denunzie.
La Contessa era perplessa.
Vedi... quella mano... se non fosse stata perduta... la polizia a quest'ora non avrebbe fatto l'accesso nella Torre... non avrebbe sospettato del duplice delitto... L'affare di Porta alla Croce solo, isolato, diventava sempre pi misterioso...
E la Contessa discuteva tranquillamente sulle maggiori o minori probabilit, che potevano aiutare o frustrare le indagini, non ispirandole alcun ribrezzo il misfatto, solo impaurita all'idea che se ne scoprisser gli autori.
E il commissario Ferriani? domand.
Da quanto ho saputo, durante una discussione sul delitto fra gli ufficiali di polizia al Bargello, egli ha fatto vista di lasciarsi cogliere da un'indisposizione... Tutte le ricerche sono affidate a Lucertolo... Ma il Commissario si recher stasera al Bargello e far da s la visita nelle prigioni...
La Contessa rifletteva.
Sono sicura, riprese, che egli si  chiuso in casa per raccogliersi e studiare il mezzo di far cadere Lucertolo in qualche laccio...
Oh, speriamo, speriamo che riesca!
Senti, disse la Contessa dopo un breve silenzio, fino ad ora io e tu abbiamo perduto il cervello... nessuno pu accusare noi due... o sospettarci. Chi sa che eravamo nella Torre? Luciano, il Commissario... essi non parleranno, neppure sul patibolo...
E la Contessa si riaveva, respirava pi liberamente.
No... no... noi non abbiamo a temer nulla... Bisogna che da ora in avanti io diffidi del mio carattere impetuoso... Dianzi sono stata per dir tutto a mio marito!
Giuditta fece un gesto sdegnoso.
Ma la Contessa non sapeva che Lucertolo avea trovati, raccolti i capelli biondi nella camera della Torre: non sapeva ch'egli avea trovati altri capelli biondi nel cappello sequestrato insieme col tabarro e altre vesti nella soffitta di Luciano.
E del resto non avrebbe pensato che nelle mani di un agente abile, anche i pi piccoli indizi possono riuscire validissimi.
E nel cappello, nel tabarro, ritrovati nella stanzetta in Via Cardinali, Lucertolo avea fiutato lo stesso delicato profumo che nella Torre gli avea fatto nascere il sospetto della presenza di una donna.
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CAPITOLO 23.
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Il Cancelliere Maggiore, lasciato Lucertolo, erasi recato presso il Presidente del Buon Governo, come avea annunziato.
E cos parlando con l'altissimo Capo della Polizia, pur tenendo quel riserbo, di cui aveva dato promessa a Lucertolo, gli disse:
Mi occorrerebbe far qualche indagine per sapere con precisione dove il commissario Ferriani ha passato la nottata scorsa... L'alta polizia soltanto pu aver i mezzi, che occorrono a compiere queste indagine, senza destare scandalo... Si tratta, del resto, di una mera formalit, di uno scrupolo...
Il Presidente del Buon Governo, l'altissimo Capo della Polizia, aveva quasi poteri, attribuzioni di ministro: la sua carica rispondeva in parte a quella che oggi si affida ai ministri dell'interno.
Rispettando il riserbo del Magistrato il Presidente del Buon Governo, disse senza domandare altre spiegazioni:
Il Commissario di Santa Croce, Olinto Ferriani  stato tutta la notte in ufficio, a mia richiesta... Si trattava di rispondere alle domande di un diplomatico inglese sull'ordinamento della nostra polizia... Da due notti egli  rimasto in una stanza vicino al gabinetto dell'Ispettore e ha scritto sui documenti da me fornitigli, i suoi rapporti... Stanotte io stesso fui a confabulare con lui due volte.
Si noti che l'ufficio dell'Ispettore di polizia avea una speciale uscita in Via Vergognosa alla quale si arrivava per una scaletta segreta, da cui d'ordinario passavano, non visti, in ore misteriose i delatori.
Possiamo assicurare il lettore che il commissario Ferriani era sceso da quella scaletta proprio nel cuor della notte.
Per, accortissimo, pratico pi che altri mai in certi cupi maneggi, si era procurato un alibi irrefragabile con molta abilit. Voleva far credere, anzi provare che quella notte non era uscito dal Bargello!
L'affermazione del Presidente del Buon Governo era di gran peso: confutava a dismisura tutti i sospetti di Lucertolo.
I commissari non erano obbligati a stare tutte le ore della notte nel loro ufficio. Vi lasciavano per un cursore, sempre desto e pronto a rispondere ad ogni richiamo.
Il cursore, che soleva vegliare pel Commissario di Santa Croce, finamente interrogato dal Cancelliere, rivel che il commissario Ferriani era, da due notti, stato veduto al Bargello e aveva lavorato assiduo in una stanza vicina a quella dell'Ispettore.
Nessuno poteva dire che ne fosse uscito.
Pochi istanti appresso, il Cancelliere Maggiore scendeva le scale e tornava a chiudersi nel suo ufficio.
Diavolo! ripeteva fra s, sedutosi al banco sul quale erano ammonticchiati gli atti inquisitorii, e vecchi libri, tesoro dell'antica sapienza del Giure.
Il sospetto era balenato non solo a quell'uomo della polizia, che pu veder nel Ferriani soltanto un rivale, ma anche a me... Ci saremmo dunque ingannati?
E si ingolfava nella lettura degli atti, cominciando dalla denunzia sul duplice delitto, che avea ricevuto dallo Scrivano della Piazza, o Pubblico Querelante, carica poi scomparsa nei nuovi ordinamenti, investita in un uomo, che teneva insieme del poliziotto e del magistrato.
Il Cancelliere di tanto in tanto crollava la testa, batteva il pugno sul banco, si disperava, quindi pareva, a modo di consolazione, aprisse la tabacchiera d'argento, regalando il suo naso sperticato di tali prese, che era gran fatto non gli otturassero le narici.
Fu schiusa senza cerimonie la porta della stanza, ma schiusa cos a mezzo, e venne innanzi una faccia fra severa e sorridente.
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CAPITOLO 24.
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Signor Auditore!... disse il Cancelliere, che si era volto udendo scricchiolare l'uscio, e alz le mani in segno di festa verso il nuovo arrivato. Passi, passi!... Che buon vento la conduce?
Allora l'auditore Francesco Nolmi, il pi dotto e arguto fra i giudici della Rota, entr e si avvicin al banco del Cancelliere.
Che fa il mio caro Scipione? domand l'Auditore con piglio ilare.
Il Cancelliere che portava questo nome eroico, era un omettino di bassa statura, vivacissimo, tutto nervi e spiriti.
Voi cercate i rei del delitto di stanotte. Leo rugens quaerens quem devoret!
Mio egregio Auditore, rispose il Cancelliere, sto appunto studiando gli atti preparatorii per istituire l'inquisizione sui fatti della notte scorsa.
L'Auditore Nolmi, per alcuni istanti pensoso, domand:
E a qual punto siete?
In verit a un mal punto... Sin da stamani mi torturo il cervello... Accessi nei luoghi, colloqui con gli ufficiali della polizia, interrogatorii, e ancora, ve lo dico in confidenza, non siamo a nulla... Se dovessi oggi trasmettere gli atti al turno di revisione... non credo che vi troverebbe materia per rinviare il processo alla Rota... Il caso  certo dei pi strani... Abbiamo la prova provata di due omicidii... e ci mancano i cadaveri delle due vittime... non solo, ma ci manca ogni mezzo di sapere chi fossero.
Sono stati fatti per molti arresti?
Sapete meglio di me che quando, avvenuto uno di questi casi, si comincia ad arrestare a destra, a sinistra, a portare ogni quarto d'ora nuovi catturati nelle prigioni,  segno che il delitto rimane un mistero... Gli arresti numerosi, sia detto fra noi, sono alle volte pi che altro un apparato scenico... posso esprimermi cos?... della polizia, con la quale essa intende in certi casi compensare la propria deficienza nel far la sua parte... Che ci provano tutti gli arresti fatti da stamani in poi? Questo: che non siamo ancora riusciti a metter le mani sul vero delinquente!
Ma vi saranno indizi contro i catturati?
Indizi s, ma di quelli indizi, che paiono fatti, preparati apposta per gettar la confusione sui principi di un processo... E poi, ve lo ripeto, molti arresti voglion dire: che si va a tastoni, che non si  ancora trovata la via diritta... Nella mia lunga carriera non ho mai veduto finir bene un processo, cominciato con un gran numero di catture.
Eh, avete certo ragione!... E la polizia?
La polizia lavora a tutto potere, ma il caso non  di quelli da cogliervi facili allori... Tra noi  consentito di parlar chiaro: ebbene una parte della polizia  in questo caso in sospetto dell'altra...
Ma come! esclam l'auditore Nolmi, sorpreso.
 pur troppo cos... Vi sono agenti della polizia, i quali sembrano del parere che altri agenti abbiano tuffato nel duplice delitto di stanotte. Sarebbe un orrore!...
L'auditore Nolmi taceva.
Stette un istante sopra di s, quindi rispose:
La polizia toscana  stata sempre modello di onoratezza... Per tenete conto di due fatti. Un agente della polizia, anni or sono, partiva da Siena con la moglie e se ne andava in non so qual villaggio. Torn da Siena, dicendo che aveva lasciato la moglie in quel villaggio tra' suoi... Si mise a condur vita licenziosa con altra donna. Un giorno venne a disputa con lei: e la donna raccont a un'amica che costui aveva ucciso a tradimento la moglie... Furon fatte ricerche, si trov il cadavere, il delitto fu accertato... l'agente mor sul patibolo... Un altro agente non ammazz, pochi anni or sono, sul crepuscolo, in Piazza Santa Croce il marito di una sua amante, mentre egli teneva per mano un bambino?
Conosco questi fatti... li ricordo benissimo nei loro particolari... ho studiato io stesso gli atti dei due processi... Ma oggi credo pi difficile la ripetizione di atti s mostruosi... Anch'io aveva, poche ore fa, certi sospetti... Ma nuove prove li hanno dileguati... Credo che vi sia nella nostra polizia un gran guaio: una rivalit implacabile fra due de' suoi pi intelligenti e zelanti ufficiali.
Volete parlare delle rivalit fra il commissario Arganti e il commissario Ferriani...
Il Cancelliere faceva col capo segno di s.
Tutti e due vi prestano l'opera loro per le ricerche?
No, il commissario Ferriani  stato preso da una subita indisposizione... Il commissario Arganti dirige ora, come essi dicono, le operazioni.
Diffidate molto, vi prego, di quel Lucertolo.  un bracco, ma gli mancano certe sottili qualit, certe finezze, che fanno l'agente perfetto...  un ottimo arnese...  appassionato... troppo appassionato... troppo tardi si  dato a qualche studio... ha intelligenza aperta di natura ma non  colto, non ha intuizioni, non conosce l'animo umano... Beve grosso facilmente e con la sua pervicacia induce altri ne' suoi errori... Anni sono, nel processo pel delitto nel Vicolo della Luna, riusc alla fine a provare l'innocenza di un condannato, ma aveva tanto cooperato egli stesso a fuorviare le indagini!
S, s!... Lucertolo  troppo avventato, replicava il Cancelliere, non riflettendo che egli stesso poc'anzi ne aveva partecipato i sospetti.
Diffidatene!... Diffidatene! soggiungeva l'Auditore. Meglio per voi sarebbe stato aver come aiuto il commissario Ferriani...  pi giovane, e pi intelligente... Lucertolo  venuto troppo dal basso: il suo avanzamento cos rapido e cos insolito, siamo giusti,  stato frutto di una predilezione esagerata... Ma il ministro inglese  ora in favore alla Corte, e si deve a lui, se il capo agente  potuto salire al Commissariato... Affari di donne, forse! ribad l'Auditore che era sempre allegro, stringendo l'occhio, e sorridendo al collega.
Vi assicuro che qui ci  da perder la testa! e il Cancelliere picchiava con la mano sui fogli del processo sparsi dinanzi a lui.
Meglio il Ferriani, vi consiglio, riprese l'Auditore. Piuttosto, se egli non pu prestarvi mano subito, fate sospendere le indagini... Il Ferriani  uomo abilissimo: istruito, di molta educazione: ha cospicue aderenze: fu sempre l'amico, il protetto di un alto magistrato, ora in riposo, il conte Torsinghi!
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CAPITOLO 25.
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Lucertolo, prima di sera, ricevette ordine di desistere dalle indagini.
La lettera, con la quale quest'ordine gli era dato, diceva che il commissario Ferriani era ristabilito dalla sua indisposizione, che a lui spettava continuare le ricerche.
Lucertolo, bench maturo d'anni e di esperienza, ricevendo quella lettera pianse dalla disperazione. I suoi nemici trionfavano, gl'intrighi orditi contro di lui riuscivano bene!
Chiam la Lina, sua moglie. La bella donna popolana accorse subito coi due figliuoletti.
Lucertolo le fece vedere la lettera, quindi esclam accorato:
Ecco quello che si guadagna nel servizio della polizia!... Non v' professione pi insidiata, pi disavventurata della nostra. Nemici da per tutto e quali nemici!
La moglie lo consol, gli fece cuore. Egli era uomo di merito, nessuno a lungo avrebbe potuto tenergli testa. Se per un poco la sua stella tramontava sarebbe tornata a risplendere pi limpida.
Non possedeva la stima, l'affetto della moglie, non avrebbe trovato sempre nuovi conforti nella famiglia? Queste e altre cose gli andava dicendo la Lina, e poich si amavano di buono le parole di lei avevano per quel rozzo, ma brav'uomo, una vera eloquenza.
Si amavano, e due cuori uniti in un amore scambievole trovano facilmente ristoro ai colpi pi crudeli della fortuna.
Hai ragione, mia Lina, soggiunse quell'uomo forte e contristato, ricuperando a un tratto la smarrita energia. Hai ragione... Tu sei la mia provvidenza... Gi la mano bianca, gracile di voialtre donne  come la fede, capace di alzare le montagne!
Ed egli, che per tanti anni, e in tante vicende non aveva mai tremato fra i cimenti pi perigliosi, avvezzo a trovarsi nei pi scabrosi frangenti, s'inteneriva dinanzi a quella giovane donna, le baciava la mano, e una lacrima gli tremolava tuttora fra le palpebre, mentre carezzava le testoline ricciutelle de' suoi bambini.
 quel Commissario di Santa Croce, che ti perseguita sempre? domand la Lina.
Lui! disse Lucertolo con una espressione di ferocia. Ma per... rattenne l'imprecazione, ponendo gli occhi addosso ai bambini, che gli erano cos cari. Questa volta ti assicuro lo metter a tale stretta che non mi sfuggir!
E che cosa pensi di fare?
Oh, non lo so... ma mi sento capace di molto di pi che tutto quello, che mi  venuto fatto sino ad ora... Il pensiero di te mi sosterr, mi indurr a esser perseverante nella mia opera, e generoso, quando sar giunto il momento della vittoria... E arriver presto, sai, lo spero!
E accarezzava la moglie, ricomponendole i capelli sulla fronte, tutto delicato nella sua naturale ruvidezza.
Bada, io ho piacere che tu ti faccia onore, ma non ti esporre a troppi pericoli, pensa a me, e a queste creature.
La strana fisonomia di Lucertolo prese in quel momento un'espressione di tenerezza indicibile.
Oh, rispose con un gesto pieno di maest, con accento appassionato. Senza questo braccio che cosa sarebbe di te, dei due angioletti?... Non mi perderete, state sicuri... E poi, raccomandiamoci a Dio!
A quei tempi la polizia non era atea, non era atea la magistratura, non erano atei gli umili, n i sapienti; i pi intendevano che vi sono sventure cui mano d'uomo non pu metter riparo, che Dio solo pu consolare.
Dio era la grande, la immortale speranza dei popolani in angustie, speranza onde attingevano sublime virt di sacrifizii, di umane rassegnazioni, e gaudi veri, che le coscienze onorate derivano dalla fede, dall'arduo adempimento del dovere conformato ad un alto e celeste esemplare.
Bravo Domenico! rispondeva la moglie, Tu avrai fatte le tue... non dico... ma ti sei serbato sempre un brav'uomo, e per questo io penso che Dio ci dar bene... Ma il commissario Ferriani  lo stesso, che ha sempre difeso lo sciagurato di Bobi?
Almeno l'immagino...
Bobi, detto il Frate, che teneva osteria fuori di Porta la Croce, Bobi, l'autore non mai scoperto dell'assassinio nel Vicolo della Luna, era cognato di Lucertolo, fratello della Lina.
Lucertolo aveva sposato la Lina, quando costui era frate in un convento di francescani nel ducato di Lucca. Buttato via il cappuccio, se ne venne di tratto a Firenze, mettendo su un'osteriuola nella campagna, ove ricettava uomini di mala taccia e mariuoli d'ogni risma.
Sulle prime aveva dato odore di volersi ammendare, e Lucertolo aveva comportato in pace il subito ritorno, perch la parte avuta da Bobi nel delitto del Vicolo della Luna era per tutti un mistero, salvo per Lucertolo e la sorella dell'ex pompiere, ma a poco a poco, vista la mala parata, Lucertolo s'ingegn di sfrattarlo.
Per costui, che era furbo, alle mille aveva trovato un buon spediente, facendo un accordo con la polizia. Bazzicavano nella sua osteria tutti i bricconi tinti in chermisino, egli lasciava che spifferassero, tra i vapori del vino, ci che rivolgeano per l'animo, si sbottonassero sui loro disegni, su qualche tiro, che avevano azzeccato, cercava intinger la mano dove vedeva ci fosse da arraffare, e poi correva alla polizia a ripeter quel che sapeva. Di tal guisa si assicurava un patrocinio e scansava molestie.
Ogni volta che Lucertolo aveva dato opera a allontanarlo gli erano state frapposte difficolt. Lo scaltro era protetto, e protetto efficacemente.
Il commissario Ferriani metteva la sua compiacenza nel valersi di questi arnesi: lo circondavano un nugolo di delatori, di spie: i Bobi, i Rodolfo Cassavoli erano gli strumenti, che preferiva. Uomo triste, cupidamente ambizioso, l'animo levato a grandi cose, cercava in gente abietta, prezzolata, le forze che gli occorrevano a incarnare i suoi disegni.
Il delitto commesso fuor di Porta la Croce aveva avuto origine nell'osteria del Frate, ma l'assassino aveva compiute le sue gesta in strada appartata, remota dall'osteria, in direzione al tutto opposta, per modo da non destare sospetti: n sospetti del resto avrebbe nutrito la polizia contro un uomo, che le era per costume di ausilio.
Bobi la mattina, per tempissimo, era partito su un barroccino, alla volta di Montevarchi e risoluto di andare oltre Arezzo e San Sepolcro fino al confine degli Stati Pontifici.
A un certo punto del suo viaggio si era fermato.
Gi il sole sorgeva.
Il brioso cavallo attaccato al barroccino correva per una strada maestra.
Bobi, gettando gli occhi qua e l, par si fosse avveduto di cosa che non gli andava a genio.
Scese in fretta dal barroccino.
Guard su e gi per la strada.
Non vide anima viva.
L'ora era cos mattutina!
Allora cal verso un borratello, tuff un cencio nel rigagnoletto, la cui acqua argentina mormorava tra i sassi e col cencio inzuppato torn al barroccino e si dette a strofinarlo in due o tre punti.
A quale scopo ci facesse sarebbe stato difficile dire di prima veduta, ma chi avesse aguzzati gli occhi si sarebbe chiarito che Bobi rinettava il barroccino da certe macchiuzze di sangue, rimastevi non sapea come!
Ma torniamo a Lucertolo.
Dunque, ripetimi, gli dicea la Lina, che cosa farai?
L'ufficiale della polizia si era seduto a un tavolino, la testa appoggiata ad una mano in sembiante di raccogliere i suoi pensieri.
Ho trovato! grid a un tratto come Archimede. Per ora, non voglio parlarne neppure a te!
Fece cenno alla Lina che rimanesse: prese una candela e entr nella sua camera.
Di l a pochi minuti, la Lina dava in grido di terrore.
L'uscio, che Lucertolo aveva poc'anzi serrato dietro di s, era stato riaperto, e la Lina vide sulla soglia un uomo, di aspetto truce, arruffato, il volto annerito, le vesti rattoppate e in disordine... Una camicia di rigatino, senza cravatta, il bavero della carniera tutto unto, due campanelle agli orecchi, come portavano allora i contadini, i vetturali, gli esercenti certe basse industrie, una pipa che teneva fra le labbra, la sopracciglia folte che quasi gli velavan gli occhi, le labbra tumide, di un rosso vivido, davano all'uomo aspetto strano, terribile.
La Lina strillava dallo spavento, come se quell'uomo sinistro le fosse calato in casa non si sa di dove a derubarla, sgomentarla.
Ma il supposto malfattore parve contento dell'effetto che produceva.
Le sue labbra si dischiusero a un ghigno piuttosto che ad un sorriso, scoprendo i denti bianchissimi.
La Lina si era gi riavuta dal suo terrore.
Mi hai fatto una bella paura! disse rivolta a quell'uomo in cos brutto arnese.
Non mi avevi riconosciuto? domand Lucertolo, cui pochi minuti erano bastati per acconciarsi quel travestimento.
No, no, davvero!
La Lina aveva pi volte veduto il marito cambiar fogge ed aspetto, lo aveva veduto di frequente venire a casa ed uscire rivestito ora da gran signore, con camicia ricamata, giubba lunga, calzoni corti, fibbie d'argento, doppia lente d'oro attaccata a una catena, come era il costume; ora tramutato in mendicante con abiti laceri; e quando vestito a modo di fattore, che allora giungesse dalla campagna, con cappello a larghe falde e cocuzzolo alto, con calzoni corti di frustagno e calze di refe, color tabacco, ampia carniera, gran portafogli di cuoio, basette di un rosso cupo alle guance, senza baffi, in mano un grosso randello bitorzoluto, e la tabacchiera di bossolo giallo, scurita dall'uso. Lo aveva veduto in svariati travestimenti, a' quali adattava in modo mirabile il gesto e la fisionomia.
Ma in quel momento egli l'aveva colta alla sprovvista, e del resto, non le era mai comparso dinanzi pi contraffatto, pi grottesco, pi spaventoso.
La Lina cap che egli si accingeva a compiere qualche cosa di serio, che voleva probabilmente andare in luoghi, dove gli occorreva non esser sospettato e riconosciuto.
Ti raccomando, Domenico... non ti arrischiare tanto... so che sei forte, coraggioso, ma...
La Lina non aveva finito di parlare, e gi l'altro apriva un armadio, ne cavava fuori una cintura, che gli aveva servito in altri tempi, se la stringeva alla vita e vi poneva una pistola. Quindi pigliava il pugnale in asta che da semplice agente aveva portato tant'anni nella tasca della carniera, pugnale con cui aveva tante volte minacciato i malfattori, ricalcitranti, specie nella sua prima giovinezza, quando serviva come famiglio nelle campagne di nomea pi triste e pi appartate.
Ebbe un brivido a toccar quella lama come un innamorato, cui venga a mano un oggetto donatogli gi tempo da persona cara, per la quale arda sempre di passione, e che non ha da lunghi anni pi veduta.
Quasi carezz il pugnale, memore di averlo ogni sera posato vicino al suo capezzale e ripreso ogni mattina, durante la sua laboriosa carriera, sino a che non era arrivato, con mirabile e singolare fortuna e con non poca abilit, egli pensava, a gradi pi elevati.
Addio, Lina, disse a un tratto quando si fu messo in ordine. Pensa ai ragazzi, e poi dormi tranquilla... Addio! e stringeva le mani della Lina e de' due bambini.
Ma i bambini riconosciutolo, secondo un lor vezzo, gli si erano arrampicati alle ginocchia, egli se li era recati in collo e lo baciavano.
La Lina si era accostata.
In un attimo egli ebbe tre baci.
Pos i bambini a terra e part: quell'uomo ferreo, di fibra robusta, intrepido, versatile, che non conosceva titubanze o paure, tremava spesso di commozione nel separarsi dalla sua famiglia sul punto di gettarsi a nuove imprese.
Arrivato fuor dell'uscio, sbirci da un capo all'altro la strada, per veder se ci fosse alcuno.
Temeva di essere sorvegliato!
Non vedendo alcuno pens subito fra s:
I miei nemici potrebbero trattarmi peggio!... Non sono poi tanto accorti... io, per esempio, ho gi dato ordine a uno dei miei agenti di vigilare su tutto quello che fa il Commissario Ferriani.
Erano suonate da poco le otto.
Sul crepuscolo il cielo si era coperto di nubi, si era levato un vento impetuoso, alla splendida giornata pareva dovesse succedere una notte tempestosa.
Gi cadevano grossi goccioloni.
Lucertolo torn dentro e riaccost l'uscio.
Stacc dal muro la lanterna cieca, con la quale un tempo si faceva lume, quando rondava di notte pel Ghetto e per le strade del Vecchio Mercato; e accesala, la nascose sotto il ferraiuolo, di color ruggine, foderato di lana verde, che si era buttato sulle spalle e, tirato a s l'uscio, si mise in cammino.
Via facendo, bench fosse tutto assorto in non lievi pensieri, di quando in quando si guardava attorno temendo di essere pedinato.
Si era soffermato due o tre volte, acquattandosi dietro una cantonata.
Se qualcuno mi segue, diceva fra s, creder che abbia infilato questa strada, affretter il passo per arrivarmi e non perdermi d'occhio, e io lo vedr!
Ma nessuno, almeno a quanto gli parve, si era data tal briga.
Pass un quarto d'ora per arrivare dalla Via dei Cartelloni dove abitava, vicino al suo commissariato, in Via della Giustizia, sulle quali danno le prigioni del Bargello.
Erano in quella viuzza, e vi sono tuttora, certe casupole, a un sol piano, squallidi abituri, con porticine misteriose, per passar dalle quali a un uomo, un po' atticciato, corpulento,  mestieri mettersi per taglio, con scalette angustissime, buie, tra pareti luride e screpolate.
Lucertolo, sebben fosse certo che nessuno, se non l'avesse veduto uscir fuori di casa sua, potesse in quel travestimento ravvisarlo, pure non voleva tralasciare alcuna precauzione.
Quando arriv in Via della Giustizia dietro al Bargello, la pioggia cadeva pi fitta.
Si avvicin pian piano, rasentando il muro, alla porticina della prima casa, rimpetto la cantonata di Via Vergognosa, oggi Via dell'Acqua.
Batt due volte con la nocca della mano sulla porticina.
Chi ? domand un vocione, che sembrava venisse da una stanza del pian terreno.
La porticina stette un pezzo ad essere aperta.
Finalmente Lucertolo sent sbattere un uscio dentro la casupola, poi il rumore di un passo strascicante.
Chi ? ridomand la voce chioccia, che gi Lucertolo aveva udito.
Io! rispose l'ufficiale della polizia. Sono io! mormorava Lucertolo, con le labbra quasi appiccicate al buco della chiave. Aprite, Frusone!
Ma il personaggio, qualificato con tale appellativo, e che tra poco presenteremo al lettore, senza aprir la porta, rispose:
Lucertolo!... Ti ho riconosciuto... Ripassa fra un'ora, adesso ci ho gente.
Ho capito!
Lucertolo soprastette un poco, quindi, come fosse stato colto da una subita idea, fece un gesto e si allontan in fretta. Dove andava cos travestito a quell'ora?
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CAPITOLO 26.
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Il commissario Ferriani fu la sera al Bargello, e accompagnato dal custode, dai secondini, da un caporale fece la visita delle prigioni.
Entrato nella prigione di Rodolfo Cassavoli scambi col carcerato un occhiata singolare.
L'omicciattolo accolse i visitatori con piglio feroce.
Anche tu qui? gli domand il commissario Ferriani in tono di molta benevolenza.
Anch'io, rispose il prigioniero con mal celato dispetto, non come se parlasse ad un ufficiale della polizia, ma a un uomo che egli avesse tenuto a suo servigio.
Mi auguro, rispose il Commissario Ferriani, che tu sia qui per un errore... deplorevole errore... che dalla giustizia sar presto chiarito!
Creda, me l'auguro io pure, ribad l'omicciattolo, o guai...
E andava qua e l per il carcere angusto facendo gesti di minacce.
Il Commissario giudic savio interrompere il colloquio, e si ritrasse.
La porta della prigione fu subito richiusa.
Ma tra il cigolio dei catenacci le persone che accompagnavano il Commissario udirono il prigioniero strillare parole misteriose, imprecazioni strane, delle quali sfuggiva loro il vero significato.
Il commissario Ferriani era divenuto cos pallido che il caporale credette opportuno indirizzargli una parola.
Signor Commissario, gli disse, ella soffre...  sempre abbattuto... si vede dalla sua fisionomia...
Ma gi erano arrivati dinanzi alla prigione di Luciano, e il Commissario faceva cenno all'interlocutore che tacesse.
La prigione fu aperta.
Entrarono.
Luciano era steso sul pancaccio, col capo ravvolto sotto la rozza coperta di lana.
Scopritegli la faccia! disse bruscamente il Commissario.
Un secondino si accost al pancaccio e scopr il capo di Luciano.
Allora tutti videro il suo volto, rigato di lacrime, i suoi occhi gonfi dal pianto.
Da pi di sei ore egli piangeva, senza aver tocco alcun cibo, si angosciava, si disperava.
Il pensiero della sorella, lasciata morente sul povero giaciglio, il pensiero di Lucia lo martellava. Non valeva a rasserenarlo la riflessione che gli sarebbe stato porto nella notte il modo di fuggire dal carcere.
Credeva s che la lettera di Lucia fosse vera, credeva che la ragazza, saputo del pericolo di lui, della sventura piombatagli addosso, avesse trovato nel suo amore l'energia necessaria a far sforzi sovrumani per salvarlo.
Ma fuggito dalla prigione dove sarebbe egli andato? Il suo disonore, invece di scemare, di cessare, non sarebbe aumentato? E non sarebbero quindi cresciute le immense difficolt, che gi lo separavano da Lucia?
Nella portantina, mentre lo conducevano alla prigione, seguito dalla folla, in mezzo ai birri, gli era balenata l'idea del suicidio: era giunto sino a tentare di metterlo in atto.
Ora quell'idea tornava a turbarlo. Ma da essa lo stornava e la piet verso la sorella e l'affetto per Lucia, e il por mente che in tal modo egli avrebbe anche a coloro, che pur dubitassero della sua reit, tolto ogni appicco a difenderlo.
Chi sa, fantasticava e si apponeva al vero, che taluno non lo riputasse innocente e in quel momento non si desse briga per metter assieme le prove della sua innocenza! Dato che non vi fosse alcuno, il quale mirasse a tal segno, e che gli uomini lo avessero abbandonato, non spettava a lui il massimo dei doveri? Difendere il nome della sua famiglia, lottare sino allo stremo delle sue forze, pur di morire onorato?
E cos titubando, ondeggiando tra i pensieri pi contrari, si era posto in cuore di non voler pi fuggire, di sprezzare quell'aiuto che, secondo ci che credeva, gli era porto per mano della donna che amava.
Fuggendo, ragionava fra s, non mi giustifico, anzi peseranno contro di me pi seri indizi di reit. E, messomi in salvo dalla prigione, dove potr scampare alle ricerche della polizia, della popolazione indignata contro l'omicida? Poich tutti sempre pi mi terranno per l'assassino della povera donna fatta a pezzi, straziata nella Torre degli Amieri!
E i singhiozzi lo soffocavano, nel riandare le infamie a lui attribuite.
Perch era la notte innanzi uscito dal suo tugurio?
Meglio, meglio fossero morti di fame egli e la sorella, ambedue tapini, disavventurati, e che appunto per aver egli cercato un tozzo di pane da confortare il loro lungo digiuno, sarebbero stati ora condannati a morire d'onta, di disonore!
Oh, il mondo era troppo ingiusto e crudele, vi erano tali ignominie, che gli infelici che ne soffrono, bench alle volte riconosciute e tardi alleviate, non possono accettare come adeguato alcun compenso.
Avea studiato le grandi teorie degli uomini di cuore, dei pensatori generosi, che con animo invitto, affrontando, sfidando i pregiudizi della folla ubriaca, curva sotto la gramola di chi la soverchia, e pur contenta al pane amaro della servit, hanno vagheggiato, ricercato i modi di assicurare la felicit dei pi; di dar loro una nuova dignit; nuova, poich di essere veramente liberi, e sinceramente fratelli, pochi sentono lo stimolo e l'ardente bisogno.
E quelle teorie di cui s'era imbevuto gli tornavano ora alla mente, ora che egli pi che in altro momento si sentiva vittima di una societ di lupi e di egoisti, dove l'uomo probo e buono, sprovveduto di denti e di malizie, ha tanti rischi di capitar male.
E cos si trovava confuso, abbattuto, trambasciato, come naufrago che lotti contro l'onda infida, che lo investe, lo assorda, lo stordisce: n trovava altro sfogo alla fine che il pianto.
In quel giorno di immense angosce, corse col pensiero alla madre, alla sua madre gentile, che da anni era sotto la fredda terra. Povera mamma! E si stemperava in lacrime a quel ricordo di divine virt, di ineffabili carezze.
Pur sua madre gli aveva insegnato a credere. E la immaginava viva in quel momento di supremo dolore e gli pareva vederla inginocchiata, piangente, ma sicura nella sua fede, consolandosi in Dio.
E Luciano preg, come pregavano i martiri dinanzi alle fiere, e ai tiranni, pi implacabili delle stesse fiere: preg come pregano i cuori forti, poich il sentimento che ricongiunge il debole cuore dell'uomo col cielo, trasfonda invincibili vigori, e apre la via a tutti i conforti, a tutte le consolazioni, di cui hanno bisogno le sventure, che l'ingiustizia, la crudelt, la insania dell'uomo accumulano quaggi.
Pianse e preg proteso sul nudo pavimento di quella prigione dove avevano camminato chi sa quali ribaldi e rei di chi sa quanti delitti, e dove un errore, e la ferma volont di sacrificarsi per altri, avevan gettato un tale innocente!
Sul far della sera si era buttato sul pancaccio, intirizzito dal freddo, febbricitante, versando lacrime, che gli cavava dal cuore il pensiero di tre donne: sua madre, sua sorella e Lucia!
Il commissario Ferriani si chin sopra di lui e lo guard impassibile.
Andiamo! disse a un tratto, rivolto a' suoi.
Egli usc l'ultimo dalla prigione e Luciano si accorse che, prima di uscire, aveva gettato in un canto un piccolo involto. Quando la porta fu richiusa, Luciano balz dal pancaccio e ricolse di terra una specie di gomitolo.
Era lo spago, del quale gli parlava Lucia nel biglietto, che egli doveva calare dalla finestra della prigione, e a cui doveva di fuori essere attaccata la fune.
Il Commissario, finita la visita, scese nella stanza del Cancelliere Maggiore.
Il Magistrato non poteva distogliersi dagli atti di quel processo. Nella giornata aveva pi volte interrogato varii testimoni, era salito nelle carceri, e aveva con la sua abilit messo a tortura i catturati nella mattina, tempestandoli con interrogatorii, non lasciando loro tregua, studiando ogni mezzo di prenderli in fallo, di farli cadere in contraddizioni, di strappar dalle loro labbra una confessione, la verit.
Si era risoluto a vegliare la notte, e aveva avvisato la polizia che sarebbe stato pronto a ricevere comunicazioni ad ogni ora.
Sapeva che la prima cautela perch certe procedure riescano a bene  quella di non perder tempo, di non dar agio ai delinquenti di allontanarsi, di arruffar le indagini, e pigliar nuove precauzioni.
Appassionato della sua professione, voleva veder chiaro e subito, non perdonando a fatiche, negli affari che gli si presentavano pi ardui e pi misteriosi.
Il commissario Ferriani insisteva nel tener per errate le ipotesi di Lucertolo. Avvisava non si dovesse, innanzi tratto, ammettere alcuna correlazione fra i due delitti, ma che fossero bens da considerar come separati l'uno dall'altro.
Secondo lui, ogni probabilit era in favore della voce pubblica, che indicava Letizia Faltini come la donna uccisa nella Torre. Era stata veduta nella Torre, e per le vie adiacenti pochi giorni prima: avea sempre menato vita sregolata, tra gente risicata e dissoluta; serviva di mezzana a turpissime tresche: la vendetta di un amante burlato, di un marito geloso, un segreto fra gente di basso affare, forse i particolari di un delitto, che essa sapeva, e faceva segno di voler propalare, potevano aver dato origine a un nuovo delitto.
Il quartierino, egli aggiungeva, era stato preso in affitto tre anni prima, da persona che aveva dato al proprietario un falso nome, poich non abbiamo potuto appurarne la identit. Ed era stato pagato per quattro anni. Il proprietario non ha pi veduto la persona che gli aveva sborsato il denaro. Questa persona era una donna, i contrassegni di essa, de' quali il proprietario si ricorda, se vuolsi, un po' alla confusa, pur risponderebbero a quelli della Faltini.
Era certo che in quel quartierino misterioso nessuno aveva avuto mai stabile dimora. Ma che vi andasse e venisse gente diversa senza pigliarvi stanza, trattenendovisi forse alcune ore, si ricavava dai depositi dei vari testimoni. Ci hanno veduto entrare uomini e donne in brutto arnese, e a taluno  parso vedervi entrare anche donne, che alle vesti parevano di condizione piuttosto agiata.
Giusta ogni ragionevole induzione, il quartierino doveva servire, come ve ne sono altri per la citt, e non tutti sorvegliati dalla polizia, a ritrovi amorosi, e a ritrovi amorosi forse, stante la qualit del luogo, di infima specie.
Pu darsi che eziandio persone pi risguardevoli, a meglio cansare i sospetti, e la vigilanza, non si sieno peritate ad entrarvi.
Ci, meglio che altre bislacche e remote ipotesi, spiega il profumo elegante, che ha fiutato nella Torre un agente di polizia, e che ha colpito l'olfatto degli stessi magistrati: spiega il ritrovamento di alcuni capelli biondi sopra una poltrona... Chi sa quante persone erano sino ad oggi andate per breve tempo in quel quartierino, ben lontane dall'immaginare che le tracce da esse inavvedutamente, spensieratamente lasciatevi potessero servire alle indagini di un delitto.
Il Cancelliere, come accade in simili casi, aveva ricevuto nella giornata denunzie di padri, di mariti, di fratelli, che annunziavano la sparizione dalle loro case di persone d'ambo i sessi, a loro congiunte: assenti senza che si sapesse il loro recapito, disperse, o di ignota dimora, ricercate invano per molto tempo.
In tali casi si palesano nella famiglia drammi, che altri mai supporterebbe.
Ma su nessuna di quelle denunzie il Cancelliere era sembrato trovar motivi sufficienti a farne fondamento di indagini.
Del resto, il commissario Ferriani era pervicace nel sostenere che la giustizia doveva muovere le sue ricerche dalla quasi certezza che la donna uccisa fosse la Faltini, e in ci professava dover aver gran peso la pubblica voce, che appunto la designava come vittima, pubblica voce, che egli stesso, egli Ferriani, ed i suoi avevano fatto nascere, aiutandone poi, ma questo non diceva, la divulgazione.
Il delitto consumato fuori di Porta la Croce era per il Ferriani pi facilmente spiegabile.
Si poteva supporre, senza metter mano a arzigogoli, come faceva il suo collega Lucertolo, che il giorno precedente essendo stato giorno di mercato, ed essendovi fuori di Porta la Croce stata una insolita e stragrande affluenza, due uomini della campagna fossero venuti ad alterco per questioni di interessi, e la sera, mentre l'uno si disponeva a tornarsene a casa, fosse stato aggredito dal nemico cui aveva recato qualche sfregio, o grave danno... Forse egli riportava una grossa somma dal Mercato, e il delitto era l'opera di un malandrino.
Bisognava quindi aspettare i risultati dei bandi, i rapporti dei bargelli e caporali, che avrebbero designato se dai villaggi, dalle campagne sotto la loro giurisdizione fosse mancata a un tratto qualche persona denarosa, o semplicemente qualche trafficante, lavoratore, ecc.
Scopo del commissario Ferriani, come si vede, era di guadagnar tempo.
Le imprudenze commesse avevano anticipato le indagini sul delitto, occorreva rimediarvi, se era possibile, con altri accorgimenti e con destrezza.
Io non sono alieno, disse il Magistrato, dall'accettare che la donna uccisa sia la Faltini...  un punto di partenza come un altro... Procuriamoci immantinente ogni particolare sul modo di vita, sulle relazioni di questa donna; cerchiamo di scoprire quale fosse veramente il suo ultimo domicilio prima del suo misterioso ritorno a Firenze...
Il commissario Ferriani esultava.
I suoi disegni riuscivano.
L'avvenire era suo.
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CAPITOLO 27.
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La contessa Paola aveva passata la giornata a fare i preparativi per la partenza.
L'idea di allontanarsi da Firenze l'appagava, avvisava che il dilungarsi dalle persone, che potevano minacciarla, dai luoghi che avevano per lei tanti amari ricordi, dovesse riuscirle uno scampo sicuro.
Ma sul far della sera non trovava pace.
Pi volte aveva dato in escandescenze durante la giornata, aveva messo sottosopra la casa, si era data un moto da forsennata. Litigii coi servi, urla, oggetti mandati in frantumi, poi d'improvviso un quetarsi, un chieder quasi perdono del suo far violento, e nuove ire, nuove collere, nuove smanie.
Nessuno dei famigliari se ne meravigliava, avvezzi a quelle stravaganze.
La Contessa  oggi nel suo vero umore! borbottavano, trepidanti che a ogni istante si scatenasse su ciascuno di essi una tempesta.
La cameriera, che di solito serviva Lucia, era stata con molta arte allontanata da Giuditta.
Essa le avea, a nome della Contessa, nelle prime ore della mattina, ingiunto di partire immediatamente, con un altro servitore, e andare ad apprestare la villa per ricevere i padroni.
Tutte le precauzioni erano state messe in opera, e giunse la sera senza che al Magistrato e a Lucia, occupati essi pure nei preparativi della partenza, giungesse motto degli orribili fatti avvenuti nella notte.
La Contessa anzi aveva, dopo la colazione, chiamato Lucia nella sua camera, l'aveva trattata con insolita tenerezza, se l'era stretta al seno, e le aveva baciato i capelli, colmandola di carezze, con una di quelle furie che le erano proprie, e la povera ragazza era tornata nella sua camera tutta scossa da un fremito e lacrimando di quell'inusitata bont.
La mamma, pensava fra s, deve aver qualche grosso dispiacere!
S'era accorta, che, mentre l'abbracciava, s'era rattenuta per non dare in uno scoppio di pianto.
Oh, diceva in cuor suo l'ingenua ragazza, se la mamma fosse mutata! Se mi volesse bene! Mentre saremo sole, in campagna, in un momento di espansione, io le salter al collo, le confesser il mio amore per Luciano...
Ma il bel volto delicato della ragazza subito si imbruniva.
Sua madre non era tanto orgogliosa? Sebbene le avessero detto che ella fosse venuta dal basso, non schifava i poveri, i modesti, gli umili come Luciano? Due o tre volte che si era abbattuta in lui non lo aveva quasi spaventato con le sue occhiate di sprezzo, con la sua alterigia, con sorrisi che erano un dileggio, una grave ingiuria all'animo del povero giovane?
Vagamente aveva udito dire che a sua madre piacevano i forti, i violenti, i soverchiatori; nessuna simpatia poteva trarla verso un uomo gracile, di sentimenti gentili, propenso agli studii, malinconico e affettuoso come Luciano.
E la ragazza dava in uno di quei profondi sospiri, con cui le ragazze innamorate rispondono a tutte le obbiezioni, che loro suggerisce il cuore nei momenti in cui ripensano, bilanciano le difficolt che le separano dall'oggetto della loro passione.
Dopo il pranzo, la contessa Paola era divenuta pi cupa; chi l'avesse guardata ne avrebbe preso raccapriccio.
Esaltata dal cibo, dalle bevande, tornavano a premerla, a turbarla visioni dei fatti orrendi, a cui aveva assistito nella notte.
E, come accade che l'aculeo di un rimorso li svegli tutti, le tornavano innanzi ad una ad una le turpezze della sua vita, i traviamenti nei quali aveva corso la giovinezza.
Era atterrita dal pensiero di tutto quello che aveva sofferto: di ci che le rimaneva a soffrire, ed era forse il pi orrendo.
Aveva cercato, come usava, ministrandosi vivande spiritose, stimolanti, attutire il rimorso che l'angustiava, ma indarno.
Stava seduta nella sua camera; Giuditta pure, seduta di contro a lei, in atteggiamento pi che famigliare, le vesti mezze discinte, come complice dinanzi una complice, non secondo ancella, mossa da suggezione per la sua signora.
Quella volgare familiarit ora disgustava la Contessa, che pur si era sempre perduta in dimestichezze rozze e volgari, che nata di basso loco, pur di tratto in tratto risentiva velleit signorili, quali comportava il suo grado, le veniva fastidio che altri potesse dire ella stessa esser plebea, e avea a vile ogni consuetudine grossolana, ogni contatto inurbano.
Poi, di repente, capricciosa in tutto, dismessi i vanti, i desideri signorili, dava vista anzi di sprezzare, ambire a bruttare ci che vi era di nobile, di elevato nel titolo che portava; si avventurava con pi ardore che mai alle sue licenze cortigianesche, al vivere guasto e dissoluto.
Ma in quell'istante le erano sopravvenuti i desideri pi casti.
La fantasia eccitata le dipingeva quale avrebbe potuto essere: felice, rispettata, onorata, non conoscendo i supplizii, che aveva lentamente, penosamente patito.
Si accostava ogni tratto alle labbra un grosso bicchiere d'argento, il quale conteneva una bevanda, che le stillava fuoco nelle vene.
E pure in quel momento vedeva giusto: poich in indoli cosiffatte, di natura perverse, con ragioni e coscienze ottenebrate, o di ordinario intorpidite, la verit, che di costume non vi s'adagia, v'entra come di furto, per modo di sorpresa, nei momenti in cui le concita, le incita un vapore di ebbrezza.
Ah, diceva ad alta voce, quanto invidio le donne che sono buone!... E deve esser cos facile esser buone! Certo pi facile, e io posso dirlo, che essere... altrimenti!
Giuditta la guardava per smemorata.
Era quella la sua padrona; la contessa Paola; la donna dei notturni ritrovi, insaziabile di tresche, irrequieta, senza modo in cosa alcuna; quella la Contessa, che prorompeva talvolta nelle pi sconcie parole, ed era macchiata dalle pi abbiette sozzure?
Quanto si soffre a fare il male! ripeteva la Contessa, contorcendosi come in un supremo spasimo, gli occhi semichiusi, il capo quasi rovesciato sulla poltrona.
Si alz di scatto.
Giuditta, disse, ho un'idea. Voglio che andiamo a consultare le Sibille. Se esse mi predicono bene, sar pi tranquilla e forse stanotte potr chiuder occhio... Ora mi sento addosso una agitazione d'inferno...
Col nome di Sibille il popolo fiorentino designava due vecchie, abitanti una topaia in Via del Ramerino, che facevano professione di indovinare l'avvenire e predire altrui il bene od il male.
Godevano grande riputazione e incutevano di s gran terrore.
Le credenze di streghe, di male, di fattucchiere d'ogni genere rampollavano ancor rigogliose, n sono al tutto sradicate nelle menti popolari. Si teneva per certo che alcune piante avvizzissero perch una strega aveva lor gettato la mala, che morissero bambini, o infermassero sol perch una di tali sedicenti maliarde li aveva tocchi, o, secondo il pi corrente volgare, stregati!
Ne nascevano spesso sfuriate e disordini: la strega, da temuta si volgeva in perseguitata. Lei fuggente il popolo premeva, incalzava con maledizioni, sassi, clamori: essa talvolta, correndo, lasciava cadere una boccetta; il liquido subito si levava, o avrebbe dovuto levarsi, in fiamme; la gente non andava pi oltre, per paura di male.
Alle volte il clero s'intrometteva in tali faccende e le malcapitate creature, o streghe, o spesso designate come tali, finivano i loro giorni in un carcere tetro.
Ma le Sibille di Via del Ramerino godevano fama anche, e soprattutto, di sante; nessuno quindi le molestava.
Giuditta sapeva che non ci era da resistere a volont della padrona, e in tal volont, del resto, essa, superstiziosissima come non di rado chi  scorretto e feroce, era infervorata e non se ne sarebbe per nulla rimasta a casa.
Uscirono, e dopo non breve cammino arrivarono all'abituro delle due sante, o Sibille.
Erano quasi a capo della ripida e angusta scaletta quando le due donne sentirono che, dietro di loro, saliva un uomo con passo grave e pesante.
Tirarono il grosso cordone di un campanello che penzolava dal foro praticato in un uscietto sul quale era infitta una crocetta di legno nero.
Prima che l'uscietto fosse loro aperto, le donne erano state raggiunte sul pianerottolo da colui che saliva insieme con esse.
Era un uomo di aspetto sinistro, scarmigliato, con abiti luridi e rattoppati.
Entrarono.
Ma la Contessa aveva avuto un brivido, guardando lo sconosciuto, che pareva le avesse pedinate sin l, e che le guatava in modo assai singolare.
Lo sconosciuto sedette su una scranna nella stanza d'ingresso.
La Contessa e Giuditta allora lo osservarono meglio.
Vestiva abiti sbrendolati, teneva in mano una pipa, che gettava pessimo odore, aveva la fisionomia contraffatta, sbarrava tanto d'occhi, e non li levava mai d'addosso alla Contessa, che sotto quello sguardo fisso, provocante, si sentiva a disagio.
Chi era mai costui?
Anche Giuditta lo squadrava e non sapea pensare che fosse altri che un pessimo arnese: qualcuno che voleva lor male, e le spiava.
Una donnetta gobba, incartapecorita, era venuta ad aprir loro la porta.
Esse aveano domandato di parlare alle Sibille.
Anch'io voglio parlare alla Matrona! avea detto l'uomo in tuono ruvido.
Matrona era il nomignolo della pi attempata fra le due maliarde.
La gobbina torn di l a poco, invit le donne a passare in altra stanza e disse all'uomo che fosse contento di aspettare.
L'uomo, rimasto solo, si alz, and gi e su per quella specie d'anticamera, gesticolando, mormorando fra s rotte parole.
Pareva in preda ad una grande agitazione.
Era talmente assorbito ne' suoi pensieri da non accorgersi che da due minuti la gobbina, venuta di nuovo nella stanza, gli si era avvicinata.
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CAPITOLO 28.
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La Contessa e Giuditta si trovavano alla presenza delle due maliarde.
La contessa Paola aveva palesato lo scopo della visita.
Di qui a domani, diceva, mi possono accader cose che decidano per sempre della mia vita... vorrei sapere se debbo aspettarmi male o bene!
E parlava, ella di solito cos altera, con un filo di voce, e tremava tutta, quasi spiritava dalla paura dinanzi a quelle due vecchione, il cui sembiante era davvero tale da metter raccapriccio.
Erano tutte e due piuttosto alte della persona, di forme quasi colossali, scomposte, sconciate dagli anni; tutt'e due vestite di nero; le guance flosce, tutt'e due cascanti, avvizzite, bianche come la cera, una di esse con un grosso gavocciolo sotto il mento, l'altra con una chiazza paonazza, come una bruciatura, che le segnava mezza una gota. Aveano ambedue il naso camuso, la bocca sguarnita di denti, folte sopracciglia bianche, gli occhi arrossati, una voce stridula, che bucava le orecchie.
Fecer cenno a Giuditta che stesse alquanto in disparte.
Accesero una fiamma sopra un piccolo braciere.
Quindi tirando varie cordicelle, sul soffitto e alle pareti si stese come una specie di velo nero, che parve mutasse l'angusta stanzetta in una bara.
Una delle maliarde pose la Contessa su una scranna, dicendole non si movesse, se non voleva romper l'incanto.
Cavaron fuori da una stoffa nera due teschi; alcune tibie; poi una delle maliarde scopr un intero scheletro umano, che era in un canto.
I riflessi delle fiamme azzurrognole balenando su quel mucchio d'ossa ne derivavano un effetto de' pi sinistri.
Le streghe presero varii mazzi di carte cabalistiche, sulle quali erano raffigurati gnomi, folletti, draghi, altri animali mostruosi, e mescolati che l'ebbero insieme, si chinarono a terra e ne formarono un cerchio intorno alla Contessa.
Rialzatesi, si accostarono al luogo dove ardeva la fiamma, tenendo ciascuna in mano una bacchetta di legno nero, cui serviva di pomo un minutissimo teschio.
Gettarono sulle fiamme alcune polveri: la fiamma oscill, si spart in due, prese vari colori, vi si disegnarono forme di strani oggetti, che a un tratto apparivano e si dileguavano.
Le vecchie cominciarono a mormorare una specie d'invocazione in un gergo incomprensibile.
Una di esse si allontan.
Le fiamme si alzavano sempre.
La stanza, non si sa come, trem, mentre dalla porta onde era uscita la pi attempata delle maliarde apparve un gran fantasma, tutto coperto di bianco, anche il capo, salvo che sul dinanzi, dove invece di volto appariva avesse un teschio, orrido a vedersi.
Il fantasma appoggi la mano ad uno stipite della porta, e incontanente lo scheletro, che era in un cantuccio dallo stesso lato, alz le braccia e gli scricchiolarono le ossa.
Giuditta e la Contessa dettero in un grido di orrore.
La cameriera si butt in ginocchioni, coprendosi gli occhi con le mani, la Contessa rimase immobile, i capelli irti dallo spavento.
L'uomo che era nell'anticamera, aveva attaccato conversazione con la gobba.
Sembrava ansioso di farla parlare, di cavarle di bocca una risposta, che fosse conforme alla verit, e aveva cercato di giungere a ci, senza eccitare i sospetti di lei.
Alla fine, quando gli parve averla condotta a buon punto, le domand:
Quella signora, che ora  l... io l'ho incontrata spesso per Firenze... Ma non so chi sia...  una gran bella donna... Che ne dite?... E come vi ha guardato con disprezzo, quando  entrata... Non hanno piet per nessuno queste signorone.
Oh, rispondeva la gobba, della piet di certa gente sapreste voi che farne?... Io no... Del resto, sar gobba, ma quanto a onore, riputazione, credo averne pi di costei...
Ad ogni modo, fosse anche non so chi, mostrava poco cuore, poich mentre vi seguiva, faceva certi atti come per burlarsi del vostro difetto... povera donna... che poi alla fine non vi disdice tanto... e del vostro modo di camminare.
Ah!... Mi canzonava? Vi assicuro, abbench sia una signora, non mi gioverei di servirla, se mi comandasse... Sapeste chi !...
Questo importa poco, disse l'uomo, che era sui carboni ardenti, bench affettasse indifferenza, che conosceva benissimo la Contessa e voleva dalla gobba ottenere ben altro.
Ho ordine di non dir mai chi va o viene per questa casa. Io devo esser senz'occhi. Ma, continu la gobba, desiderosa di sfogarsi e cui capitava di rado la congiuntura di poter parlare a suo agio, se voi foste un agente della polizia, allora non direi nulla... Siete un povero come me, e probabilmente venite a buttar via qui gli ultimi soldi che avete in tasca per sentirvi predire la fortuna... Le mie padrone predicano sempre la verit, e forse vi metteranno una gran paura in corpo con qualche brutta notizia... Vi consiglio d'andarvene senza consultarle, e dando a me una piccola mancia pel buon consiglio!
E la gobba rideva in un modo stravagante.
Del resto quella signora... diciamo pur signora... se volete sapere chi , ve lo sciorino subito...  la contessa Paola Torsinghi...
Ho capito! Ho capito! interruppe l'uomo. Una buona pelle!... Ha fatto d'ogni lana un peso... Gode di un certo nome... Sentite: non ho difficolt a darvi la mancia... ma avrei una grande curiosit: vorrei poter ascoltare quello che le dicono le vostre padrone...
Eh! E se rimanessimo stregati anche noi! disse la gobba con un ghigno satanico.
Ho io un preservativo contro tutte le male! esclam l'altro cavandosi di tasca due madonnini lucidi, che parevano allora usciti dalla Zecca di Sotto gli Uffizi.
Era Lucertolo, il famoso agente di polizia, venuto l sotto il suo travestimento da Via della Giustizia, coll'intento di consultare anch'egli le streghe, nelle quali riponeva una certa fede. Venuto su dall'infimo popolo, ne partecipava i pregiudizii, le superstizioni, instillategli fin da fanciullo, e delle quali  pi arduo il guarire.
Per esempio, egli teneva in quel momento esser salvo dalle streghe, poich credeva, come altri, che la strega potesse gettare la mala soltanto quando vedeva la persona contro cui voleva operare, ma che quando n'era separata da un muro, od altro ostacolo materiale, il suo cattivo influsso non potesse esercitarsi.
Uomini ben pi gravi di lui accettavano come oro tali panzane, e vi ricorrevano in certe occasioni anche molti che in teoria si faceano belli di dubitarne.
Il caso avea fatto incontrare a Lucertolo la contessa Paola in quel luogo.
E vedutala, gli era subito sorto un pensiero, che pi tardi sveleremo al lettore.
Ormai la gobba e l'agente di polizia stavano in orecchi alla porta della stanzetta.
Da una fessura vedevano la scena.
Il fantasma bianco, lo scheletro che si moveva: la fiamma crepitante, la maliarda con la bacchetta alzata, la Contessa ritta in mezzo al cerchio delle carte, un velo nero gettato sul capo, e vedevano il velo nero pi fitto, pi denso, che pendeva dalle pareti.
La cerimonia stava per finire.
La maliarda dette un'occhiata allo scheletro, e al fantasma bianco, poi fattasi innanzi tocc colla sua bacchetta la Contessa dicendo:
Siamo sotto un maligno pianeto. Due delitti sono stati commessi stanotte nella citt...  un pianeto, che porta sangue...
La maliarda, parlando dei due delitti, accennava a quello di cui tutti avevano discorso nella giornata.
Ma la Contessa credendo che essa le leggesse nel cuore, e vedesse la verit, appariva esterrefatta, stava per essere colta da convulsioni.
Vedo sangue per tutto in questo momento, continu la maliarda, sangue nelle tue mani, nelle tue vesti, nelle vesti della donna l inginocchiata...
Giuditta gett un nuovo grido.
Temi molto dell'esito della cosa che aspetti... Prevedi che sar forse il pi terribile. Mi par di sentire che non  lontano di qui l'uomo che sar la tua rovina...
La stanza trem di nuovo, spar il fantasma, lo scheletro non si mosse pi, la fiamma fu rovesciata.
La Contessa butt via il velo, che le avevano posto in capo, mise alcune monete sopra un tavolino, e usc quasi correndo dalla stanzetta parata a nero.
Giuditta la seguiva raccapricciata.
Quando fu per le scale la Contessa bisbigli alla sua complice:
Hai sentito? Di certo sapeva del nostro delitto!
Ma non appena aveva la Contessa proferito queste parole che si trov davanti l'uomo, vestito di stracci, che aveva incontrato al suo arrivo.
La scala era un po' illuminata.
L'uomo si avvicin alla Contessa, quasi toccandola, guardandole i capelli e fiutando l'aria, dilatando le narici, come se volesse respirar meglio un profumo.
Le donne scesero sempre pi in fretta.
Quando furono in strada, la Contessa disse a Giuditta, stringendole il braccio:
Quell'uomo ci ascoltava. Forse ha sentito le mie parole!
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CAPITOLO 29.
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E pei crocchi e pei trebbii, nei cerchi e nelle piazze, nei caff, nelle stanze ove la gente si raccoglieva a conversare, in quell'ora ciascuno parlava degli avvenimenti della notte precedente, e li rifiorivano dei particolari pi bizzarri, vi apponevano frange e passando di bocca in bocca si tramutavano, nella lor sostanza, quasi all'intutto dalla verit.
Il nome di Letizia Faltini era sovente ripetuto: quella nell'opinione universale era ormai di sicuro la donna uccisa!
E in questa opinione concordavano anche i birri, gli agenti, che assembrati nei loro guardioli raccolti intorno ai bracieri, o distesi sui pancacci, favellavano dei casi che avevano tenuto in sospeso per tutta la giornata la polizia.
Molti agenti erano sempre in servizio, andati qua e l alla spicciolata, ma tutti intesi a trovar tracce dei rei, a mettere in bala della giustizia gli autori di s orrendi misfatti. Entravano nelle case di mala fama, si sedevano nelle bettole, nelle osteriuole del Mercato, visitavano i domicilii dei sospetti, tempestavano di domande la gente se qualcuno non ne trovavano al covo.
Strettissima sorveglianza esercitava la polizia sui pochi, gi noti per lunghe prigionie subite, e per condanne infamanti, ai quali, scontata la pena, consentiva di rimanere nella citt; quasi tutti costoro furon ripescati, arrestati in tal giorno, duramente esaminati; si volle da lor sapere, chiarendosi subito a prova se essi avessero detto il vero, dove avevano passata ogni ora delle ventiquattro ore precedenti, di quali mezzi disponevan per vivere, e come lor capitati nelle mani.
La polizia aveva tutto messo in opera, come quando  desta dalla notizia di un misfatto, i cui autori con l'audacia e con l'abilit spiegata sembra vogliano sfidare, irridere la sua potenza.
Ma non aveva tirato gran pro dalle indagini, onde scaturiva soltanto un'ipotesi di qualche rilievo: cio che la donna trucidata fosse la Faltini.
Per, tutto era ormai a quel punto in cui un nonnulla basta a distornare i pi ingegnosi artifici dei delinquenti, e il pi debole raggio di luce serve a disperdere le tenebre, che si credevano pi fitte.
La polizia ormai sentiva che, a cos dire, quasi toccava col dito i delinquenti, che essi erano caduti entro le sue ampie reti, che fra i molti arrestati, o i loro compari, doveva trovarsi chi possedesse il segreto, che si voleva scoprire.
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CAPITOLO 30.
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Lasciammo il Cancelliere Maggiore della Rota e il commissario Ferriani che s'intrattenevano sulla probabile identit delle vittime, sui probabili autori dei due delitti.
Luciano Gruffoli, rispondeva il Commissario alle domande del Cancelliere, secondo me,  reo... Tutto ce lo prova...
E il Commissario enumerava con compiacenza, e con molte minuzie, i pi lievi indizii contro il giovane sfortunato.
Il disegno del Commissario era questo: aggravare pi che potesse Luciano, istillare nell'animo del Magistrato i pi forti dubbi contro di lui, farlo fuggire dalla prigione, e credeva aver tutto perci disposto a meraviglia; quindi metterlo in luogo sicuro, dal quale non avesse modo di conversare con alcuno, e dalla fuga e sparizione di lui trarre nuovo argomento della sua colpabilit.
Le aprir l'animo mio, disse a un certo punto il Cancelliere. Le ipotesi del commissario Arganti mi quadrano pi delle sue... Egli supponeva che i due delitti fossero collegati, cio consumati con l'aiuto, la complicit di varie persone... Ora dove sono molti rei lo scoprimento della verit  pi facile, taluno di essi per vendetta, per cupidigia, per pusillanimit, o per mera slealt pu essere indotto a confessare... Il commissario Arganti supponeva pure che nel delitto fossero mischiate almeno due donne e le donne, come lei sa, sono la provvidenza della polizia giudiziaria.
Comprendo, rispose il commissario Ferriani, con le labbra dischiuse ad un lieve sorriso, ma noi pi che delle ipotesi belle dobbiamo curarci de' mezzi, che pi direttamente ci condurranno alla verit...
Le parler franco, soggiunse il Cancelliere, che da un pezzo andava ruminando tra s e s tutte le parole proferite dal Ferriani, io avviso che, secondo il suo metodo, noi stenteremo anche pi a trovare i colpevoli... Mi pare che le difficolt crescano, invece di scemare...
Il Magistrato sfogliava intanto un piccolo inserto di carte, che gli era stato portato allora allora, e conteneva documenti relativi alla sparizione della donna Letizia Faltini.
Per  necessario venire ad una conclusione, e presto... Se entro la notte non si raccolgon almeno indizi pi sicuri, io ricorrer di nuovo al commissario Arganti!
Il Ferriani impallid al nome del rivale.
Per egli contava sullo strattagemma della fuga, che secondo lui doveva dar apparentemente una prima e salda conferma alle sue ipotesi.
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CAPITOLO 31.
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Suonavano le dieci e la campana del Bargello co' suoi rintocchi invitava i cittadini, tuttora per le strade, a tornarsene a casa, e avvertiva ai proprietari di caff, di taverne, che era l'ora di serrare.
Le pattuglie dei volanti aveano cominciato la ronda, le sentinelle gi si trasmettevano il loro grido.
Chi va l? domand il caporale che guidava una pattuglia, la quale sbucava in quel momento in via della Ninna.
Il caporale aveva veduto come un'ombra strisciar lungo i muri, poi sparire, aveva udito insieme cogli altri agenti il fruscio di una gonnella.
Chi va l?
Ma alla reiterata intimazione nessuno rispose.
Allora i birri apersero tutti le loro lanterne, e videro a poca distanza rasente al muro, una donna, che se ne stava mezzo accoccolata, col capo coperto da uno scialle, quasi sperasse di potersi tener celata.
In un balzo il caporale le fu dinanzi, l'alz e le butt gi di capo lo scialle.
E rimase un istante attonito a guardare la donna: stupefatto della ferocia che tramandava quel volto femminile.
Gli occhi erano piccoli, infossati, lucentissimi, spiranti un certo fascino selvaggio come quelli degli animali da preda: la fronte bassa, con una certa tal concavit nel mezzo, l'angolo facciale schiacciato come di scimmia, uno sberleffo, fatto a sghembo con la punta di uno strumento acuminato, le sfregiava tutta la guancia destra.
Aveva le labbra contorte e scolorate.
La donna tent sgattaiolarsela, sgusciare di mano al birro, ma costui la teneva con mano di ferro, squassandola contro il muro.
Ma io la conosco!
Anch'io! rispose un altro birro.
Ho il suo nome sulla punta della lingua! soggiunse quello che aveva parlato per primo. E non lo trovo!
E io pure non mi rammento dove ho veduto quella fisionomia, ma non m' nuova!
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CAPITOLO 32.
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In quello stesso momento Lucertolo, venuto via dalle Sibille, capitato di nuovo in Via della Giustizia, dietro il Bargello, bussava alla porticina alla quale avea bussato oltre un'ora prima, e apertogli si trov dinanzi l'uomo che egli avea gi chiamato col curioso appellativo di Frusone.
Oh! Lucertolo! disse Frusone, riserrando la porta e tirando il catenaccio. Ti ho riconosciuto alla voce! Con cotesti panni, e col viso, che ti se' fatto, puoi andar dove vuoi, senza che nessuno ti scopra... Ma il tuo travestimento mi dice che hai un grosso affare per le mani.
Grosso, ma grosso davvero... E ringrazio Dio che tu non mi abbia aperto dianzi... Perch ho fatto un giro!... Sono andato in una casa... ho guadagnato a un tratto pi che in una giornata di continue ricerche... Capirai che, se vengo a consultar te, non si tratta di poco.
Ti dir, rispose l'uomo da Lucertolo designato col soprannome di Frusone, da stamani in poi io mi aspettavo la tua visita...
Si?
Di certo. E ti dir il motivo pel quale vieni da me.
Ho piacere che tu indovini.
Tu vieni a consultarmi sui delitti della notte passata!
Lucertolo fece un gesto di assentimento.
Tu, continu l'altro, che avevi avuto ordine di dirigere le ricerche... quindi sei stato scartato... per far posto al tuo collega Ferriani, e punto nel tuo amor proprio, seguiti ora le indagini per conto tuo. Il tuo istinto di bracco ti affida di una vittoria infallibile e per esser anche pi sicuro di vincere... per stravincere... vuoi associarti a me, non  vero?
Lucertolo stinse tutte e due le mani al suo interlocutore.
L'uomo che avea parlato in tal guisa poteva avere un sessantacinque anni. Era alto e nerboruto, folte e lunghe sopracciglia bianche spiccavano sulla pelle bruna, abbronzata del suo volto, e sotto quelle sopracciglia saettavano due occhi di fuoco.
Il suo vero nome era Bastiano Scalistri. Aveva servito per quarantatr anni nella polizia, alla quale avevano appartenuto suo nonno, suo padre, e altri suoi parenti.
La polizia in Toscana era allora una professione, che si trasmetteva di padre in figlio e in certe famiglie la trasmissione  durata oltre un secolo. Vi sono tuttora nella polizia italiana ufficiali toscani, e certo non dei meno esperti e apprezzati, i cui avi servirono come esecutori, o bargelli, lo stesso Granduca e poi imperatore Leopoldo I. Mirabile era questo congegno, poich la polizia veniva ad esser cos composta di uomini ben noti e a tale istituzione peculiarmente affezionati, addestrati sin dal primo svilupparsi delle loro intelligenze nelle sue pratiche e malizie. Ne contraevano, per cos dire, nascendo, l'istinto; bambini avevano accesa la fantasia da racconti di gesta poliziesche, scontri d'agenti con malfattori, morti eroiche, lotte bravamente sostenute, tratti d'immensa abilit, si appassionavano per la loro carriera; avevano da giovani nelle case una scuola continua, e si vantaggiavano della esperienza dei vecchi.
Ne' lor trastulli fingevano prigioni, arresti, pattuglie, interrogatorii; venivano su insomma di buona tessitura e per birri eran birri fatti benissimo.
Allora un'istruzione mal digesta, pi nefasta che opportuna al viver civile, non aveva ancor mutato la polizia in ricetto agli spostati, avvocatuzzi senza clienti, maestrucoli senza scolari, autoruzzi di tragedie abortite, e perfino a invalidi istrioni. Si capiva che la polizia  un'istituzione singolare, la quale ha per bisogno di energia, di molta probit, di tirocinio, non dev'essere una corba in cui si raccolgano tutti i frutti fracidi e mezzi, che cadon dall'albero sociale, una fogna sotterranea, nella quale sono spinte innanzi tutte le immondezze.
A quella vecchia polizia, che gi principiava tanto o quanto a trascendere e degenerare, avea per quarantatr anni appartenuto Bastiano Scalistri.
In quarantatr anni un agente aveva il destro di conoscere press'a poco quante persone vi erano in Toscana. Mandato di qua e di l, vissuto nelle potesterie, nei capitanati, nei borghi, nelle campagne meno abitate come nei centri pi popolosi, egli sapea dirvi con precisione all'udir un casato:
Questa famiglia  del tal luogo... si compone di tali e tali...
E ci per quanto era grande il Granducato.
N alcuno li ha mai superati nel conoscere l'albero genealogico dei delinquenti.
 noto che in certe famiglie, pur troppo, il crimine, la disposizione a delinquere sono ereditarii. Io, studiando negli archivi certi processi, ho rintracciato sino alla quarta e quinta generazione la propaggine di certi ladri e malviventi.
Singolare, e pur vero documento, che offro qual materia di studio a' fisiologi! Spesso oggi si ripetono nelle cronache giudiziarie di tutta Italia certi casati di ladri e malviventi fiorentini e toscani, e questi stessi casati si rinvengono quasi ad ogni pagina nelle carte che serbano gli archivi giudiziari, dei processi fatti in Firenze or sono cinquanta, ottanta, cento anni.
Di padre in figlio, dunque, certe schiatte (strano retaggio) si sono trasmesse il delitto!
Queste famiglie erano conosciutissime agli antichi agenti. Talvolta, bastava che un arrestato dicesse il suo nome perch l'agente sapesse a che attenersi.
Gl'interrogatorii erano splendidi.
Come ti chiami? domandava l'agente al briccone che avea catturato.
Tal di tale.
Ho capito: tu sei parente di quello che commise una grassazione a mano armata, contro certi viaggiatori, e che  ora al Bagno di Portoferraio... Tuo fratello ha finito di scontare la pena da due mesi...
Vi ricordate? ripigliava un altro agente, sua madre  quella che port via la tovaglia da un altare, in giorno di festa, in mezzo al popolo...
E il padre di sua madre? Fu quello che scaric dietro una capanna un colpo di fucile contro un agente, che era andato ad arrestarlo.
E in tal modo essi eran capaci di noverare le gesta di queste sciagurate famiglie, anche se abitanti nei luoghi pi alpestri e pi selvatichi, pi remoti dalla consuetudine delle citt.
Mai la polizia criminale sar fatta meglio: e cardine di essa, ben inteso, era la polizia preventiva, elevata dal legislatore al massimo grado, come si rileva da' savi regolamenti, resa agevole da s fondata e ampia cognizione di fatti, e che dette tali frutti che un giorno si ebber vuote tutte le carceri della Toscana.
Bastiano Scalistri non sapeva leggere, ma la sua memoria era prodigiosa; vi erano impressi nettamente, ripartiti col massimo ordine, i nomi, l'aspetto, le fattezze di qualche centinaio di mariuoli, o di furfanti di spolvero, da lui conosciuti in quarantatr anni di carriera.
A riprova della sua memoria si raccontava il seguente fatto.
Un giorno, ne' primi anni del suo servizio, gli era stato ordinato di accompagnare un ufficiale della polizia, che si recava ad assistere, molto lontano da Firenze, ad un processo.
Passeggiava, durante il processo, in un cortile sul quale davano le finestre delle prigioni.
Ad una finestra gli venne veduto il ceffo di un giovinastro.
Vent'anni dopo (e non  fola) il birro si trovava in Firenze per le feste di San Giovanni.
In cotali giorni vi era la massima sorveglianza contro i precettati, le persone sospette, ecc.
Il birro vede passarsi ratto dinanzi una fisionomia, che si avvisa di riconoscere.
Torna addietro, acciuffa il tristo per le spalle.
Costui comprende con chi ha che fare, si lascia menar preso, e in cammino, confessando al birro l'esser suo, gli dice, tutto lamentoso:
Sono arrivato a Firenze appena da una mezz'ora... Avevo fatto a piedi trenta miglia... O come ha fatto a riconoscermi!
Dopo vent'anni, ne' quali si era trovato a faccia a faccia con chi sa quanti ribaldi, le cui fisionomie aveva tutte vive e spiccate nella memoria, dopo vent'anni l'agente non si era ingannato.
Aveva arrestato il malfattore, come se lo avesse veduto il giorno innanzi!
Bench ritirato dagli affari, come egli soleva dire scherzando, Bastiano Scalistri seguiva sempre con entusiasmo tutte le operazioni della polizia. Quando si presentava un caso di qualche rilievo, andava alle informazioni, se lo studiava per proprio conto, e tra s e s brontolava quando gli pareva che la polizia desse in fallo.
Di consigli era parco, poich non gli andassero molto a sangue i nuovi venuti; con Lucertolo si erano gi trovati insieme e aveva serbato pel compagno la pi pura predilezione.
Come se la intendevano fra loro! Come erano nati per capirsi!
Lucertolo lo vedeva tuttora stillarsi il cervello, dato si presentasse alla polizia uno di quei casi, che gli agenti nel loro linguaggio chiamano un bel caso, buttarsi a studiarlo di foga, e poich talvolta se ne era mostrato un po' ammirato, Bastiano gli diceva:
Vedi, ci sono de' malanni, com'essere stati avvocato, impresario, giornalista, o birro, che una volta avuti, mi sono dovuto convincere, non se ne guarisce mai bene!
Ma parliamo dei due delitti! ora diceva Bastiano a Lucertolo. Io ti metter subito sulle tracce dei rei... Ho trovato quasi il bandolo della matassa... ci penso da stamani in qua...
Ed anche io ho trovato del buono, ma molto del buono... Abbiamo le mani nei capelli agli assassini e alle loro manutengole...
E forse istigatrici, aiutatrici... Ah, tu pure avevi compreso che in questo affare erano mescolate anche donne!... Ti riconosco, mio bravo Lucertolo!
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CAPITOLO 33.
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Su!... Andiamo!... Avanti!
E, cos dicendo, la pattuglia dei birri si spingeva innanzi la donna catturata in Via della Ninna.
I birri tenevano aperte le loro lanterne, che gettavano raggi di luce tremolanti sulle mura degli edifici.
Il caporale aveva la donna per una mano e le sue dita la stringevano come morse di tanaglia.
La donna non aveva voluto rispondere alle domande dei birri: essi temevano che si fingesse stolida o ubriaca.
Di tanto in tanto mandava una specie di muggho come per esprimere il dolore, che le davano le forti strette del caporale.
In breve furono al Bargello.
Qualche nuova pigionale? domand al caporale che recava la donna, il birro di guardia sulla porta in Via del Palagio.
Una sola delle imposte della porta era aperta, e si vedeva un grand'andito illuminato.
Il caporale entr con la donna.
Subito altri birri, che cianciavano fra loro in una stanzetta, che si apriva sull'andito, vennero fuori.
La donna portava una gonnella di lana a quadrellini neri e turchini e intorno alla vita aveva uno scialle a fondo rosso con fiorami di vario colore.
Era alta della persona, asciutta: andava piuttosto ricurva, e teneva gli occhi bassi.
Con voialtri non voglio parlare, disse al caporale, conducetemi dall'Ispettore!
Un birro si era fatto innanzi, le aveva posto una mano sotto il mento e alzatole il volto in modo piuttosto ruvido le figgeva gli occhi addosso.
Possibile? esclam. Ma di certo mi par lei!
Il birro era rimasto trasecolato e varii dei suoi compagni gli facevano ressa attorno perch parlasse.
Conducete quella donna dal Cancelliere... Ci  ordine che gli si portino tutti i catturati della notte: vuole interrogarli da s.
Si pu parlare al Cancelliere?
Rimane qui apposta tutta la notte per ascoltare tutti coloro che lo ricercano... Ora  in colloquio col commissario Ferriani...
Benissimo! Annunziatemi!
Ma non s tosto il cursore ebbe aperta la stanza del Magistrato, che la donna, svincolatasi con uno sforzo supremo, repentino, dalla stretta del graduato di polizia, si era precipitata innanzi.
Il Cancelliere si alz di scatto sulla poltrona.
Per il caporale era venuto dietro alla donna e l'aveva di nuovo afferrata.
Il commissario Ferriani sembrava scosso, spaventato da quella subita apparizione.
Eccellenza, disse la donna, rivolta nell'atto pi umile al Magistrato, mentre il caporale la teneva sempre ferma, vengo ad invocare la vostra piet... Sono stata catturata quando mi recava qui per aiutare la giustizia e indicarle uno sbaglio.
Lasciatela! disse il Magistrato al caporale. E voi tacete per un istante, continu torcendo lo sguardo alla donna. Caporale, raccontate le circostanze della cattura...
Il caporale disse a filo a filo dove aveva incontrata la donna, e come la aveva arrestata, rifiutandosi essa a dare il proprio nome.
Non potevo darlo! rispose la donna tutta sgomentata. Sono perseguitata...
Chi vi perseguita? domand il Magistrato.
La donna teneva gli occhi addosso al commissario Ferriani, che pallido, contraffatto, con voce che si studiava render ferma e sicura, ribatt:
Rispondete al signor Cancelliere: chi vi perseguita?
La polizia... la polizia... mi perseguita... mi ha resa quasi pazza... Voi sapete, signor Commissario, che io sono perseguitata specialmente da uno dei vostri, da Rodolfo Cassavoli...
Il commissario Ferriani si appoggiava al banco del Magistrato.
Cercava di comporsi una fisionomia di intrepido, ma la commozione, il turbamento lo soffocavano.
Voleva parlare, ma ogni sforzo non gli valeva.
Lei, disse il Magistrato con voce sonora all'ufficiale di polizia, conosce questa donna?
Io... no!... rispose il Ferriani dopo un secondo di esitanza.  pazza, o idiota, o  mandata qui da taluno, che vuol impedirci stanotte di attendere alle nostre indagini... Chi sa quale storia le hanno insegnato perch venga qui a ripeterla. Se permette, io la far chiudere in una segreta, e proceder solo al suo interrogatorio, risparmiandole forse penosi diverbi...
No, no, eccellenza... Non mi faccia interrogare da costui... Voglio parlare a lei, a lei solo... senza testimoni... Ho paura di parlar dinanzi ad altri.
Spero che il signor Cancelliere non vi dar ascolto...
Mi perdoni, signor Commissario, interruppe il Cancelliere col suo solito fare autoritario, pronto e risoluto, dipende da me di prendere qualsiasi risoluzione... Nessuno deve darmi suggerimenti...
Io intendeva dire...
Mi duole, signor Commissario, doverle accennare che gi per la seconda volta ella tenta di surrogarmi in attribuzioni che mi spettano... I suoi consigli mi sono preziosi, ma ella mi tratta quasi come un suo subalterno... Il dovere del mio ufficio mi consente di soddisfare alla domanda di questa donna... Vi sono rivelazioni, che possono esser fatte, durante la preparazione degli atti, al solo orecchio del Magistrato inquirente e di cui la legge lascia alla sua probit di tener quel conto che crede... Dunque proceder solo a questo interrogatorio.
Ma potrebbe essere un'insidia... E la polizia ha il dovere di vegliare sulla persona dei magistrati... Tale era lo scopo delle mie osservazioni... Chi ci dice che questa donna non sia armata, che non venga qui per compiere un atto di straordinaria audacia?
Oh! e il Magistrato trattenne a mezzo un gesto di sdegno. Ad ogni modo useremo ogni precauzione!
Ad un cenno del Magistrato, il caporale si slanci sulla donna, la frug tutta; essa non aveva indosso, oltre le vesti, che un fazzoletto nella tasca della gonnella, e in condizione tale che il birro, sebbene non fosse schizzinoso, pareva sostenesse gran pena a toccarlo.
Signor Commissario, ripigli allora il Cancelliere, ella pu proseguire nelle sue indagini. In caso di bisogno, io la far chiamare. Non occorre che le rammenti quanto urge alla giustizia, e per l'onore della polizia, l'immediato scoprimento dei rei.
Il Commissario nicchiava, tentennava, pareva volesse aggiungere qualche parola, prima di uscire.
Si avvi lentamente verso la porta e due volte parve in procinto di tornare indietro.
Il caporale lo seguiva.
Anche il Cancelliere si mosse dal banco; accompagn il Commissario sino all'uscio, e quando costui e il caporale furon fuori disse a quest'ultimo, dopo aver scambiato un saluto col Commissario:
Voi rimanete qui... E non fate entrare nessuno sino a nuov'ordine!
Serr poi le doppie bussole, le quali chiudevano la sua stanza dal corridoio, e torn a sedersi.
La donna era sempre ritta dinanzi a lui.
Il Magistrato accomod il lume in maniera che egli rimase nell'ombra e tutta la luce si riversava sul volto della donna. Un pensiero cominciava a molestarlo.
Egli aveva notato l'insolito turbamento del commissario Ferriani.
Gli tornavano alla mente tanti piccoli incidenti e li collegava con la profonda commozione che il Commissario aveva tentato di nascondergli, ma che egli avea ben veduto.
Guardando la fisionomia della donna, tutta rischiarata dalla luce, fu colpito dall'espressione truce, sinistra, che vi balenava.
Prima di tutto, disse il Magistrato con la sua voce energica, ditemi il vostro nome!
Io, rispose la donna, senza titubare, mi chiamo: Letizia Faltini.
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CAPITOLO 34.
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Il Magistrato stette alquanto sopra di s, tra meravigliato e perplesso.
Aveva egli davvero dinanzi la donna che tutta Firenze in quel momento credeva assassinata: o era questa una nuova insidia, tesa alla giustizia da' veri autori del delitto?
Rimesso in un attimo dalla rapida commozione che aveva chiusa in s, abituato per la sua professione alle pi singolari sorprese, di modo che alcuno che fosse stato l presente non l'avrebbe avvertita, disse con molta rigidezza alla donna:
Il vostro nome  dunque...
Letizia Faltini del fu Giuseppe...
Che prova potete darmi di quanto asserite?
La donna si turb.
L'assicuro, cincischiava fra i denti, che io mi chiamo cos...
Non sareste anche voi mandata qui come falsa testimone a deludere le ricerche della giustizia?... Guai!... Sono stanco... E vi assicuro che ora darei un esempio!
La donna si perdea d'animo, tremava, pareva pi che mai impaurita e confusa.
Ho indovinato! esclam il Magistrato che non la perdeva d'occhio un istante, e batt un pugno sulla tavola.
Era divenuto rosso nel volto, la pazienza, che di solito non gli veniva meno neppure dinanzi alle enormezze, alle pervicacie dei pi sfrontati delinquenti, ora gli mancava. Da circa ventiquattro ore egli si dibatteva fra continui agguati ed insidie; falsi testimoni, gente che ascoltava alle porte, documenti corroboranti le ipotesi pi disparate, nulla gli era stato risparmiato.
E il Magistrato andava in collera nel vedere che il sistema perdurava, senza che si potesse aver il pi piccolo barlume donde procedesse questo ostinato continuo attacco alla giustizia: chi l'autore, o quali gli autori di una frode cos gigantesca, preparata allo scopo di coprire un delitto?
Non avete altro da rispondere?... Vi assicuro che prima di domattina voi ci avrete rivelato il vostro vero nome, chi vi ha mandato qui, e con che fine...
La donna, di aspetto cos fiero, dette in un pianto dirotto.
Ripeto, singhiozzava, io sono Letizia Faltini!
Tacete adesso! istava con tono acerbo il Magistrato. Non crediate di illudermi... La verit la direte al Capo delle Prigioni Segrete... o la direte al commissario Ferriani!!
A quel nome lo spavento della donna si accrebbe, essa si gett alle ginocchia del Magistrato implorando mercede.
Sebbene avvezzo ai pianti, alle scene di disperazione, il Cancelliere pur di rado avea veduto un dolore cos concitato e violento.
Ditemi, domand bruscamente, dov' il vostro domicilio?
La donna lo guardava con occhi smarriti, agitando le labbra, come se volesse rispondere e non avesse a pieno capito la domanda.
Dove abitate? le chiese di nuovo il Magistrato con piglio d'impazienza.
Allora la donna si alz, e si accost al Cancelliere con tal prontezza che egli fu per respingerla, temendo volesse compiere qualche atto feroce, o bizzarro.
Era sciatta, scarmigliata, scalza, la voce roca, e facea gesti da ossessa.
Il Magistrato stava sulle intese sin da quando era rimasto solo con lei.
Ma la donna non minacciava, n aveva sembiante di nutrir sinistre intenzioni, ch anzi, tutta spaurita, tremebonda, parea si apprestasse a parlare.
Di casa... soggiungeva, sto...
Per non disse altro.
Il Magistrato si rannuvolava.
Quella donna certo si pigliava giuoco di lui.
Alz il braccio per tirare il cordone del campanello.
No... no... strill la donna, allungando anch'essa una mano.
Poi, a voce pi bassa, come se avesse sospetto ch'altri che non fosse il Cancelliere l'ascoltasse, bisbigli quasi all'orecchio del Magistrato:
Di casa sto... Ma la supplico promettermi di serbare la mia dichiarazione come un segreto...
Il Magistrato fece un gesto, che la donna interpret come un atto di consenso.
Sto, prosegu la donna, nella Piazzetta Luna, fuor di Porta la Croce...
A sentir il nome della Porta, fuori della quale era stata trovata la testa dell'uomo ucciso, il Magistrato raddoppi di attenzione.
Con chi abitate?
Con povera gente... che la mia dimora, risaputa, potrebbe compromettere...
Il numero della casa?
4073... Per abito l con falso nome: Maria Perli.
Il Magistrato non le fece altre domande.
Egli non credeva che quella donna fosse Letizia Faltini.
Voleva ora, per semplice precauzione, mandare a verificare, se veramente la donna abitasse al domicilio da essa indicato, e nel caso farsi recare innanzi le persone che coabitavano con lei.
Suon il campanello. Subito si present il caporale, rimasto a guardia fuori della porta.
Condurrete, disse il Magistrato, questa donna in una prigione, ma lontana dalle prigioni dove si trovano le persone arrestate durante la giornata, per motivi relativi ai due omicidi della notte passata... Del resto, ho dato ordine perch si raddoppi stanotte ogni vigilanza nelle carceri per impedire che i catturati comunichino fra loro anche per mezzo di canti, di grida, di esclamazioni convenzionali, di colpi dati sulle finestre, alle pareti, alle porte... Rinnovate questi ordini... Ad ogni rumore un secondino entri nella prigione da cui procede e sieno inflitte al carcerato le solite pene corporali.
Il graduato della polizia s'inchin, e quindi si mosse per afferrare la donna e menarla via.
Quando avrete consegnato costei, continu il Magistrato, al custode delle prigioni, vi recherete alla casa n. 4073 in Piazza Luna, fuori di Porta la Croce...
La donna cominci a strepitare, a raccomandarsi al magistrato.
Sono tradita! ripeteva, Sono tradita! Non otterrete da me le rivelazioni pi importanti, e di cui avete bisogno!
Taci! e dopo questa intimazione il caporale le aveva posto una mano sulle labbra e le impediva di parlare.
Dunque andate! soggiunse il Magistrato. Questa donna ha detto di abitare nella casa che vi ho designata, e di esservi conosciuta col nome di Maria Perli...
Ma come Maria Perli? domand con aria di stupore il caporale. Non sa, signor giudice, che questa donna  stata riconosciuta entrando qui...  la donna scomparsa da varii anni, e che la polizia cercava, ... Letizia Faltini! Due agenti l'hanno riconosciuta!
Sospendete ogni ricerca per ora, ed uscite! disse il Magistrato al caporale, dopo breve meditazione. E di nuovo egli rimase solo con la donna.
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CAPITOLO 35.
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Ma le vere indagini, che dovevano condurre allo scoprimento del delitto, si facevano in quel momento nella casupola in Via della Giustizia, nella stanzetta a pian terreno dove confabulavano fra loro, senza conforto di testimonii, di prove giudiciali, Lucertolo e Bastiano Scalistri.
Il dialogo fra i due poliziotti era vivacissimo.
Chi li avesse rimirati, non avrebbe potuto distrarsi da quella vista. Lucertolo era bizzarro nel suo strano travestimento, col suo gesto concitato, col continuo divincolarsi della persona. Pi calmo appariva Bastiano, detto Frusone, pi provetto di Lucertolo, e esperto allora sopra ogni altro nelle arti poliziesche.
Di tanto in tanto, in risposta alle cose, che Lucertolo gli raccontava a distesa, egli gettava un motto di tal giustezza e verit che l'ufficiale della polizia, tuttora in servizio, rabbrividiva, lieto e quasi geloso a un tempo della abilit e superiorit del suo antico compagno.
Le ore volavano via a' due poliziotti, d'induzione in induzione, essi toccavano proprio, senza fallo, l'origine del delitto.
I nomi del conte e della contessa Torsinghi, del commissario Ferriani, di una certa Teva Altini, antica balia di casa Torsinghi, di Fabio Altini, giovane colono, marito della Teva, erano stati spesso pronunziati da loro.
Vero  che i due ultimi nomi erano stati per la prima volta proferiti nella conversazione da Bastiano.
Fra que' due uomini destrissimi si compieva il lavorio serio, i cui effetti dovevano poi apparire nel clamoroso processo, che il Cancelliere Maggiore della Rota aveva posto mano a preparare, a cui intendeva anche in quel momento, parlando con la Faltini nel suo gabinetto di Giudice Istruttore, sebbene non potesse allor prevedere a qual punto doveva giungere.
Prima che noi esponiamo al lettore l'esito del lungo interrogatorio subto dalla Faltini, dobbiamo ancor trattenerci alquanto nella casupola in Via della Giustizia.
Bastiano aveva raccontato a Lucertolo una cupissima storia, una di quelle storie, in cui si mescolano insieme delitti ed amori, perversit profonde e delirii di passioni, lacrime e sangue.
Lucertolo avea ascoltato trepidando, inarcando le ciglia, comprimendo a stento le esclamazioni che gli prorompeano dall'animo concitato.
Non avea perduto sillaba, n Bastiano avea perduto sillaba di ci che gli era venuto esponendo Lucertolo.
Ma qua e l l'uno e l'altro talvolta aveano dovuto intromettere certe osservazioni: perch la storia fosse compiuta facea d'uopo metter a comune le notizie, che avean ciascuno di loro: Bastiano ne sapeva di pi sulle origini del delitto, Lucertolo, che aveva visitato i luoghi della strage, fornito le prime indagini, ne sapeva di pi sulle ultime gesta degli assassini.
Per anche in quest'ultima parte le induzioni di Bastiano recavano nuova, grandissima luce.
La storia dunque, che i due agenti si eran raccontata, che al lettore preme di sapere, l'udir dalla loro bocca.
Come ho accennato, essi erano stati costretti sovente, ciascuno nel loro racconto, ad interrompersi.
Quello che sappiamo ora fra tutti e due, disse Lucertolo, sarebbe pi che bastante ad aprire qualunque processo... Ma le nostre rivelazioni mirano molto in alto: se vogliamo cogliere a dirittura nel segno, esser ascoltati, occorre che otteniamo una confessione, una testimonianza pi diretta... Abbiamo almeno due donne in questo affare e con due donne nel nostro giuoco, o ci si rovina, o si vince in un modo splendido.
Bada, vincerla con due donne  difficile... Potrai vincere, ma ti faranno penare.
Sai che quando io mi metto a una impresa, non mi tiro addietro, ci dovesse andare la vita!... Mi conosci!... Tu sai che cuore ci  qui!
E Lucertolo si batteva il petto con un pugno.
Quindi continuava:
Dunque, bisogna ora prima di tutto, che epiloghiamo la nostra storia.
S, racconter prima io ordinatamente, fil filo, senza che tu m'interrompa mai: tu dirai dopo di me, e io ti ascolter in religioso silenzio. Cos ci rimarranno tutte le circostanze meglio impresse nella memoria.
Va bene.
Bastiano si appressava a tesser di nuovo la storia che a noi  di tanto rilievo il sapere.
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CAPITOLO 36.
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L'orologio del Bargello scoccava in quell'istante la mezza, dopo le due del mattino.
Il silenzio, che regnava nell'angusta Via della Giustizia, fu turbato dal sinistro, scorrubbiato miagolare di un gatto.
Il miagolo si ripet tre o quattro volte.
Il gatto sembrava a dirittura infuriato.
Era il segnale di cui parlava il biglietto recapitato a Luciano nelle stanze di custodia.
Per Dio! esclam a un tratto Bastiano, impallidendo e rizzandosi in piedi. Questo miagolo sotto le prigioni non mi persuade... E poi miagola in certo modo questo gatto!...
Apr adagio adagio, senza produrre il pi lieve scriccho, la finestruola della stanza al pian terreno in cui si trovavano. Lucertolo avea portato la lucernina nell'andito e richiuso l'uscio.
Erano rimasti al buio.
Senti!... Senti!... C' uno che cammina! mormor Bastiano all'orecchio di Lucertolo.
Si dettero tutt'e due ad ascoltare sempre pi intenti. Il miagolo del gatto fu ripetuto.
Allora Bastiano, aguzzando gli occhi verso la parte da cui veniva quel suono strano, vide una massa nera, informe, che si muoveva lungo la muraglia del Bargello.
Fatti in qua, disse Bastiano a Lucertolo, scostandosi dalla finestra. Ci pu essere pericolo...
Lucertolo aveva gi messo mano alla pistola.
Ho un'idea! prosegu Bastiano.
E tiratosi alquanto indietro, a voce bassa, ma in modo da essere inteso fuor nella strada si mise a chiamare:
Micio! Micio!
Incontanente la massa nera, che egli aveva scorto lunghesso la muraglia del Bargello, parve fosse caduta a terra, o scomparsa.
I due poliziotti udirono lo scalpicco di un uomo che fuggiva a gambe levate.
Senti, Lucertolo? domand Bastiano.
Ho sentito pur troppo, e ho raffigurato presso a poco chi era.
Chi?
Un uomo di alta, di colossale statura: in Firenze non ce n' che due a quel modo... giurerei che era il Gigante, un conciaiolo, che lavora nella Viuzza...
Tu dai nel vero... L'ho veduto ieri in stretto colloquio con Rodolfo Cassavoli: di sicuro egli ha intinto nell'affare.
E chi sa la parte che ci ha preso...
Teniamone nota.
Tacquero alcuni istanti, ciascuno ingolfato nei proprii pensieri.
Andiamo fuori! disse a un tratto Bastiano. Forse l'uomo che  fuggito ha lasciato qualche traccia... e capiremo a che scopo fosse venuto.
Lucertolo accese la lanterna cieca, che aveva portato con s, e i due poliziotti uscirono.
Si fecero verso il luogo da cui avevano veduto l'uomo fuggire, cos ratto che non prima essi udirono rumore de' passi affrettati, egli era gi lontano.
Bastiano aveva tolto di mano a Lucertolo la lanterna e andava guardando qua e l con sommo studio.
Mira! esclam a un tratto Bastiano chinandosi in terra.
Avevano sin allora camminato in punta di piedi, senza far motto, non volendo traesse gente alle lor grida.
Che vedo? rispondeva Lucertolo.
Sulla strada, a pie' della muraglia, al punto ove i due poliziotti si erano fermati, l'uomo datosi alla fuga aveva lasciato una grossa e lunghissima fune tutta ravvolta.
O questa? domandava fra s Bastiano.
Una fuga!... Certo una fuga! ripeteva Lucertolo.
E alzando gli occhi gli venne veduto lo spago con un piombino all'estremo che era calato gi lungo il muro.
Zitto! mormor Lucertolo, all'orecchio di Bastiano. E guarda lass...
Il vecchio birro guard e rimase strabiliato.
Ormai il piombino dello spago batteva e ribatteva sul lastrico. E chi lo aveva buttato gi, pareva impaziente.
I due poliziotti videro chiaramente al bagliore della lanternuzza, che lo spago era calato dalla inferriata di una delle prigioni segrete.
Bastiano! bisbigli Lucertolo. Lo spago vien gi dalla segreta ove  stato rinchiuso il giovane catturato, come sospetto autore dell'assassinio della donna...
Lascia fare a me... Ho indovinato il loro progetto! soggiungeva Bastiano.
Ricolse di terra un cappio della fune e lo leg allo spago.
Il prigioniero, che aveva calato lo spago, sentendo che vi era stata appiccata qualche cosa, immantinente lo tir su di nuovo.
Intanto Bastiano dava in miagolo, contraffacendo mirabilmente il gatto, con assai pi arte di colui, che si era dato alla fuga.
Il povero Luciano a poco a poco ebbe in suo potere tutta la fune.
Non capiva, in s dalla gioia. Si credeva salvo, credeva che fra breve si sarebbe ritrovato dinanzi a Lucia.
Smosse con ogni cautela il ferro, che il biglietto, firmato da Lucia, gli annunziava avrebbe ceduto, e il ferro agevolmente fu sconficcato; un altro ferro cedette subito. Rest quindi nella finestruola una grande apertura.
Allora attacc il cappio della fune, in cima al quale era un grosso uncino, ad una sbarra.
E, aggrappandosi alla fune si cal.
Si accorse che gi in basso la fune era tenuta ferma da una mano ben salda.
Ma non s tosto ebbe scavalcata la finestra che si avvide il suo stato di debolezza, i patimenti gli davano le vertigini, un martellamento nelle tempie, un tremito nella persona, un certo abbarbaglo nella vista.
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CAPITOLO 37.
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La pioggia era di poco cessata.
Qua e l nel cielo splendeva fra' nuvoloni nerognoli, sospinti dalle raffiche del vento, un debolissimo raggio di luna, il cui chiarore arrivava anche pi languido e scarso alla terra.
Luciano ebbe a tornare indietro.
Si spruzz le tempie con acqua fresca, e con nuova risoluzione tent scender gi per la fune.
L'adorata immagine di Lucia gli veniva dinanzi agli occhi e davagli cuore.
Pens che bastava si fosse un istante smarrito dell'animo per piombare da quella smisurata altezza sulla strada, e sfracellarsi.
C'! C'! mormor un tratto Bastiano, che reggeva la fune, all'orecchio di Lucertolo.
Infatti la fune era scossa, squassata dal peso di un corpo, e a Bastiano ci voleva del buono a tenerla.
Una nuvola in quel momento passava sulla luna e la copriva. La strada era di nuovo immersa nella oscurit. I due poliziotti non scorgevano pi neppure il corpo di Luciano, sospeso in aria.
L'uno e l'altro, sebbene avvezzi alle pi rischiose avventure, erano ammirati di tanta audacia in un giovane, che Lucertolo avea descritto a Bastiano come cagionevole di salute, sparutello, e che proprio tenesse il fiato coi denti.
Questa fuga  pi ardita anche di quella del Norcino! esclamava con la volubile rapidit del suo accento Bastiano, rammentando la fuga, accaduta pochi anni innanzi, da una prigione quasi contigua a quella donde fuggiva Luciano.
Ma il Norcino non aveva fune!... replicava, sempre sotto voce, Lucertolo.
Non ce la fa! Non ce la fa! bisbigli di repente Bastiano. Senti che scosse d: non ha forza... Dovrebbe a quest'ora esser arrivato pi in gi... Mio Dio, se cascasse!...
Un sentimento di raccapriccio entr in cuore ai due agenti.
Ricomincia a scendere... ora vien gi assai bene... torn a osservare Bastiano.
Il prigioniero in quell'istante faceva sforzi inauditi.
Ma qual  la tua idea, chiese Lucertolo, appena sar calato in terra?
Te lo dir fra poco...
Anch'io ho un'idea...
Ma un'insolita commozione aveva loro mozzato il fiato.
La fune aveva ricevuto una grande stratta ed era uscita di mano a Bastiano.
Subito i due poliziotti udirono sulla strada il tonfo e come il rimbalzo di un corpo, che era caduto dall'alto, strisciando, percotendo i muri.
Stettero per un secondo trepidanti, inorriditi.
Quindi si precipitarono verso il luogo dove aveano udito che qualche cosa di grave e di pesante era caduto e trovarono che la strada era tutta sparsa di grossi pezzi di terra.
Le mura del Bargello non erano lisce, pulite, eguali come oggi si vedono, ma qua e col faceano pelo, sbonzolavano, vi si scorgeano anfratture, stagliamenti, crepacci, e il vento vi aveva portato tanta sabbia, che a poco a poco pigliando corpo, attaccata in certi punti, era venuta a formare non piccole scorze di terra, sulle quali rampollavano ciuffetti di gramigna ed altre erbuzze, come anche oggi accade sulle mura di altri quasi diruti edifici.
Luciano, nello scendere, avea dato del piede in uno di quei grossi mucchi di terra, che era franato gi battendo sulla strada con un rumore sordo, che, inaspettato, aveva atterrito gli agenti, gi eccitati da ci che avveniva dinanzi a loro.
Dileguati i timori, tornarono alla loro impresa.
Bastiano gi aveva di nuovo in mano la fune, e fu provvidenza, poich Luciano, rimasto in bala di s, sbattuto contro il muro, doveva impiegare il doppio di forze, e temeva a ogni istante dover cadere.
Aveva veduto in basso il lumicino della lanterna, che portava Lucertolo, andar qua e l, ed egli credeva lo aspettassero le persone fidate, mandate a cercarlo.
Ma non osava chiamare; n far cenni, timoroso di destar sospetti.
La frana di quella terra gi lo aveva impaurito: immaginava che potesse muover gente.
Per tutto era quieto; i suoi amici tenevan daccapo la fune; dunque non avea motivi di paura!
Ormai Luciano non era distante da terra pi di una ventina di braccia.
Il tempo si era chiuso, il cielo ridivenuto cupissimo: Lucertolo aveva serrato la lanterna, che non gettava pi alcun bagliore.
La discesa era pi penosa per Luciano, con sempre maggiori rischi.
Era affranto, estenuato.
I due poliziotti discorrevano fra loro sommessamente.
Qual  il tuo progetto, Bastiano? domandava Lucertolo.
Quando  vicino a terra due o tre braccia, lasciamo la fune, ce n'andiamo pian piano sull'uscio di casa mia...
Ho capito. Il prigioniero cercher i suoi amici... non trover nessuno... si allontaner. E noi...
Noi gli terremo dietro tutti e due per nostro conto, ma separati in modo, che, facendoci un segno, un fischio, possiamo a un tratto trovarci riuniti e darci man forte.
Intendo... Se noi lo arrestassimo subito, se ci gettassimo addosso sopra di lui... non scopriremmo nulla... Invece un prigioniero che scappa, se pu esser pedinato, e pedinato da noi due, ci sar utilissimo... Vedremo dove va, sapremo con chi parla, ci porter direttamente in mezzo a' suoi complici...
Bravo Lucertolo!  questa appunto la mia idea... Ma stai attento!... Ho paura che non raccoglieremo altro che un cadavere!
Mio Dio! Mio Dio! esclam Lucertolo, battendosi la fronte.
Aveano udito un lungo gemito.
E poco dopo, Bastiano diceva all'orecchio del compagno:
 ferito!...  ferito!... Senti!
Alcune gocce di sangue caldissimo erano cadute sulle mani di Bastiano.
Chiamiamo gente!... Chiamiamo gente! osserv Bastiano. O saremo complici di un omicidio... Dalla parte opposta in Via del Palagio ci  il piantone...
No... no... per carit... soggiungeva Lucertolo. Aspettiamo ancora un poco.
Luciano avea urtato in un ferro, sporgente dal muro, lacerandosi le carni sul fianco sinistro.
La ferita gettava sangue in quel momento, ma senza dargli grande spasimo.
In preda alla disperazione avea anzi raddoppiato d'energia, dicendogli il cuore che se avesse ancora esitato un poco tutti i prodigi di volont, di coraggio, che aveva fatti sino allora, sarebber perduti.
E, non riuscendo in quella fuga, quanto egli sarebbe stato compromesso!
Mi par di sentire il rumore di una pattuglia! disse Bastiano.
Lucertolo si allontan e in un baleno fu al canto di Via Vergognosa.
Tese l'orecchio.
Una pattuglia si accostava al Bargello.
La pattuglia veniva da Via de' Giraldi e entrava in Via del Palagio.
Il caporale gi mandava il suo grido di riconoscimento, al quale rispondeva la sentinella di piantone alla porta principale del Bargello.
Bastiano, prima che Lucertolo fosse tornato a lui, avea gi udito chiaramente le due grida.
Avea lasciato la fune, poich gli pareva che il prigioniero fosse sceso un buon tratto, e non avesse pi bisogno d'aiuti.
Via, Lucertolo, andiamo! disse con voce appena intelligibile Bastiano, trascinando dietro di s il suo compagno.
Gi un nuovo e lieve rumore rompeva il silenzio della strada.
E un altro rumore pi spiccato sorgeva.
Il caporale della pattuglia, scambiate alcune parole con la sentinella, era sbucato in Via Vergognosa.
I passi de' birri suonavano alti.
La pattuglia faceva il giro del palazzo, per passare sotto le finestre delle prigioni.
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CAPITOLO 38.
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Torniamo alla Ruota Criminale.
Il Cancelliere Maggiore, accertatosi che la donna, la quale diceva di aver cose rilevanti da palesargli, era proprio Letizia Faltini, la invit a sedersi.
Quindi prese a dirle:
La giustizia non conosce riguardi... E, dopo quanto  avvenuto oggi, abbiamo ragione di temere inganni da tutte le parti e nutrire i pi grandi sospetti... Parlate, Letizia Faltini, e ditemi tutta la verit, nient'altro che la verit... Potrete contare sulla mia assoluta discrezione.
Signore, rispose la donna, sono partita, o piuttosto fuggita, da Firenze tre anni fa...
In che modo?
Avevo condotto vita molto disordinata... Da giovinetta, quasi bambina, fui messa a servire in una osteriaccia dove usavano i peggiori trecconi del Mercato, i pi rissanti e viziati. La padrona era una vera arpa; il padrone avea fatto l'aguzzino ai soldati. Le assicuro che, come suol dirsi, mi tiravano il pane con la balestra... Venni su tra pessimi esempi e brutti incitamenti. Ah, signore, noi che nasciamo poveri in canna, e rimaniamo nudi come avanti la nascita, noi che per coprirci non abbiamo mai altro che stracci, non conosciamo n carezze, n baci, n cure nella infanzia. Le prime mani che ci toccano ci percuotono, le prime voci che udiamo sono voci di vituperio, di maledizioni. L'uomo povero, specialmente la donna povera, sembra spuntino sulla terra come piante velenose...
Il Magistrato fece un segno alla donna, quasi intendesse ridurla in carreggiata senza farle motto.
Costei si accendeva ai cocenti ricordi della sua lontana giovinezza.
Stetti circa due anni nell'osteria... Avevo lividi per tutto il corpo. Una sera, sorta disputa per causa mia tra alcuni soldati, cacciatami in mezzo alla mischia, buscai una ferita, che mi lasci questa cicatrice sulla guancia destra... Le male pratiche mi avevano guastata: ero divenuta quello che fui, che sar sempre, una donna disgraziata, senza virt, senza onore, senza poter avere pi pace nel mondo...
Una grossa lacrima rigava il volto della sciagurata.
Andai a star da me in una casuccia... La sera mescevo il vino: ci bazzicavano soldati, straccioni, gentaglia d'ogni conio. Sul tardi si mettevano a giocare con certe cartaccie, che ora l'uno ora l'altro cavavano dalle tasche della carniera... Ci s'intrometteva talvolta il coltello... Ne succedevan trambusti, a sere la casa era un vero bailamme: tutto andava sossopra... Spesso infuriati si guardavano a stracciasacco, mandandosi ingiurie feroci da una banda all'altra della tavola, poi si gettavano l'uno contro l'altro, si mordevano, si pestavano coi piedi e con le pugna, si tiravano pei capelli... si voltolavano in terra insanguinati... Una sera presi dal vino mi avevano legata, gridavano che facean disegno di nudarmi e mettermi cos a sedere sopra un braciere, che ardeva... Urlavo come una dannata... Venne gente dalla strada... I vicini fecer lamento del baccano che udivano... Ma io ero protetta: nella polizia ci avevo gente dalla mia.
Nella polizia? interrog minaccioso il Magistrato. Parlate!
La donna si mordea le labbra, forse la parola le era sfuggita troppo pronta, e or le scottava la lingua: o anche, andandole per l'animo di palesar tutto, era stata sbigottita dall'improvvisa severit del giudice.
Egli, con avveduto pensiero, soggiunse:
La mia collera non  eccitata contro di voi povera Letizia... bens contro gl'iniqui, che hanno abusato di voi, vi hanno spinta al male. Confessatevi come ad un padre! continu con bonomia, stupendamente simulata.
S, la polizia mi proteggeva! ripigli la donna, piena di fiducia, e quasi or si compiacesse di nuovo in quello sfogo, o compiesse una vendetta. Tra coloro che andavano e venivano in casa mia era un tal Rodolfo Cassavoli...
Cassavoli! interruppe il Magistrato come parlando tra s.
E con mano febbrile si die' a sfogliare le pagine degli atti inquisitorii, che aveva dinanzi.
Si ferm ad una pagina, vi gett gli occhi, lesse, cos a lampo, parecchie righe: corse ad un'altra pagina.
In pochi secondi ebbe finito, e ascoltava tutto intento la donna, che non si era rimasta dal parlare.
Questo Cassavoli, essa diceva,  un ometto piccolo, con due occhietti di faina...
Il Magistrato fece un gesto, come per significare:
Lo so! Lo so!
Si era servito di me in varie congiunture... Teneva di mano agli amori segreti, alle tresche di una gran dama con un giovinotto...
Ora s che il Magistrato ascoltava con la massima attenzione.
Me ne accorsi perch varie volte, uscendo con lui lungo le mura... nel tratto fra la Porta Romana e San Frediano, vedevo arrivare una carrozza... Nella carrozza ci era una signora bellissima, che avvicinandosi a noi si tirava sempre il velo sugli occhi... Il Cassavoli, sempre mal vestito quando andavamo a coteste passeggiate, allorch scorgeva la carrozza si metteva a contraffare un mendicante, andava zoppo, mugolava, teneva un braccio rattratto: si accostava alla carrozza, ordinando prima a me di tenermi molto in disparte, vi gettava dentro una lettera, sotto colore di chiedere l'elemosina, e la signora, nel buttargli in mano alcune monete d'oro, gli consegnava anche un'altra lettera... Ci accadeva in men che non lo racconto, in un battibaleno... Rodolfo tornava a me, tutto contento... La carrozza si allontanava al galoppo... Nello spazio di due anni, questa scena avvenne a mia veduta almeno tre volte...
Rodolfo Cassavoli... una gran signora... un giovinotto... pensava fra s il Magistrato, qui saremmo di nuovo alla ipotesi di Lucertolo!...
Potreste darmi, domand dopo breve pausa, qualche indicazione sulla signora, che veniva nella carrozza? Prima di tutto siete sicura che fosse sempre la stessa signora?
Di certo... La riconoscevo alle forme prominenti, piuttosto grasse, al bel braccio bianco e grosso, che sporgeva sempre fuori della portiera, quando mostrava di far l'elemosina... Le sue fattezze non le ho per mai vedute...
Ma non ricordate alcun particolare? Per esempio, non le avete mai veduto i capelli?
I capelli, disse la donna, li aveva biondissimi.
Continuate! instava il Magistrato, che sopra un foglio avea gi scritto cos alla sfuggiasca alcune note.
Rodolfo Cassavoli non mi lasciava mai... Si diceva innamorato di me, mi faceva mille tenerezze, s'intrudeva in ogni mia faccenda; talvolta, quando non gli andava in tutto ai versi mi bastonava... Quell'omicciattolo  fortissimo... ha muscoli di acciaio... non avrebbe paura di un gigante. Ormai egli si dava aria di spadroneggiare in casa e far spese: mi somministrava di tanto in tanto denaro, ma in verit egli tirava in casa mia tutta quella gente per spogliarla al giuoco, per farla parlare, quando avea bevuto, cavandole di sotto quattrini e segreti, ch'egli andava a rivendere per quattrini alla polizia... Di tanto in tanto uno di quelli che frequentavano la nostra conversazione spariva... si sapeva che era tornato di casa... in una prigione del Bargello. Ma il nostro raddotto prosperava, vi traevano nuovi inquilini, pareva non vi arrivasse occhio di polizia... Rodolfo non mi lasciava sola un istante... Forse io gli inspirava un gran titolo, avea paura che mi voltassi ad altri, o mi lasciassi subillare, tirar su le calze dai suoi nemici... chi sa...
Il Magistrato si era alzato e passeggiava gi e su per la stanza, con le mani incrociate sul dorso, e ascoltava in atto di grande raccoglimento.
Una volta, tornando da una delle nostre passeggiate, fuori di Porta San Frediano, dopo avere incontrato la solita carrozza... Rodolfo che era pi allegro dell'usato, mi disse, mostrando una lettera: "Povero giovinotto, questa volta me la deve pagare assai cara!" e sorrideva di quel suo sorriso diabolico, che gli ho veduto sulle labbra tante volte prima di compiere un'azionaccia... Cos capii che si trattava di un amorazzo... Perch quella signora, per quanto velata, si vedeva dal rigoglio delle forme, da suoi movimenti, che era molto giovane...
La donna si era seduta un po' per parte e guardava il Magistrato, che continuava a camminare qua e l da un lato della stanza, non perdendo sillaba di ci che quella strana testimone diceva.
Ci furono grandi diverbi fra me e Rodolfo... Una notte, io fui arrestata per ordine del Commissario di Santa Croce, il signor Ferriani... quello che dianzi era qui... La mattina dopo, egli mi ebbe dinanzi a s, mi fece grandi rimproveri, ricus di ascoltare le mie scuse, mi disse che io era gi stata precettata. Mi parl in modo che indovinai fra poco mi avrebbero rinchiuso in una delle carceri, di dove le donne come me una volta entrate non escono, se cos vuole la polizia, altro che morte... Una donna che abbia contro di s tanti cattivi precedenti, come io aveva... le risse, i ferimenti avvenuti in casa mia, il giuoco clandestino...  in potere della polizia: un Commissario, se crede, la rovina per tutta la vita... Fuggii con un disertore: potemmo passare salvi il confino pontificio: mi hanno creduto morta...
Ma perch, domand il Magistrato, siete ora tornata a Firenze? Da quando siete tornata?
Glielo dir fra poco... Intanto bisogna le aggiunga che pochi mesi prima della mia fuga da Firenze io aveva preso in affitto un quartierino nella Torre degli Amieri...  quello dove  stata la notte scorsa ammazzata una donna...
Il Cancelliere strabiliava.
Senza far mostra dello stupore, che destava in lui quella improvvisa rivelazione, torn a sedere sulla poltrona.
Scartabell i fogli che aveva dinanzi, e ritrov le note che avea preso delle dichiarazioni fattegli dal commissario Ferriani, rispetto al quartierino della Torre degli Amieri, dichiarazioni che non pu il lettore aver al tutto dimenticato.
Il commissario Ferriani aveva detto:
Il quartierino era stato preso in affitto tre anni prima dalla persona, che avea dato al proprietario un falso nome. Era stato pagato per quattro anni. Il proprietario non ha pi veduto la persona, che gli aveva sborsato il denaro. Questa persona era una donna. I connotati, dei quali il proprietario si ricorda, se vuolsi, un po' alla rinfusa, corrisponderebbero ai connotati della Faltini.
La donna, pensava il Magistrato, diceva dunque la pi schietta verit; quel tenebroso processo cominciava a esser rischiarato da grandi sprazzi di luce.
E al Magistrato correvano alla mente, cos per addentellato, altre idee: sentiva raffermarsi certi sospetti: ma volendo serbar l'ordine pi rigoroso nelle sue indagini, si fece di nuovo a interrogare la donna.
Perch, le chiese con impeto, non volendo lasciarle luogo a riflessione, avevate preso in affitto il quartierino nella Torre degli Amieri?
Mi ci aveva incitato Rodolfo Cassavoli... Egli mi disse un giorno che, avendo quel quartierino in nostra bala avremmo potuto cavarne denari in buon dato... Che era desiderato da persona molto ricca, cui avremmo potuto cederlo con gran profitto... Che un giorno ci saremmo andati a abitare io e lui insieme, facendovi una vita riposata e tranquilla... Volle gli promettessi non ne avrei gettato motto ad alcuno... E tenni la promessa... Mi dette il denaro e tanto arzigogolai che riuscii ad avere il quartierino sotto finto nome... Il proprietario mi parve che, contento di concludere un buon affare, non si curasse di domandare pi in l... Rodolfo prese la chiave... Io non ci ho mai messo il piede.
La donna parlava ora con accento pi vibrato e pi concitata.
Del resto, prosegu, a dir il vero io non mi detti pi pensiero di quel quartiere; solamente stamani, quando sentii parlare della donna uccisa, del luogo dove era stata uccisa, mi balen un sospetto... Pi tardi seppi dell'arresto del Cassavoli, e che voce di popolo designava me come la donna trucidata...
Da quanti giorni siete voi tornata a Firenze?
Da quattro giorni.
O che cosa vi ha indotto a venir qui a far queste confessioni?
Prima di tutto una grande superstizione. Dacch stamani ho udito dire in una bottega fuori di Porta la Croce: "sapete, la donna ammazzata nella Torre degli Amieri  una certa Letizia Faltini" mi venne un brivido. Tutto il giorno non si  fatto che ripetere il mio nome: sono uscita diverse volte, mi sono accostata ai gruppi di persone, che vedevo parlare per la strada, il mio nome era proprio sulle bocche di tutti... Cominciai ad avere una gran paura, che non so spiegarmi, che non mi  cessata sino a che non sono entrata qui. Ci era poi un'altra ragione...
Dite... dite...
Trovandomi a Firenze con nome finto, arrivata pochi giorni innanzi a quello in cui fu consumato il delitto, mi davo a pensare che avrei potuto essere scoperta e sospettata complice degli assassini... Mi pareva gi che tutti mi riconoscessero, quando li ascoltavo pronunziare il mio nome... Pi volte oggi, mentre dicevano: "la donna trucidata  Letizia Faltini" avrei voluto gridare: no, Letizia Faltini  viva, la donna della quale voi cercate il corpo, fatto a pezzi,  viva,  intera: quella che voi credete ammazzata eccola qui!... Dubitavo di poter essere messa a confronto col proprietario del quartiere, che egli mi avrebbe forse riconosciuta...
Ad ogni modo, siete stata bene inspirata...
Ma mi sono ispirata anche alla vendetta, che volevo fare di Rodolfo Cassavoli.
Vendetta?
S, egli era stato cagione di tutti i miei mali...  lui, che dopo avermi procurato la protezione della polizia, avea attirato con molte arti, con false denunzie i precetti sopra di me...  lui, che mi ha compromessa, ridotta alla disperazione.
Il caporale, che era rimasto fuori, buss alla porta.
Entrate! disse il magistrato.
Ci  l'agente Brunatti.
Che venga.
Zampa di Ferro in persona, il coadiutore di Lucertolo, entr nella stanza del Magistrato.
Che avete da dire? chiese il Cancelliere.
Il birro guard la donna con un certo piglio, che il Magistrato intese come egli volesse parlar a lui solo.
Richiam il caporale, e gli affid la donna, intimandogli di impedire che ella avesse comunicazione con chicchessia.
E, appena il caporale e la donna aveano fatto un passo, quasi si fosse repentinamente ricreduto:
No... no!... grid, lasciatela qui... e voi andate.
E facendo cenno alla donna che lo seguisse, il Magistrato la guid nella stanza degli attuarii, a quell'ora deserta, e attigua alla sua, e l la rinchiuse.
Poi torn al birro.
Parlate!
Vengo dalla Torre degli Amieri...
Ebbene?
In una tasca degli abiti da uomo, che abbiamo sequestrato stamani nella soffitta in Via Cardinali, domicilio del giovane Luciano Gruffoli, ora in potere della polizia, trovammo una chiave... questa chiave... rozzissima... Chiave cos rozza nella tasca di abiti cos fini e profumati!... Il commissario Arganti mi dette ordine...
Ma sapete che il signor commissario Arganti non si occupa pi di questo affare...
Lo so, per io avevo ricevuto quest'ordine insieme con altri, mentre egli dirigeva tuttora le indagini, riprese il birro, mortificato nel sembiante, ma che gongolava in segreto perch sapeva che fra un attimo avrebbe fatto tanto spiccare con le sue parole l'abilit di Lucertolo, del suo superiore prediletto.
Continuate! disse il Magistrato.
Il commissario Arganti mi avea dato ordine di andare a verificare se la chiave fosse quella che apre l'uscio del quartierino nella Torre degli Amieri, dove non si  trovata chiave di sorta, come sa Vostra Signoria...
E?... interrogava il Cancelliere impaziente.
La chiave  proprio quella! rispose il birro in tono solenne.
L'ammirazione per Lucertolo, dopo i varii incidenti, che si erano andati succedendo nella notte, tornava a spuntare nel cuore del Magistrato.
Una certa smania, che Lucertolo aveva di primeggiare, di mostrarsi pi accorto, pi avveduto di tutti, una certa boria, che appariva pi rilevata nella umilt che ostentava dinanzi alle maggiori autorit, glielo aveano reso sovente incomportabile, mal suo grado, lo aveano alquanto fatto trascendere verso di lui.
Ma ora sentiva la necessit di aver un tale cooperatore al suo fianco; ora che gli si eran desti nell'animo ben pi tremendi sospetti, mentre sapeva lui cos integro, cos onesto, cos valoroso e impavido nell'adempimento del proprio dovere.
Dov' il signor Arganti? domand il Magistrato all'agente.
Non so, e nessuno lo sa... Egli, cosa strana, non  venuto stasera al commissariato... Fui a cercarlo a casa: ma non mi aprirono neppure la porta... Mi risposero di dentro casa che era uscito da alcune ore.
Andate! E se potete riuscire a trovare il signor commissario Arganti, mandatemelo, ditegli che ho urgente bisogno di lui.
Cos, come accade, in quei fortunosi orizzonti della polizia, la stella di Lucertolo, in s breve tratto, splendeva, impallidiva, tornava a rifulgere.
Il Magistrato si alz: riapr l'uscio della stanza ove aveva chiuso la donna e Letizia Faltini si avvicin alla sedia, su cui era stata pochi minuti prima.
Riconoscete questa chiave? le disse il Magistrato, mostrandole la chiave che aveva lasciato Zampa di Ferro.
Oh... s... s... la riconosco! rispose la Faltini.  la chiave del quartierino nella Torre degli Amieri... Questo cerchiellino d'ottone... questo numero, mezzo cancellato...  la stessa chiave che ho tenuto io in mano per circa due giorni.
Ho bisogno di raccogliere le mie idee! pensava il Magistrato.
E, fatto cenno alla donna che sedesse, si dette a riflettere a tutto quello che a un tratto gli si era venuto chiarendo, a disporlo e ordinarlo nella sua mente.
Quindi si mise a scrivere, a impinguare le molte note, che gi aveva prese.
Di sbalzo, come colto da una subita idea, dopo che fu scorso un non breve spazio di tempo, disse alla donna:
Ora salirete con me nelle prigioni... Voglio mettervi a confronto col prigioniero Rodolfo Cassavoli.
Andiamo pure! rispose la donna risoluta. E si era alzata in atto di sfida, quasi gi godesse di poter minacciare e sferzare impunemente l'uomo, che aveva tanto temuto, e che ora si trovava in condizione da non poterle pi nuocere, eziandio se essa lo provocasse acerbamente. ...Il briccone ora dorme di sicuro: n il rimorso, n la paura lo tengono sveglio. Egli raccapriccer, al destarsi, poich a tutt'altro ha pensato certo che alla probabilit ch'io gli sia cos vicina.
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CAPITOLO 39.
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Come abbiamo detto, Bastiano e Lucertolo avevano udito in Via della Giustizia un lieve rumore mescolarsi allo strepito, che facea la pattuglia dei birri inoltrandosi per Via Vergognosa.
Il lieve rumore era fatto da Luciano, disceso, o a dir meglio buttatosi gi, proprio nel momento in cui Bastiano avea lasciato la fune e si era scostato di alquanto.
Luciano cerc un istante della persona amica, che credea lo aspettasse, ma ebbe le orecchie incontanente percosse dal frastuono che facea la pattuglia, la quale veniva gi, strisciando il Banco destro del Bargello.
La pattuglia a un tratto si era fermata, a mezzo di Via Vergognosa.
Un birro uscito dal guardiolo in Via del Palagio se n'era corso difilato al caporale della pattuglia e, chiamatolo, a lui e agli altri compagni raccontava alla distesa degli ultimi fatti accaduti: il ritrovamento della Faltini, le disgrazie di Lucertolo, la chiave, che Zampa di Ferro avea provata alla serratura del quartierino nella Torre degli Amieri...
I birri confabulavano fra loro, ciascuno mettendo innanzi la propria osservazione.
Intanto Bastiano si era accorto che Luciano si allontanava, e avea tirato dietro di s Lucertolo.
Senti! gli mormorava, bench ferito come cammina!... Bada, non bisogna perderlo d'occhio... e che non s'accorga che lo seguiamo.
Incontanente i due agenti compivano, senza essersi detti una parola in proposito, lo stesso atto.
Si toglievano, cio, le loro calzature e rimanevano in semplici calzetti di lana.
Luciano avea avuto un pensiero: andarsene alla propria soffitta in Via Cardinali a riveder la sorella.
Ma riflett subito che gente ligia alla polizia era forse rimasta a guardia dell'ammalata, che l egli sarebbe ricercato, appena scoperta la sua fuga, e si deliber di andare al Palazzo Torsinghi, sotto le finestre di Lucia.
Probabilmente Lucia non dormiva.
Ella che gli avea scritto la lettera, che avea tutto ordinato per la sua fuga, doveva esser ansiosa dell'esito, e di certo lo aspettava alzata.
La ferita, che avea riportato, era leggerissima, superficiale, non gli dava alcun dolore. Luciano non avrebbe forse potuto correre e non correva perch sapea quanto in tale ora, e nel silenzio in cui era immersa la citt, sarebbe stato pericoloso.
Sapeva che innanzi a tutto gli era mestieri non far scalpore, contenersi in modo da far perdere le sue tracce, perch nessuno potesse inseguirlo.
Travers chiotto chiotto le scalinate di San Firenze, quindi entr in Via de' Leoni, e imbucato sotto l'arco di una via malfamata, si trov in un attimo in mezzo a quel laberinto di rattorte, oscure straduzze, che corrono oblique e parallele alla Via de' Neri, e a Borgo dei Greci.
L si credeva al sicuro e riputava che di l, senza esser seguito, pigliando per il Ponte alle Grazie, e andando oltrarno in brevissimo spazio di tempo, avrebbe tolto ogni possibilit di raggiungerlo immediatamente a' suoi persecutori.
Ma senza che egli se ne addesse lo seguivano, e talvolta quasi lo toccavano, Bastiano e Lucertolo.
Lucertolo saltava, balzava nell'oscurit come un gatto; e tanto lui che Bastiano si lasciavano guidare al leggero rumore, che facea Luciano camminando assai ratto, e quasi in punta di piedi.
Luciano ansava, tremando di paura e di commozione.
Gli doleva che l'uomo il quale gli aveva mandata in su, e, egli credeva, tenuto la fune, fosse fuggito.
Di certo era stato il timore di esser colto l dalla pattuglia.
La pattuglia, immaginava Luciano, a quest'ora sar arrivata in Via Vergognosa:, La mia fuga  risaputa: io sono gi inseguito. Se m'arrivassero!
Fu per gettare un alto grido, poich gli era parso sentirsi passare accanto qualcuno...
Era infatti Lucertolo, che nel buio si era spinto un po' troppo avanti.
Se ne avvide per immantinente, e si acquatt nel vano di una porta.
Bastiano era rimasto un po' indietro.
Venne innanzi.
I due poliziotti si accostarono insieme.
Bene inteso, disse Lucertolo all'orecchio dell'altro quasi in un sospiro, se per caso rimanessimo distanti, e a un dato momento avessimo bisogno di man forte, ripeteremo il solito grido d'allarme della polizia...
Il grido di chi...
Va bene...
Nella Via Vergognosa i birri, fatto un po' di sosta, chiaccheravano sempre fra loro.
La citt  tranquilla, disse a un certo punto il caporale. Stanotte non abbiamo incontrato un'anima in tutte le strade; non abbiamo sentito per le case n voci, n frastuoni: le botteghe si sono chiuse anche pi presto del solito: la popolazione  atterrita dai delitti della notte passata...
E non so come, riprese un altro birro, serpeggia una voce, la quale attribuisce a taluno della polizia una compartecipazione in questi delitti: ci cresce il terrore...
Che dite mai? interruppe il caporale.
Ha ragione Pietro, soggiungeva un altro birro. La voce c'...
Storie! Storie! ripeteva il caporale. Andiamo!
E la pattuglia si rimetteva in giro.
Volt da Via Vergognosa, entrando in Via della Giustizia.
Che cosa c' lass? domand il caporale al birro che portava la lanterna, indicando la fune che pendeva lungo il muro.
Il birro alz la lanterna.
Una fuga! Una fuga! grid uno dei birri.
Forse no:  soltanto un tentativo...
Altro che tentativo!... Guarda: il prigioniero fuggendo si  ferito: ci son tracce di sangue.
Tutti si chinarono, poi tornarono a guardare in su.
La fune, disse il caporale,  legata alla finestra della segreta n. 15 dove era il giovane arrestato stamani in Via Cardinali.
Dette subito il grido d'allarme.
Cinque o sei birri si precipitarono fuori dal guardiolo di Via del Palagio e furono in un attimo in Via Vergognosa, muniti di armi e di lanterne.
Date subito la caccia al tristo! aveva gi detto il caporale a due degli agenti, che ratti si eran dilungati da' compagni.
Arrivati gli altri agenti, gettarono grida di stupore. Indettatisi con brevi parole sul da farsi, il capo agente esclam:
Due rimangan qui!... e design gli agenti che dovevano rimanere. Noi saliamo alle prigioni.
Si diressero di nuovo, frettolosi, concitati, verso Via Vergognosa; le lanterne facevano intorno a loro un grande chiarore.
Come ha potuto smuovere l'inferriata?
In che maniera pu aver avuto lass la lunghissima e soda fune?
I birri tramettevano a queste altre domande, prorompevano in singolari esclamazioni.
Arrivati al canto di Via Vergognosa, un birro scorse che la porticina della casa di Bastiano era aperta. Chiam gli altri.
Entrarono in due.
Frusone!
Frusone!
Ma nessuno rispose.
La porta  aperta... Nessuno in casa... pensavano i birri.
E la loro meraviglia era cresciuta, vedendo il lume acceso, trovando spalancata anche la finestra vicino alla porta.
Frusone sa certo qualche cosa della fuga... Ci abbia intinto anche lui?...
Impossibile! Impossibile! esclamavano gli altri.
O allora?
Un nuovo mistero: un altro di quei misteri, in cui ci travagliamo da stamane in qua...
Misteri... misteri...
Uno rimanga di guardia anche qui! disse il capo agente. Andiamo in palazzo: torneremo poi a fare le indagini.
In un momento il Bargello fu tutto a rumore.
Il Cancelliere ricevette la notizia, mentre si apprestava a salire per la scaletta segreta, che faceva capo dalla cancelleria alle prigioni, con l'intento di porre a confronto la Faltini con Rodolfo Cassavoli.
Si avvisi subito, ordinava il Cancelliere, il commissario Ferriani.
Pronti salirono alle prigioni: bussarono alla pesante porta, tutta irta di barre e spunzoni di ferro.
Il caporale, che stava sempre di guardia alle prigioni, apr e fu sorpreso di vedere il Magistrato che era sempre accompagnato dalla Faltini, il Commissario, tanti agenti e tanti lumi.
Nulla di nuovo? domand il Magistrato al caporale, a' suoi uomini, a' varii custodi accorsi all'entrata delle prigioni.
Nulla! rispose il caporale. I prigionieri non hanno fatto alcun rumore: gli ordini sono stati eseguiti appuntino!... I prigionieri non hanno avuto fra loro alcuna comunicazione, n per mezzo di canti, o di urli, di colpi alle porte, o alle finestre.
Un prigioniero  fuggito stanotte di qui! disse il Magistrato in tono severo e minaccioso.
Gli agenti, i custodi rabbrividirono.
Abbiamo un bel servizio! ripet il Magistrato.
Gli uomini, addetti al servizio delle carceri, credevano di sognare; e, leggendo nel volto di tutti gli astanti che il Magistrato diceva il vero, a ciascuno di loro cadde il cuore.
Aprite la segreta numero 15... grid un capo-agente, che era a fianco del Cancelliere.
Il caporale, traballando, come se fosse stato colto da una subita ebbrezza, seguito da tutti, entr in un corridoio; quindi si mise per una scala.
Luciano era fuggito da una delle prigioni, dette le Cascine, situate all'ultimo piano del palazzo.
In pochi istanti furono dinanzi la porta della segreta n. 15.
Il caporale, cui tremava la mano, tir il chiavistello e apr; ma, non vedendo il prigioniero, n'ebbe un tal colpo che per poco non stramazz a terra.
Vecchio, provetto nel servizio, noto per scrupolosa fedelt, di probit incomparabile, gli pareva che quel fatto dovesse tirargli addosso un immenso discredito; rovinarlo senza riparo.
L'umiliazione dinanzi i superiori, i colleghi, la divulgazione che avrebbe avuto quella fuga, gli erano suprema amarezza.
Pi volte con grande iattanza, e schernendo certi suoi predecessori cui era fuggito qualche prigioniero, aveva affermato che non era nato ancora il furfante, che avrebbe potuto scappare con tranelli alla sua custodia.
Era l'artista ferito, frustrato nelle sue pi belle speranze, coperto di ridicolo e di obbrobrio, sullo stesso teatro ove aveva sognato con vaghezza di ambiti trionfi.
N meno angustiati erano i suoi subalterni.
Il prigioniero l'avea accoccata loro da maestro. Come si eran lasciati cogliere cos alla sprovveduta?
Videro tutti le sbarre rimosse dalla inferriata; la fune saldamente aggrappata.
La fuga non ha potuto essere eseguita, disse il Cancelliere, senza la complicit di persone addette al servizio delle carceri!... Vorrei esser bene inteso, poich si preparano castighi esemplari... e colpiranno tutti, se non si scopre il vero reo... Da quanto tempo la prigione era vuota? chiese il Magistrato al caporale.
Da circa tre mesi.
Nessuno vi  entrato?
Nessuno che io sappia fino ad oggi.
Chi tiene le chiavi?
Una io, una dev'essere nell'ufficio del Commissariato.
Le circostanze di questa fuga indicano nel modo pi chiaro che ci  qui un complice...
Varii agenti faceano segni di assentimento a queste parole del Magistrato.
E lei, signor commissario Ferriani, disse il Cancelliere in modo brusco, senza riguardo al grado dell'alto ufficiale di polizia, anzi quasi come se il facesse a disdegno per tentare una prova, visitando poche ore fa le prigioni non si  accorto di nulla?
Gl'inquilini delle vicine prigioni erano tutti sulle intese.
Il rumore li aveva svegliati: e dalle fessure delle porte vedeano con meraviglia insolito bagliore di lumi.
Due birri avevano pronunziato il nome di Letizia Faltini, designando la donna che accompagnava il Cancelliere, mentre passavano accanto alla porta della prigione ove era Rodolfo Cassavoli.
Costui li aveva uditi e a quel nome gli si era rimescolato il sangue.
Letizia qui! pensava. Tutto  contro di me? Anche i morti risusciterebbero a importunarmi?
Tutti stavan sospesi, aspettando la risposta del commissario Ferriani.
Al momento della visita, rispose il Commissario, n io, n le persone, che mi accompagnavano, ci siamo accorti di nulla... Del resto vi sono malizie che previsione umana non pu stornare.
La risposta era magra, insufficiente; dinotava tutt'al pi che il Commissario era turbato.
Il Cancelliere non si tenne per soddisfatto.
E incalz di nuovo:
Ci sono cose, che la pi superficiale previsione, o vigilanza, basterebbe a impedire... E s che erano stati dati ordini d'aumentare di diligenza, se occorresse, nel custodire i prigionieri... Di fuori il prigioniero non pu aver ricevuto i mezzi necessarii a tirar su la fune. Qualcuno addetto al servizio delle carceri glieli ha somministrati... Le sbarre della inferriata dovevano gi essere state rimosse: poich il giovinotto non pu aver fatto un lavoro come questo in poche ore... Tutti sarete chiamati a rispondere di questo fatto...
Ci erano tra coloro che prestavano servizio nelle prigioni uomini invecchiati in quel mestiere: accesi nel desiderio di compiere scrupolosamente il proprio dovere, di una fedelt a tutta prova, intemerati, illibati, ambiziosi di lodi nell'umile loro ufficio, intolleranti di biasimo e di brutte taccie. Tali erano, del resto, quasi tutti i servitori, in alto e in basso, di quel toscano regime, cui riusc pi facile dar vitupero ch'agguagliare in ci che avea di buono.
I rimbrotti del Magistrato erano a molti sferzate in sul vivo; non poteano tenersi, scattavano a ognuna di quelle parole.
Da tre mesi, riprese il Cancelliere, nessun prigioniero  stato in questa segreta... Lei, signor Commissario, faccia indagini per scoprire chi, durante questo tempo, vi sia entrato...
La prigione  stata visitata quasi ogni sera... poich abbiamo avuto spesso catturati nelle prigioni attigue... Ora noi abbiamo l'abitudine di guardare se vi siano alterazioni nelle pareti di comunicazione, nel soffitto, nei pavimenti: le malizie dei prigionieri sono infinite...
Ma sono anche conosciute e la polizia deve essere buona a combatterle... Insomma, che tra un'ora al pi si sappia non chi  entrato in questa prigione con gli altri, per fare la visita, ma chi vi sia entrato di giorno o di notte, solo, in ora indebita.
Il caporale non pot rattenersi, tanto pi che alcuni de' suoi subalterni l'aizzavano con cenni perch parlasse.
Io ho veduto, disse sicuro e risoluto, uscir due volte da questa prigione, sulle prime ore della mattina, il commissario Ferriani...
E che vorreste voi dire? chiese il Commissario tutto fierezza.
Il caporale raumiliato non spiccicava parola, ma in suo soccorso venne il Cancelliere.
Il signor Commissario, disse il Magistrato, sar entrato qui per doveri del suo ufficio...
E tronc brusco il suo parlare, come se quella circostanza gli paresse di nessun rilievo e fingendo una suprema indifferenza.
Ma nel suo animo si appuntavano vieppi i sospetti verso il commissario Ferriani e gi concepiva nuovi disegni.
La conversazione, che avea avuto poche ore innanzi con Lucertolo nella stanza della Cancelleria, gli tornava alla mente. Quello era l'uomo su cui poteva contare, e che avesse veduto pi chiaro di tutti nel buissimo affare: capiva che era stato atto dissennato l'averlo allontanato da s.
E, non perdendo d'occhio il Ferriani, il Cancelliere, sempre come se proferisse parole di ben poco rilievo, in tono di studiata indifferenza, aggiunse:
Si cerchi subito del commissario Arganti... Ho bisogno di vederlo... Ci  necessario l'aiuto di tutti per scoprire i complici di questa fuga!
Il commissario Ferriani, accortosi di essere invigilato, sostenne impavido, senza batter ciglio, lo sguardo del Magistrato, che, sebbene gi lo premessero certi sospetti, pur non sapendosene ben spiegare il motivo, e ripugnando da essi, per la enormezza del fatto che ne scaturiva, tuttora titubava a mettervi piena fede.
Fu deciso che i birri, messi di guardia in Via Vergognosa, non dovessero muoversi: che fosse lasciata la fune al suo posto, che la porta della casa di Bastiano, trovata aperta, non si richiudesse: e che tutto rimanesse com'era per le ulteriori indagini.
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CAPITOLO 40.
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Tre pattuglie erano state mandate in giro per la citt in cerca del fuggiasco, e avevano ricevuto ordine di dar voce a tutti i guardioli de' varii commissariati e delle pattuglie in cui si abbattessero. Fu pure inviato un messo a tutte le porte per cui si usciva dalla citt.
Era ormai sicuro che il prigioniero non potesse scappare.
Il Cancelliere era rimasto perplesso alla notizia che Bastiano Scalistri non fosse stato trovato in casa; dove per si vedea segno che egli era uscito da poco. Doveva quindi essersi accorto della fuga!
Quel Bastiano Scalistri... aveva insinuato a un certo momento il commissario Ferriani.
Oh, no, no! gli aveva risposto ricisamente il Magistrato. Conosco Bastiano da vent'anni. Non  uomo da tener la fune a un prigioniero che scappa.
Eppure l'acutissimo Magistrato in quell'istante, si ingannava davvero!
E poi, egli aggiungeva con maggiore astuzia, se Bastiano avesse aiutato il fuggitivo, egli  un uomo troppo accorto... non avrebbe lasciato n il lume acceso, n la porta aperta: avrebbe accomodato la cosa in modo che nessuno ne potesse sospettare... Oh, conosco troppo bene Frusone! disse il Cancelliere con piglio pi sereno dell'usato. La sparizione di Bastiano va messa tra le tante e orribili cose a cui assistiamo da meno di ventiquattr'ore.
Il Cancelliere avea ragione.
Di che orrendi fatti la polizia, la giustizia eran venute in cognizione dalle prime ore della mattina!
Contro quante insidie, quante menzogne, quante sorprese la polizia e la giustizia aveano dovuto schermirsi: e come con un'audacia e una destrezza incredibile ogni ricerca, ogni vigilanza era stata delusa.
Ci era dunque fra loro taluno, che aveva in mano, come i maghi, un anello incantato che apriva tutte le porte, frangeva i ferri, dava allucinazioni, agevolava prodigi!
Bisognava scoprirlo.
Al Magistrato, a molti degli agenti ardevan le tempie, batteva il cuore; si inasprivano nel desiderio febbrile di giungere al vero. Tutti ormai sentivano che vi era fra loro un traditore!
Gi stavano l'un contro l'altro in cagnesco.
Ma prima che le ventiquattr'ore fosser trascorse, nella stanza del Magistrato doveano svolgersi ben altri avvenimenti.
Del resto, la salute, gi delicata, del Magistrato, cominciava a ricevere, e pi tardi ricevette, dalle peripezie di quel processo preparatorio un colpo irreparabile: non rado premio a coloro che si affaticano, logorano il cervello, spendon la miglior parte di s in bene degli uomini!
La segreta, da cui era fuggito Luciano, fu richiusa.
Ora, disse il Magistrato al caporale, condurrete nella stanza degli esami il prigioniero Rodolfo Cassavoli... Intendo di metterlo a confronto con questa donna.
La Faltini non s'era mai scostata lungo tratto dal Magistrato.
Tutta spaurita dalla solennit di quella scena, essa di quando in quando, alzando gli occhi, avea incontrato lo sguardo freddo, fulmineo, del commissario Ferriani, che parea volesse sempre pi intimidirla, indirle silenzio.
Rodolfo Cassavoli, che stava tutto in orecchie alla porta della sua segreta in fondo al corridoio, un venti passi da quella di Luciano, avea udito le parole del Cancelliere.
Gi aveva preparato in s un bello strattagemma per render vane le deposizioni della Faltini.
Mentre il Magistrato e la Faltini entravano nella sala degli esami pei carcerati, attigua alle prigioni, il caporale apriva la segreta ov'era Rodolfo Cassavoli.
Costui era sempre tutto vestito.
Il caporale gli leg le mani, e ben strette, sapendo con quale stampa di furfante avesse che fare, e se lo tran dietro.
A un angolo del corridoio Rodolfo Cassavoli si abbatt nel commissario Ferriani, che lo saettava de' suoi sguardi.
L'omicciattolo gli rispose con una guardataccia bieca, impavido, la sua testa ignobile eretta quasi in atto di sfida.
In quel momento si ud un grido straziante, acutissimo, che veniva dalle stanze al piano sottoposto ov'era il Magistrato con la Faltini: un grido di donna!
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CAPITOLO 41.
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Luciano, fuggendo era dunque gi arrivato oltrarno, pigliando per il Ponte alle Grazie. Non aveva incontrata alcuna pattuglia, e avea a bello studio scansato quelle strade principali dove tutti sapevano star di notte i piantoni.
I due poliziotti lo pedinavano nella quasi fitta oscurit, lasciandosi guidare al legger rumore de' suoi passi, e facendo pro di tutta la loro sottile bravura in tali imprese.
Il disegno de' due poliziotti, come gi abbiamo toccato, era di vedere dove il prigioniero si dirigesse, a chi favellasse, udir di sorpresa, per quanto fosse lor dato, le sue parole, e allorch avvisassero venuto il tempo da ci, piombargli addosso, catturarlo, menarlo di nuovo al Bargello, e recarvi pur le notizie, che s'immaginavano di leggeri avrebbero attinte in quella corsa notturna.
Luciano non si tenea per sicuro.  vero che la ragazza gli aveva scritto che dopo la fuga sarebbe stato condotto in salvo: ma sulle promesse di lei ormai non era pi da far capitale, poich le persone delle quali egli doveva stare a fidanza, sul pi bello eran fuggite: e quindi ogni accordo stabilito con esse, riusciva di niun conto.
Ma lo rinfrancava il pensiero di riveder la fanciulla, convinto, come sono in tali casi tutti i cuori innamorati, che da lei gli verrebbero i migliori consigli, e le pi felici inspirazioni.
Arriv finalmente in una viuzza sulla quale dava un fianco del cupo e maestoso Palazzo Torsinghi. In quella viuzza rispondeva la camera di Lucia, la qual camera aveva un'ampia finestra che si apriva sopra un balcone.
Sotto il balcone era una gran porta con aggetti e mensole in pietra, molto sporgenti, e ai lati della porta due finestre chiuse da grosse inferriate.
Luciano si ferm sotto il balcone.
I due poliziotti si appostarono a una quindicina di passi. La ragazza non dormiva.
Le imposte della finestra socchiuse lasciavano passare anche a traverso le persiane i riflessi di un lume. Tutto era silenzio.
La ragazza forse in quel momento pregava, o stava raccolta ne' suoi tristi pensieri.
Luciano si chin verso lo sterrato della viuzza, raccolse un sassolino e lo gett sulla persiana.
Nessuna risposta.
Pens meglio.
Bench cominciasse a sentire alla gamba dove si era ferito un primo spasimo, invasato dall'idea che non aveva tempo da perdere, che ogni indugio gli poteva esser funesto, divis di salire su una delle inferriate, di l appigliarsi ai mensoloni della porta, da essi appoggiarsi ai pilastrini del balcone e scavalcarvi dentro.
Tuttavia, delicatissimo, lo rattennero per un certo spazio di tempo il rispetto che nutriva per la fanciulla, il timore di mettere a rischio per sempre con un'imprudenza, la tranquillit, il buon nome di lei.
Ma ormai era tardi per obbedire a quei presentimenti.
In pochi minuti fu sul balcone.
Guard a traverso le stecche alzate della persiana.
Lucia era inginocchiata in attitudine di chi prega e pareva singhiozzasse.
Picchi con un dito nei vetri.
Vide che la ragazza alzava il capo, come se avesse vagamente udito un rumore.
Egli torn a picchiare per due o tre volte.
La ragazza balz in piedi quasi esterrefatta.
Un impulso pi forte di lei la sospingeva verso la finestra.
Sono io! Io! voleva dire il giovane, ma egli tirava la persiana con tal forza che essa, mal chiusa o di frusti e disadatti congegni, si apr.
Lucia riconobbe subito il suo amante.
Stette per fuggire; poi pens cacciarlo in mal modo, non credendo a' suoi occhi ch'egli potesse esser capace di farle quell'oltraggio.
A un tratto s'accorse che una mano di Luciano era imbrattata di sangue, che aveva tracce di sangue perfin nel volto, essendosi toccato pi volte, nei momenti pi pericolosi della sua fuga, senza sapere ci che facesse.
Era del resto s pallido, di viso s scaduto, di sembiante cos contraffatto, le chiedeva merc con tale espressione di angoscia e di profonda tristezza che Lucia non seppe resistere... e apr la finestra.
Non  a dire se gongolassero i due poliziotti, testimoni, a poca distanza, di questa scena.
Una donna! aveva esclamato Lucertolo, vedendo comparire la svelta figura di Lucia. Sia quella la donna che la notte passata  stata nella soffitta del giovinotto in Via Cardinali e vi ha lasciato i panni da uomo di cui era travestita?... Siamo nel Palazzo Torsinghi... ti ho detto che iersera incontrai la contessa Paola Torsinghi in casa delle Sibille in via del Ramerino! E ero appunto appostato per le scale, quando essa uscendo da consultare le streghe, credendo che nessuno l'ascoltasse, diceva alla cameriera: "Hai sentito?... Pareva che sapessero del nostro delitto...". Ma ora lascia fare a me...
Voi qui? disse la fanciulla al giovane appena Luciano fu entrato. In che modo avete osato tanto?
Io, ma non mi hai scritto tu la lettera?... Non sai che le persone da te mandate per proteggere la mia fuga dal carcere hanno dovuto mettersi in salvo, prima che io fossi disceso, sopravvenendo una pattuglia di birri?
Aveva parlato con grandissima rapidit e concitazione.
La fanciulla lo guardava trasecolata: sognava essa, era vittima di una strana allucinazione, o egli era pazzo e vaneggiava?
Non mi hai scritto tu la lettera? insisteva Luciano.
Parlava cos serio, la sua fisionomia rivelava tale ambascia che la fanciulla dov pensare che egli fosse vittima di una insidia.
No, non ti ho scritto! soggiunse.
Ora che avea compreso come Luciano fosse stato spinto a cercar di arrivar sino a lei in tal ora da chi sa qual diabolico strattagemma, la ragazza non sentiva pi altro che il suo amore per esso; quel sangue, che gli vedeva addosso, quelle parole di carcere, di prigione, le avevano agghiacciato il cuore.
Parla... Luciano... io non ti ho scritto mai... Che vuol dir questo sangue... Che significato ha il tuo discorrere di prigione, di fuga... Io non ho mandato a te nessuna persona.
Il colpo era terribile.
E non aveva essa finito di parlare che il giovane infelice, stramazzato a terra, si divincolava in spasimanti convulsioni: a un tratto rimase irrigidito, senza pi dar segno di vita.
Morto! Morto! balbettava la ragazza, forsennata, disfatta dal dolore chinandosi su di lui.
Tutto era quieto nel Palazzo Torsinghi.
I servi, stanchi dall'insolita fatica sostenuta per fornire i preparativi della partenza, dormivano di un sonno profondo.
La mattina appresso, come sa il lettore, la famiglia Torsinghi dovea lasciare Firenze per recarsi alla campagna.
La Contessa e la sua ancella per non dormivano e ne avean ben ragione.
Lucia aveva udito pi volte Giuditta, che traversava in punta di piedi le stanze.
E ci l'avea avvertita che sua madre vegliava.
Chinata tuttavia sul corpo del giovane, al quale ministrava ogni cura, l'assalivano mille timori.
Se qualcuno entrasse nella camera, se trovasser l, a quell'ora, Luciano: se egli fosse morto!... Quella ferita, il sangue, di cui era macchiato...
La povera ragazza si smarriva, aveva d'uopo di tutta l'energia della sua indole per non lasciarsi vincere dalla disperazione.
Socchiuse la finestra.
Si protese di nuovo innanzi l'immagine, che pregava nell'istante in cui Luciano era salito sul balcone, e dette in un pianto dirotto.
Si rialz fiduciosa, sbarr di dentro la porta della camera, torn a inginocchiarsi accanto al giovine.
Gli occhi immobili, le labbra biancastre, tutto il corpo freddo, irrigidito, egli non dava davvero pi segno di vita.
Mio Dio! Mio Dio! mormorava la ragazza.
Nessuno cui rivolgersi per aiuto: e nel caso, che non osava prevedere, che Luciano fosse morto, che sarebbe stato di lei, trovata col cadavere di un uomo nella sua camera?
Dato altres che in Luciano i sensi fossero soltanto assopiti, e che egli non ricuperasse in tempo le forze, per iscendere, non sarebbe ella esposta a eguale martirio?
E come uscire da quella distretta?
Si port le mani alle tempie; si sent tutta una vampa; le parea che la ragione le venisse a mancare.
Fece respirare a Luciano varii sali, indarno.
Allora, gli si accost, la testa accanto a quella di lui, e cominci con voce sommessa, parlandogli all'orecchio, a chiamarlo per nome.
Lo chiam molte volte, mettendo nella sua voce tutto l'affetto, tutta la passione di cui era capace nel fervidissimo animo, ma non ottenne risposta.
Il giovane non facea il pi piccolo moto.
Era un quadro, che avrebbe commosso i pi freddi.
Il giovane giacente quasi esanime, e accanto a lui la ragazza di sovrana bellezza nella mortale sua angoscia, le guance roride di pianto, sublime nelle pietose cure, che il supremo affanno non le facea dimenticare.
Corse a prendere un guanciale e lo pose sotto la testa di Luciano.
Quindi si gett sopra una sedia, vicino a lui, affranta, sbigottita e nello stato di chi si trova in un frangente a torsi dal quale ogni risoluzione  monca; e tutto  da aspettarsi dal caso.
In tal condizione d'animo era da alcuni minuti, quando le sembr udir taluno avvicinarsi alla camera.
Ascolt, trepidando, e riconobbe il passo di sua madre.
Subito fece cuore, dinanzi al pericolo.
Sollev Luciano, e lo trascin verso la finestra, che avea leggermente socchiusa; lo adagi di nuovo con ogni cura, e abbass le tende.
Port il lume dalla parte opposta, cos che il corpo di Luciano non solo fu coperto dalle tende, ma quel lato della camera rimase in tutto all'oscuro.
La contessa Paola non pensava di visitare la figliuola, ma passando e ripassando davanti all'uscio della camera di lei vide il lume.
Lucia non aveva voluto spengerlo.
Essa era tuttora vestita come nella giornata, e se sua madre avesse insistito per entrare e l'avesse trovata con quegli abiti all'oscuro, che cosa avrebbe pensato?
E disciogliere, gettare da s le vesti, rimanere al buio col corpo di quel giovane steso nella camera, non volea, non osava: a ci si ribellavano in lei il pudore, delicati sentimenti, anche una certa paura.
Come mai Lucia non dorme? pensava la contessa Paola, cui tutto in quella notte dava sospetto. E buss alla porta.
Chi ? domand Lucia, fingendo sorpresa.
Io.
Tu, mamma?
Perch non dormi?
Stavo appunto ora per andare a dormire.
La Contessa tastava la gruccia della porta.
Non sai che sono fra poco le tre della mattina?... Ma perch ti sei chiusa...
Ci fu un breve silenzio.
Apri! disse la Contessa con la sua voce imperiosa.
La ragazza dette un'occhiata verso le tende, dietro le quali era disteso Luciano.
Era atterrita, fuori di s.
Ormai in un istante il pi lieve incidente poteva disporre della sua sorte.
Era discosta dalla porta di alcuni passi.
Le ginocchia le tremavano, le mancava il respiro, era sopraffatta dallo spavento. Pareva non potesse muovere il piede.
Animo, coraggio! disse a s stessa.
E si avvi verso la porta.
Ma gi da qualche secondo, ratto come uno scoiattolo, era salito sul balcone della camera Lucertolo.
A traverso le stecche della persiana, egli aveva veduto la ragazza tirare nel vano della finestra il corpo di Luciano. Avea sentito bussare alla porta e il dialogo fra la ragazza e la donna che essa avea chiamato mamma.
E Lucertolo gi avea riconosciuto la voce imperiosa, dura della Contessa, da lui udita la sera innanzi in casa delle Sibille in via del Ramerino.
La ragazza apr.
Entr la contessa Paola.
Separati da lievi ostacoli, si trovavano l'uno vicino all'altro, in brevissimo spazio, la contessa Paola e sua figlia, Luciano e il commissario Arganti, detto Lucertolo.
Lucertolo solo vedeva tutti. Luciano era fuori de' sensi: la ragazza parlando con sua madre avea il pensiero tutto rivolto al giovane, che era disteso dietro le tende, ma non sospettava davvero che Lucertolo, da lei del resto neppur conosciuto di vista, le fosse cos presso.
La contessa Paola era mille miglia dall'immaginare che di dentro la finestra fosse Luciano e di fuori il poliziotto, da lei tanto temuto!
Ma dunque? disse la Contessa, entrando, perch non ti sei coricata?...
Ho avuto da preparare tante cose per la partenza... Poi l'idea di partire mi ha messo addosso una tale agitazione...
Anch'io, anch'io sono inquieta! disse la Contessa, accompagnando le parole con un gesto vivace. Forse il tempo... chi sa...
Lucia guard sua madre e fu sorpresa del cambiamento avvenuto in lei da poche ore. Le sue guance gi cos tumide e fiorenti, parean solcate di rughe, gli occhi erano infossati, cerchiati di nero, la vigorosa bellezza della Contessa in quell'istante sembrava velata, sconvolta, le si leggevano in volto tracce di tali sofferenze, che Lucia si sent stretta da immensa piet.
Che cosa aveva sua madre?
Ma subito si risovvenne del suo amante, che giaceva l, a pochi passi da lei: si risovvenne di quel corpo nascosto nella camera, e che sua madre da un momento all'altro, avrebbe potuto scoprire.
Bisognava allontanarla.
La contessa Paola aveva fatto a Lucia nella mattina un'insolita scena di tenerezza.
La ragazza, cos poco usa a quelle espansioni, ne era stata tutta commossa. Ora avrebbe desiderato trattenersi con sua madre, consolarla, poich si era accorta che soffriva, mescolar le sue lacrime con quelle di lei, sebbene la contessa Paola fosse donna che niuno aveva mai veduto piangere.
Tali erano i suggerimenti dell'affetto filiale; ma l'occasione chiedeva ben altro.
Lucia smaniava di rimaner sola: di correr di nuovo a fianco del giovane; far un estremo tentativo per richiamarlo alla vita, se fosse possibile.
E fra le rapide congetture, che le passavano per l'animo e la pungevano, ci era quella che il giovane ad un tratto si risentisse, facesse un gesto, mandasse un grido, anche un sospiro, e scoprisse alla contessa Paola la sua presenza.
Mamma, disse Lucia, ora puoi lasciarmi... Mi corico subito... E anche tu devi andare a dormire... Mi par che tu abbia tanto bisogno di riposo... A rivederci... Buona notte...
E le gettava le braccia al collo e la baciava, spingendola verso la porta.
Oh, no... credi... io stanotte non posso dormire... Non mi sento bene... Preferisco rimaner qui... vederti andare a letto... e non ti lasciare sino a che tu non sia addormentata...
La ragazza si sentiva soffocare dallo sgomento.
Sono stata tanto severa con te fino ad ora, ripigliava la Contessa senza darle tempo di rispondere. Forse tu non mi vuoi bene...
Oh, mamma!
E la buona ragazza si sentiva straziare al pensiero che era obbligata a respingere sua madre proprio nel momento che aveva tanto desiderato, in cui essa veniva a colmarla di carezze, forse ad aprirle il suo cuore.
La Contessa, vedendo che la ragazza non corrispondeva alle sue espansioni com'essa avrebbe desiderato, ingannata sui motivi di quella freddezza, attribuendoli chi sa a quali ragioni, allontan da s Lucia, tutta sdegnosa e taciturna, in atto di collera, e si mise a passeggiare per la stanza.
Vedendola avvicinare alla finestra, Lucia, come fuori di s, grid:
Mamma, mamma!
E, andandole incontro, ricingendole la vita, la trasse di nuovo all'opposto lato della camera dicendole:
No, mamma, tu non mi hai capito, io ti voglio bene, molto bene! E l'accarezzava e la baciava. Ma io non voglio che tu rimanga pi qui...  tardi,  tardi e dobbiamo fra poche ore metterci in viaggio...
Per vario tempo la Contessa seguit a parlare in modo sconnesso, e profferendo cose assai singolari.
A un tratto Lucia inorrid.
Sua madre tremava, quasi barcollava.
Le forti bevande, delle quali abusava di solito, che ella avea trangugiato, come sa il lettore, prima di recarsi in Via del Ramerino, e appresso, cominciavano a operare il loro effetto.
Uno strano torpore le aggravava le membra: una interna eccitazione non le lasciava posa.
Lucia, che vedeva di rado sua madre, e solo in certe ore, non l'avea mai scorta in simile condizione.
Prese il lume, e sorreggendola sotto un'ascella accompagn la Contessa sino alla propria camera.
L, con sua meraviglia, Lucia vide distesa Giuditta sopra un sof, le vesti scomposte, le sue forme grossolane in parte nudate, e addormentata.
Presso al sof un tavolino, su cui erano due bottiglie: un bicchiere d'argento, ove di certo avea bevuto la Contessa, un altro bicchiere, a cui la serva avea tracannato prima di addormentarsi.
Padrona e serva vivevano dunque in tale famigliarit.
Fu per Lucia una repentina, crudele rivelazione!
Ma la contessa Paola era abbastanza in s da comprendere ci che dovea aver di ripugnante quella scena per la figliuola.
V, v, Lucia, ella disse. La povera Giuditta, vedi...  malata, e credeva ingannarla con menzogna pietosa, lei, che non aveva mai sin allora saputo piegarsi a concessioni, a riguardi, derogare a' suoi piaceri.
Il rimorso, forse pi l'ebbrezza, e nell'ebbrezza, i cupi presentimenti, la rendevano buona, quasi credesse con quella tarda e rapida ammenda poter stornare i tremendi castighi, che le parea sentir gi sul suo capo.
Mise la figliuola fuori della camera, e richiuse l'uscio per di dentro.
Lucia in punta di piedi corse alla propria camera. Anch'ella rinchiuse l'uscio, e balz verso le tende, dietro le quali aveva lasciato il corpo del suo amante. Si port le mani alle tempie raccapricciata. Il corpo di Luciano non ci era pi.
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO 1.
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Lucia era rimasta esterrefatta.
Chi aveva potuto portar via dalla camera, durante la sua assenza, il corpo del giovane amante, ch'essa aveva lasciato senza vita, disteso sul pavimento?
Le venne in pensiero che forse egli in quel breve tratto si fosse riavuto, e, temendo di maggiori pericoli, sentendo che nella casa vi era gente desta, fosse disceso per il balcone.
Fece atto di aprire la finestra, ma con suo grande stupore la finestra, che ella avea poc'anzi appena socchiusa, era chiusa ermeticamente.
Di certo era stata chiusa di dentro.
Chi era entrato, chi si trovava tuttora nella camera?
E mentre sbalordiva, quasi tramortita a questa idea, e girava gli occhi attorno, vide nel muro, non lontano da s, un'ombra, l'ombra di un uomo.
Non pot mettere un grido, che la voce le facea nodo alla gola.
Le martellava il cuore in guisa, che le pareva in quell'istante dover soffocare.
L'ombra si mosse alquanto: la ragazza si vide dinanzi un uomo in squallido arnese, la barba, i capelli ispidi, truce nell'aspetto.
Non un grido! disse l'uomo, sottovoce, ponendosi un dito sulle labbra e affissando gli occhi in quella ragazza.
Ma essa era forte, coraggiosa, energica, e in lei si ridest la nativa fierezza.
Chi siete? domand, anch'ella in tono sommesso, non sapendo ancora ci che fosse avvenuto del corpo di Luciano e intendendo che le bisognava esser cauta. Che cosa volete da me?
Non abbiate paura! soggiunse l'uomo in tono benevolo. E con un colpo di mano, si lev d'intorno al viso la barba posticcia, dal capo la sordida parrucca, i finti sopraccigli, i varii segni, che s'era fatto sotto gli occhi e sulle guance.
La ragazza trasecolava.
Le appariva ora un tutt'altr'uomo: fisionomia aperta, sincera, sorridente.
Non abbiate paura! ripet il bizzarro personaggio, io non intendo farvi alcun male. Sono... il Commissario di polizia Domenico Arganti!
A quel nome famoso la ragazza si scosse; ma Lucertolo la guardava con tal rispetto e tale benevolenza, ch'ella si fu subito rassicurata.
Per, non osando parlare, volgeva sempre ansiosa gli occhi qua e l.
So quello che voi cercate... mormor il Commissario.
E presala per la mano la condusse da un lato della vasta camera, che era tutta all'oscuro, e la ragazza scorse il corpo di Luciano adagiato con ogni cura, e cos riparato da alcuni mobili che chi fosse entrato nella stanza a prima giunta non lo avrebbe di certo veduto.
Luciano era pi pallido che mai: in tale atteggiamento, che sembrava spenta in lui ogni forza vitale.
Morto! Morto! disse la ragazza, dimentica di tutto, sopraffatta dalla disperazione.
No, vivo! le bisbigli il Commissario all'orecchio. Sentite bene!... Respira...
Di dove siete venuto? domand la ragazza.
Di l.
E Lucertolo accennava con l'occhio verso la finestra.
Costui, aggiunse, indicando Luciano, mi ha insegnato la strada!
L'avevate veduto salire? E l'avete seguito, credendolo forse un malfattore... Ma no, no, no, vi giuro, egli non  un malfattore... Aiutatemi a salvarlo, e vi racconter!...
Lucertolo faceva cenno alla ragazza che tacesse.
Parlavano l'uno vicino all'altro; quasi toccandosi, volto con volto, l'alito caldo della fanciulla sfiorava la rude guancia di Lucertolo.
Lo so... lo so... chi ! interruppe Lucertolo. E sono qui con lo scopo di salvare lui... e voi. Qui nella stradetta mi attende una persona fidata... Trasporteremo insieme il corpo del giovane, ne piglieremo ogni cura, voi sarete liberata da questo grande imbarazzo...
La ragazza commossa di riconoscenza non sapeva proferire parola; si sarebbe gettata in ginocchio.
Ma ad un patto! continu Lucertolo. Dovete raccontarmi tutto ci che  avvenuto, dacch egli  entrato qui... Non sar certo caduto in questa condizione, senza parlare...  necessario mi ripetiate tutto quello che ha detto...
Mi ha parlato di prigione... di fuga da una prigione... di una lettera, che io gli avevo scritto, assicurandolo che avrei mandato a lui persona fidata, che lo avrebbe aiutato a fuggire... Io non gli ho scritto: non so a che accennasse con queste strane parole... Ma, appena gli ebbi detto che non gli avevo mandato nessuna lettera, appena si accorse che io non capiva nulla di quello che mi raccontava piomb a terra come fulminato, fu preso da convulsioni, e non udii pi motto dalle sue labbra.
Lucertolo rifletteva, mormorando fra s:
Una lettera!... Questa  stata di certo una insidia per tirarlo fuori della prigione...
E il pensiero gli corse al conciaiolo, detto Gigante, che gli pareva aver sbiluciato un'ora prima nell'ombra sotto la prigione, in Via Vergognosa, tenendo la fune per la quale si era calato il prigioniero.
Siate franca con me, prosegu il poliziotto, il giovane  innamorato... di voi... era corrisposto?
La ragazza abbass gli occhi.
S, rispose lentamente.
Ho capito allora... Oh, la lettera  stata una insidia per tirarlo fuori della prigione... Se non avessero abusato del vostro nome, egli non avrebbe consentito ad una fuga...
Ma voi parlate di prigione, di fuga: spiegatemi questo mistero orribile che mi tiene tanto perplessa, che non ardisco indovinare...
Non sapete?... La notte scorsa sono stati commessi in Firenze due delitti... Il giovane  stato catturato e chiuso in prigione stamane, come reo di uno di quei misfatti!
La ragazza non si reggeva pi in piedi. Tutti gli oggetti della camera pareva le si movessero attorno: una luce abbagliante la obbligava a tener gli occhi mezzo chiusi: sentiva cocenti punture alle tempie: era presa da vertigini.
Lucertolo a un tratto si era discostato da lei, facendosi presso la finestra.
Gli era sembrato udir nella stradetta, sotto il balcone, un trespiggo di passi.
Bastiano non poteva far quel rumore, se non costretto da necessit.
Egli era accortissimo, lo aveva veduto salire, e non poteva pensare a disturbarlo nelle sue indagini.
Ah, se Lucertolo avesse potuto prevedere ci che in quell'istante era accaduto e la sorte, che toccava al suo compagno!
I due poliziotti avevano pedinato Luciano; ma, a cinquanta passi dal Bargello, entrati che furono in quelle intricate straduzze, che corrono fra Borgo dei Greci e la Via dei Neri, un uomo di alta statura, di forme erculee, che stava di certo l appostato per loro, si era messo, usando ogni precauzione, a seguitarli.
E li aveva seguiti, ad una certa distanza, sino al Palazzo Torsinghi.
Avvedutosi che si erano fermati, l'uomo colossale si era appoggiato allo stipite di una porta, tenendosi tutto acquattato, e osservando ci che accadeva.
Si era accorto stando intentissimo, aguzzando i suoi occhi di lince, studiando ogni rumore, che Luciano era salito sul balcone, poi che era salito il commissario Arganti.
Allora, entrato in punta di piedi nella stradetta, piombava addosso a Bastiano, prima che costui si fosse accorto del suo avvicinarsi.
Indarno egli tent difendersi.
Una mano d'acciaio lo premeva sulle labbra, gli troncava il parlare.
Al tempo stesso il vecchio poliziotto si sent aggavignato da un braccio robusto e trascinato via.
Per quanto egli fosse poderoso e aitante della persona, secondo l'et, ogni resistenza fu vana.
Bastiano era stato colto d'improvviso, mentre sotto il balcone dal quale era scomparso Lucertolo, attendeva ansioso, trepidante l'esito dell'impresa e si studiava immaginare ci che in quel momento facesse il suo collega.
Il finissimo, esercitato udito di Lucertolo si era desto a quel lieve rumore, poich l'atto era stato compiuto cos rattamente e di sorpresa che non aveva dato luogo a contrasto: ma sentendo tutto tornato in quiete, Lucertolo non apr altrimenti la finestra e torn di nuovo a discorrere con la ragazza.
Non sapevate nulla, riprese, dei delitti di sangue commessi stanotte?...
Lucia stava a udirlo come trasognata: la notizia che il giovane, suo amante, fosse stato messo in prigione, indiziato di un delitto di sangue, le avea percossa la mente.
Mio Dio... ma che dite mai?... balbett, facendo uno sforzo supremo per contenersi.
Vi dico la verit... Una donna  stata uccisa stanotte, tagliata a pezzi nella Torre degli Amieri... Questo giovane fu trovato circa l'ora in cui deve essere stato consumato il delitto, vicino alla Torre, in attitudine sospetta...
Lucia facea segni di negare: come se l'altro le contasse una fiaba, credendo poter trar profitto dalla credulit di lei.
E non basta. aggiunse il Commissario. Il delitto  stato consumato alla presenza di due donne... E nella soffitta del giovane, in Via dei Cardinali, si  riparata, e si  spogliata una di queste donne, lasciandovi i panni da uomo di cui si era travestita...
Ma queste sono invenzioni...
Verit, verit!... I panni furono sequestrati... il giovane non ha negato... E la polizia avea gi udito un colloquio tra lui e la sorella ammalata, dal quale si ricavano certi indizi che persone estranee, la notte, erano entrate nella soffitta e che vi era accaduto qualche cosa di grave.
Una donna... due donne... di notte... in casa di Luciano... Un delitto da lui commesso...
La ragazza balbettava: e ci voleva indole non men fiera della sua a sostenere tali colpi.
Che cosa ne pensate? insisteva Lucertolo, smanioso d'ottenere nuovi particolari per le sue indagini, sperando che nella commozione cadrebbe di bocca alla fanciulla una parola, da cui egli avrebbe saputo trar partito.
Penso che tutta la vostra storia  pretta invenzione e una infamia... Luciano non , non pu essere reo...
Ma gl'indizii, le gravissime apparenze.
Che m'importa degli indizii?... Luciano non  reo: me lo assicura la mia coscienza; e la mia coscienza, il mio amore per lui non si possono ingannare... Oh, non me ne parlate pi: soccorriamolo!
Ambedue si rivolsero a Luciano.
Un miglioramento era sopravvenuto: respirava ora affannoso, ma il calore tornava nelle sue membra irrigidite, dava nuovo segno di vita.
Lucertolo gli vers alcune gocce d'acqua fresca sulle labbra: a poco a poco lo rialz e, aprendo gli occhi, scorgendo le due fisionomie chinate su di lui, quella della ragazza, e quella di Lucertolo, il giovine ricevette tale scossa che gli effetti della convulsione cessarono in lui immantinente, e in pochi minuti pot stare in piedi.
Voi qui! mormor, con un filo di voce, indirizzandosi a Lucertolo. Che vuol dire? chiedeva, con accento che pareva un sospiro, alla ragazza.
Luciano! Luciano! essa esclamava tutta commossa. Posso parlarti, posso dirti tutta la verit?...
E gli si gettava al collo, ed egli sentiva le lacrime di lei caldissime sulle proprie guance.
Parla, parla... io sono rimesso...
La ragazza non credeva che Luciano fosse reo: ma che egli fosse stato arrestato e posto in prigione le risultava chiaro dalle parole da lui proferite, appena avea messo il piede nella camera, dal sangue di cui era macchiato, grondante dalla ferita fattasi nel fuggire, dalla presenza del Commissario di Polizia.
Si struggeva di saperne di pi su quel mistero.
Ebbene, Luciano, essa prosegu tutta affettuosa. Come mai ti trovavi stanotte vicino alla Torre degli Amieri, come hai tu ricevuto donne, travestite da uomo, in casa tua?
A tali domande, e il lettore sa perch, Luciano non poteva rispondere.
Sono innocente! egli disse, dando in uno scoppio di pianto, non posso dirti altro.
La ragazza stette muta un istante.
Anche a lei grosse lacrime rigarono il volto.
Il Commissario di Polizia, avvezzo ai dolori simulati, si sentiva muovere, non diciamo intenerire, da quel dolore profondo, sincero.
Lucertolo era padre e marito buono: in quel momento il pensiero gli correva alla sua famigliuola: se la figurava visitata da qualche sventura.
Come avrebbe egli desiderato che tutti le porgessero conforti! Non poteva dunque esser crudele con altri.
S, io ti credo, disse la ragazza, tenendo la mano a Luciano, e asciugando le proprie lacrime. Tu dici di essere innocente, e, ripeto, io ti credo... Ora tocca a te provarlo alla giustizia... Va, qui non puoi trattenerti; e pensa che, se anche tutti gli uomini ti accusassero, e ti condannassero, io... io non dubiter mai di te: non mi vergogner di gridare il mio amore, la tua innocenza al cospetto di tutti... Addio.
Addio!
E i due giovani si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro: i singhiozzi li soffocavano.
Vi sentite in grado di scendere? domand Lucertolo al giovane.
Oh, s, specialmente se potrete darmi un po' d'aiuto... Ma dove mi riconducete?... Forse in prigione?
Fidatevi di me! Il mio proposito  di salvarvi... se vorrete aiutarmi a questo scopo.
Lucertolo si fece al balcone.
Sbirci nella strada, ma non vide Bastiano, sebbene non fosse pi scuro come quando eran venuti.
Aspett un istante, sperando che il compagno, sentendolo, gli avrebbe fatto un cenno. Ma la stradetta rimaneva silenziosa, nessuno si muoveva.
Bastiano! mormor Lucertolo, spenzolandosi. Ma non ebbe alcuna risposta.
Si domandava turbato dove poteva essere andato il compagno, perch si fosse allontanato in tal momento.
Gli venne sospetto che potesse aver concepito il disegno di tradirlo.
Il pensiero delle sorde rivalit, che regnano nella polizia, che Bastiano potesse essere strumento dei suoi nemici, lo angosciava: inclinato per la triste esperienza fatta degli uomini a immaginare sempre il peggio, or si dava a credere che Bastiano gli avesse teso un tranello: e lasciatolo in asso, in buon punto, si unisse a' suoi avversarii e si adoperasse a farlo passare per complice in quella fuga.
Indarno gli si ripresentava alla memoria la loro antica amicizia, la fama illibata del vecchio poliziotto. Sapeva di dover lottare con avversarii formidabili, capaci di tutto, de' quali Bastiano conosceva la potenza, e delle cui persecuzioni forse a un tratto gli era entrato spavento.
Ed egli, incauto, trascinato dal suo entusiasmo di scoprire il vero, si trovava solo in quel momento nel cuore della cittadella nemica, vicino alle persone, dalle quali pi aveva a temere, e nel caso di uscirne irreparabilmente compromesso.
Che avrebbe potuto rispondere, se non gli rimaneva pi a contare sulla buona testimonianza di Bastiano, dato che egli fosse stato sorpreso in tale famigliarit col prigioniero?
Ma a quelle paure sottentrava il suo sottile istinto d'investigatore. Gli accorreva alla mente il rumore poco prima da lui udito sotto la finestra.
Dunque, Bastiano non l'avea piantato di suo grado, altrimenti se la sarebbe svignata chetamente, e quel suono di passi, cui egli non avea voluto l per l dar alcuna importanza, ora gli significava una resistenza, una lotta.
Bastiano era stato vittima di un agguato?
Dell'una e dell'altra cosa stava in forse, comech ormai propendesse piuttosto per quest'ultima; pure, come invaso da un superstizioso terrore, che il dubbio aguzzava in lui, deliber di scendere, mettersi alla ventura per le strade, ricercare il compagno, rintracciare quel che a lui fosse incontrato.
La perspicacia, la forza d'animo che avea dispiegato in tante occasioni, dovevano pur salvarlo in quel frangente.
Gli ostacoli di solito ringagliardivano le sue facolt, lo sospingevano a nuovi ardimenti.
Voltosi di repente a Luciano, gli disse:
Voi rimarrete qui... non farete un passo senza mio ordine. Nascondetevi come meglio potete... E riflettete che uscendo di qui prima che torni io commettereste un'imprudenza irrimediabile.
E in quel momento il celebre poliziotto si era fermato in un'idea arditissima: e sperava mandarla ad esecuzione.
In un batter d'occhio scese dal balcone.
Lucia e il suo amante, rimasti soli, non osavano pi parlarsi.
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CAPITOLO 2.
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Bastiano e Lucertolo erano stati inseguiti dal famoso conciaiolo, il Gigante, lo stesso, che essi avevano quasi sorpreso, mentre reggeva la fune con la quale Luciano, avea potuto calarsi dalla prigione.
Da persone che egli amava e temeva, da chi lo colmava di carezze, da lui desiderate e di denari, che lo cavavano d'angustia, da coloro, in cui pro, e dietro a cui ordini egli la notte antecedente aveva assassinato un uomo fuor di Porta la Croce, un uomo da lui per l'innanzi non conosciuto, il Gigante avea ricevuto prescrizioni terribili.
Risicato e fortissimo, era disposto a tutto.
Alla voce di Bastiano scapp, lasciando la corda, da Via Vergognosa, ma, destro a profittare di ogni ventura, si avvide che poteva rimaner celato nell'oscurit, e aspett in disparte, a poca distanza, che si compiesser gli eventi.
Si fu presto avveduto che Luciano era sceso, che i due poliziotti lo pedinavano e anche egli si mise accortamente a seguitarli.
Non li aveva per ben riconosciuti, e colto il momento che gli parve pi opportuno, cio quando Bastiano fu rimasto solo, gli si fece addosso, meravigliato e pauroso gi in s di vedere che i due poliziotti erano arrivati al Palazzo Torsinghi, uno di essi entratovi, e in quel palazzo era Giuditta, amore, fervida passione del Gigante, come sa il lettore.
E nello scagliarsi addosso al poliziotto il conciaiolo faceva disegno di trarlo in luogo ove, minacciandolo, e valendosi della sua forza singolare, gli potesse cavar di bocca il segreto che li aveva indotti a venir sino al Palazzo Torsinghi e con qual pensiero vi fosse entrato un di loro.
Venuto in chiaro di questo, si proponeva di operare come gli avrebbe dato il cuore.
Tutto fidente nella sua robustezza, nel suo coraggio, non teneva mai conto di ostacoli.
Per se nel punto in cui metteva le mani su Bastiano, lo malmenava, lo tranava dietro a s, lo avesse squadrato, riconosciuto, o avesse potuto indovinare contro cui incrudeliva, l'animo gli sarebbe mancato!
Quando in Via Vergognosa, Lucertolo avea detto a Bastiano che gli parea di aver riconosciuto il Gigante nell'uomo, che teneva la fune sotto la finestra della prigione, rammenter il lettore che Bastiano avea avuto un tremito.
Da quell'istante si era pi che mai appassionato nelle ricerche.
Non vi erano allora altri lumi nelle strade, salvo rari lampioni a olio, che gettavano una luce abbacinata, e di buon'ora si spengevano, e non duravano accesi altro che i lampadini appesi dinanzi certi tabernacoli, a qualche crocicchio di vie.
Il Gigante, che con tanta vigoria avea strappato Bastiano dal luogo dove stava alle vedette, e con un colpo lo aveva sbalordito, si ferm sotto uno di quei tabernacoli.
Allo scarso lumicino guard il volto della sua vittima.
Gli teneva sempre una mano sulle labbra perch non potesse gridare.
Voi? disse a un tratto il Gigante, togliendo la mano di su la bocca al vecchio poliziotto. Voi, Bastiano?
L'altro inarc le ciglia, ficc gli occhi in volto al suo interlocutore.
Tu? riprese. Tu!
I due uomini si guardarono cos per alcuni istanti, sotto quel misero lumicino, tutti e due concitati da tali affetti, che parea non avesser forza di muover sillaba.
Sciagurato! mormor Bastiano dopo breve pausa. Da circa un'ora palpitavo per te, non mi scostavo dal mio compagno per impedirgli di nuocerti, per stornare il sospetto, che gli era nato, poich egli crede averti traveduto dianzi sotto le finestre delle prigioni... E tu? Tu, se non mi avessi riconosciuto, chi sa che cosa eri capace di fare?
Il Gigante, suo malgrado, con un cenno vigoroso accenn chiaro che egli, buttatosi alla disperata, se non avesse riconosciuto Bastiano, e se egli si fosse contrapposto a' suoi disegni, sarebbe stato capace di fargli un bruttissimo tiro.
Chi  quell'uomo che  salito sul balcone ed  entrato in casa Torsinghi?
 Lucertolo, disgraziato!
Il Gigante ebbe un tremito.
E mi ha veduto... sospetta di me?
S... me lo ha detto.
E voi?
Io ho fatto vista di secondare i suoi sospetti, ma in segreto gi mi preparavo a sventarli.
Potessi averlo qui! diceva il conciaiolo, digrignando i denti, e battendo insieme le sue braccia dure e muscolose. Ma sono sempre in tempo, vi lascio e vo' ad aspettarlo!
No, no...
E chi me lo impedir?
Io! esclam Bastiano, drizzandosi tutto sulla maestosa persona, con un tono d'autorit che non ammetteva replica.
Il Gigante non rispose motto.
Dacch aveva riconosciuto Bastiano sembrava vinto, confuso dall'autorit di lui.
Parliamoci chiaro! disse Bastiano. Sai che il fingere  inutile con me. Rispondi da uomo: hai tu avuto mano nei delitti di stanotte?
Sono io, rispose il Gigante con voce cupa, che ho ammazzato l'uomo fuor di Porta la Croce!
Parlava fiducioso come ad un fratello, ad un padre.
Bastiano rabbrivid.
Pure aggiunse, come se nessun'altra considerazione gli occupasse l'animo in quel momento:
E il cadavere?
Di questo non so dir nulla... Incontrai l'uomo, che guidava un barroccino, lo tirai gi, avemmo una lotta, l'uccisi, quindi rimisi il cadavere sopra il barroccino, e il cavallo prese il galoppo. Corsi verso l'Arno, mi gettai sopra una barca, approdai all'altra riva: stamane sono rientrato in Firenze...
E chi ti ha ordinato di far questo delitto?
Il Gigante non rispose.
Bastiano cap che non avrebbe su questo ottenuto da lui alcun schiarimento e il tempo urgeva.
E hai commesso il delitto, soggiunse, a quel modo perch cos ti avevano ordinato... perch il giovane non fosse riconosciuto?
Il Gigante taceva.
Ebbene ormai siamo riusciti, a forza d'induzioni, a sapere che l'assassinato  Fabio Altini...
Chi ve lo ha detto? domand il Gigante, abbattuto, con una specie di ruggito.
Sei uno scellerato, Gustavo! aggiunse il vecchio poliziotto. Io non potr salvarti pi... E Dio sa i sacrifizii, che ho fatto per te, i rischi a cui mi sono esposto... La tua forza  stata la tua rovina; le tristi donne, che hai voluto avvicinare contro i miei consigli, hanno finito di perderti... Tu sei un bruto, senza intelligenza e con appetiti di sangue da sbramare... Ti hanno conosciuto, si sono serviti di te, come di un cieco strumento, per colpire, uccidere... E ora va', non uscire pi di casa tua, senza mio ordine; lascia me solo a fare un altro supremo tentativo per salvarti... Se ormai sar possibile.
Bastiano sent che qualcuno si avvicinava loro da lungi con passo rapido, leggerissimo, furtivo, quasi appena toccando co' piedi la strada.
Spegni il lume!
Il Gigante esitava.
Bench scozzonato al delitto, pure serbava certi terrori religiosi; spengere il lume, che pendeva dinanzi al tabernacolo, gli parea sacrilegio, di cui potesse essere punito nell'atto stesso, se non prima di compierlo.
Ma Bastiano, vista la sua titubanza, avea gi spiccato un salto: il lume era andato in frantumi.
Fuggi! Fuggi! ripet al Gigante. Di sicuro  Lucertolo!
In quel momento il passo di colui, che veniva innanzi, procedendo con tanta cautela, si udiva in una piccola strada trasversale a quella ove era il tabernacolo.
In tre o quattro minuti sar qui! Obbedisci tutti i miei ordini! mormor Bastiano.
Il Gigante si allontan un buon tratto quasi carponi, poi fugg a gambe levate.
Lucertolo era arrivato alla cantonaia della strada, dove gli era sembrato udir qualche rumore.
Forse, pensava, Bastiano che si dibatteva contro un agguato, o tornava a lui.
Si rafferm nel primo pensiero, accorgendosi che era stato spento il lumicino del tabernacolo.
Probabilmente l sotto era avvenuta la lotta, o qualcuno vi era tuttora appostato.
Chi! disse Lucertolo, con voce molto alta, ma assai scolpita, secondo avevano convenuto fra loro.
Immediatamente il monosillabo "chi" fu ripetuto a una ventina di passi da lui.
Era la voce di Bastiano!
In un attimo i due poliziotti furono di nuovo insieme.
Perch mi hai lasciato? domand Lucertolo.
Avevo sentito un grande strepito: sono corso qui... ho trovato il lume spento, e ho udito, ma gi era troppo lontano, qualcuno che fuggiva...
Questa  la notte delle sorprese e dei misteri... Notte, che assomiglia alla giornata a cui succede...
E tu, che hai fatto?... Ma dove  il prigioniero? chiese Bastiano sorpreso, dopo averlo cercato vicino a Lucertolo.
Lucertolo gli raccont tutto alla minuta.
Che cosa pensi di fare? interrogava Bastiano. Andar subito al Bargello: dire che il prigioniero  in mano nostra: condurre il Magistrato al Palazzo Torsinghi, far sorprendere il giovane nella camera della ragazza, procedere all'interrogatorio della Contessa, della sua cameriera, del vecchio conte Torsinghi; coglierli tutti all'improvviso, non lasciar scampo ad alcuno...
Ah, no! Caro Bastiano! In tal modo la vittoria sarebbe indegna di Lucertolo... Ho promesso a que' due giovani di difenderli e non voglio tradirli... Lucertolo non opera mai con mezzi comuni, volgari. Ora, torniamo subito addietro...
Dove?
Al Palazzo Torsinghi.
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CAPITOLO 3.
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Il Cancelliere era sceso con Letizia Faltini dalle prigioni segrete nella stanza degli esami, attigua alle prigioni pubbliche, che era al primo piano del Palazzo del Bargello, e aspettava che Rodolfo Cassavoli gli fosse condotto dinanzi per metterlo a confronto con la Faltini. In quel punto entravano nel palazzo, da Via del Palagio, Lucertolo e il suo amico Bastiano Scalistri.
Appena si accostarono, il birro di sentinella fece atto di respingerli, non avendo ravvisato Lucertolo, che indossava tuttora il suo travestimento.
Bastiano!... Il commissario Arganti! esclamarono alcuni agenti, quando i due furono nel corridoio.
Dov' il Cancelliere? chiese il Commissario.
Subito gli fu detto che si trovava, allora, nella stanza degli esami.
Lucertolo era stato mandato a chiamare pi volte nella notte, ma cagionava non piccola meraviglia il vederlo arrivare cos travestito e in compagnia di Bastiano, la cui sparizione dalla propria casa, tuttora custodita da un agente, avea dato appicco ai pi strani commenti.
In un attimo Lucertolo e Bastiano arrivarono alla stanza dove era il Cancelliere: e la Faltini, visto entrare Lucertolo, cos contraffatto, aveva dato nel grido di terrore, che rimbombando nel silenzio del quartiere delle prigioni era giunto sino agli esecutori, i quali, tratto di carcere Rodolfo Cassavoli, lo menavano al Magistrato.
N meno stupito fu il Cancelliere, vedendosi apparire dinanzi il Commissario in quell'arnese e con lui il vecchio poliziotto.
L'ho mandato a cercare per tutto, disse il Cancelliere a Lucertolo, finalmente lei arriva. Ma perch in codesti panni?
Ho passato... dir meglio... abbiamo passato, soggiunse Lucertolo, indicando il compagno, una bella notte!...
E appressandosi alla donna, Lucertolo esclam:
La Faltini!... Avevo ragione, signor Cancelliere di rifiutarmi a credere che questa fosse la donna uccisa... Intanto i morti resuscitano... si vedranno altri miracoli, in poche ore!... Dobbiamo per domandare al signor Cancelliere un'udienza privata, senza testimoni, per fargli importanti comunicazioni.
Il Cancelliere suon il campanello, dette ordine che la donna fosse chiusa in luogo sicuro, che il Cassavoli fosse ricondotto in prigione e s'impedisse che la donna si scontrasse con lui.
Sino a che non chiamo, disse il Cancelliere al caporale, sopravvenuto a ricevere le istruzioni del Magistrato, desidero di non essere disturbato...
Si trovarono subito soli.
Il Magistrato sedette, facendo cenno a Bastiano e a Lucertolo che sedessero dirimpetto a lui.
L'arrivo di Lucertolo avea scombuiato le menti di tutti.
Ne discorrevano tra loro gli agenti, i graduati, raccolti in palazzo, subodorando che il famoso ufficiale della polizia si fosse tutta quella notte, ad insaputa di ogni altro, occupato nelle indagini dei due delitti.
Tutti erano consapevoli dell'entusiasmo, che metteva nell'esercizio della sua professione, della passione con cui proseguiva un dato scopo, quando fosse stuzzicato nell'amor proprio.
Abbiamo gi scoperto, cominci Lucertolo, gli autori, specialmente gli istigatori dei due delitti di stanotte!
Il Magistrato scatt sulla poltrona.
Il merito  in gran parte del mio amico Bastiano Scalistri...
Bastiano fece un gesto di umilt, come se volesse ritorcere il complimento indirizzatogli dal suo antico collega.
Chiediamo per al signor Cancelliere di volerci assicurare che approver tutto quello che di strano e forse di illegale abbiamo dovuto compiere per arrivare a' nostri fini e che le promesse che abbiamo dovuto fare, saranno mantenute...
Scoperti i rei, signor Commissario, Ella non avr altro che lodi. Unico interesse, che qui ci muova,  quello della giustizia.
Ebbene, il prigioniero scappato circa due ore fa dalla segreta, in cui era chiuso, riprese Lucertolo con accento vibrato,  nelle nostre mani.
Bravi!
Il Magistrato non aveva potuto rattenere quella esclamazione.
I tre personaggi erano attenti, commossi.
Parlatemi dei due delitti! interruppe vivamente il Cancelliere, dopo breve pausa.
Ma bisogner colpire molto in alto.
La giustizia arriva per tutto: non ci sono altezze per lei... Parlate...
Ebbe primo la parola Bastiano.
Ai primi detti che gli uscirono dalle labbra, il Magistrato alzatosi, gridava:
Impossibile! Impossibile! Si tratta certamente di una ipotesi avventata...
Le insinuazioni del poliziotto lo ferivano in una delle sue pi care affezioni.
Bastiano non si scosse.
Era avvezzo alle contraddizioni, cui danno luogo i primi passi di una difficile istruttoria, quando l'animo del Magistrato  combattuto da due sentimenti contrarii e per lui ugualmente penosi, d'offendere un innocente o di mandare impunito un colpevole.
In quel periodo l'ufficiale di polizia, che dirige le indagini,  vittima di tutti i rabbuffi, di tutti gli sdegni; pare che la societ, che egli si affatica a difendere, appunti contro di lui tutti i suoi strali per impedirgli d'attendere al suo salutevole ministero.
Per gli uomini di buona fibra, che accende un amore inestinguibile del loro dovere, non si fanno caso di quelli sdegni, non allibiscono per gli ostacoli, serbano la calma di piloti avvezzi a schermirsi tra le tempeste, e veggono con occhio limpido e sicuro, tra il fiotto e il folgorar delle procelle, il porto a cui giungeranno.
Bastiano and innanzi nella terribile storia, che raccontava: la specific punto per punto: Lucertolo venne in suo soccorso.
La verit emergeva chiara, da quelle asserzioni.
Il Magistrato non si conteneva pi.
Batteva i pugni sulla tavola, si portava le mani alle tempie, si alzava di tratto in tratto proferendo esclamazioni di meraviglia, di sbigottimento.
La conversazione dur pi di un'ora.
I due poliziotti avevano ripetuto al Magistrato le cose che si erano dette fra loro nella casupola in Via Vergognosa, prima di uscirne per pedinare Luciano, e vi avevano aggiunto nuova messe di particolari: ci che era accaduto dalla fuga del prigioniero sino al momento del loro ritorno al Bargello.
A noi tarda di esporre al lettore la meravigliosa storia, che getter tanta luce in queste pagine, spiegando i fatti narrati sinora.
Innanzitutto il mio dovere! disse il Magistrato.
Era divenuto pallido, la mano con cui aveva preso la penna gli tremava.
I due poliziotti lo guardavano intentissimi, non perdendo uno de' suoi movimenti.
Esit alcuni istanti prima di scrivere.
Poi, come vinto da una risoluzione suprema, disse al Commissario:
Il Magistrato non pu in un sol punto far tacere tutti i sentimenti dell'amico... Io gi immagino l'immenso dolore, la catastrofe forse irreparabile a cui assisteremo fra pochi istanti...
Noi tutti abbiamo penosi doveri! riprese Lucertolo con una rigidezza frammista di piet.
Sia pure! disse con un ultimo sforzo il Magistrato. Citer dunque subito a comparire il conte... Torsinghi. La penna del Magistrato strideva sulla carta...
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CAPITOLO 4.
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Il Magistrato si rimase di scrivere, prima d'aver finito la stesura del suo ordine.
No, esclam, cos non va...
Conturbato com'era, egli avea compilato per il conte Torsinghi una citazione simile a quella che avrebbe diretta al testimone pi volgare.
La gravit dei fatti, la condizione del vecchio gentiluomo, l'antica amicizia corsa fra loro, la innocenza di lui ne' casi crudeli che lo colpivano, tutto induceva il Cancelliere a serbare la massima misura.
Scrisse dunque una lettera confidenziale, in cui pur gl'intimava con modo cortese, ma fermo, e a nome della legge, di presentarsi almeno entro un'ora. La giustizia aveva bisogno di lui.
Fu incaricato Bastiano di dar recapito alla lettera: Lucertolo, troppo conosciuto, avrebbe subito concitato sospetto ne' famigliari.
E Bastiano corse difilato al Palazzo Torsinghi, e i colpi, che dette alla porta, spaurirono tutti: Lucia inquieta, che avea veduto piangendo discender poco prima dal balcone il suo giovane amante, che Lucertolo era andato a riprendere: la Contessa, che manda Giuditta a saper ci che fosse accaduto nella notte, stava in trepida attesa, e eziandio il vecchio conte Torsinghi, che avea passate tante ore agitatissimo, senza poter chiuder occhio, fu scosso dal rumore dei colpi, che risuonavano nell'ala estrema del palazzo, ove era la sua camera.
Nessuno apriva. Bastiano intrepido ripeteva i colpi, che a tutti in quella casa sembrava annunziassero qualche sinistro.
Finalmente fu aperto, ma il servitore, balzato dal letto in fretta, e sceso bofonchiando, mandando al diavolo chi picchiava, e per cui picchiava, prese brusco la lettera dalle mani di Bastiano, cincischiando tra i denti:
Non posso svegliare a quest'ora il signor Conte... Non posso entrare in camera sua sino a che non ha chiamato...
L'altro apponeva che recava un messaggio di gran rilievo, ma non ci era via a smuoverlo.
Allora, uscito de' gangheri, Bastiano aggiunse:
Ti ammonisco di andar subito a svegliare il Conte e presentargli questa lettera... Guarda, ci  sopra il bollo del Sovrano, la lettera viene dalla Cancelleria Criminale!
Tali parole ebbero subito il loro effetto.
Il conte Torsinghi pochi istanti dopo apriva la lettera e appena l'ebbe percorsa, rispose:
Dite all'uomo che  gi di aspettarmi... Sar fra pochi minuti da lui.
Ossequente alla legge sino allo scrupolo, il vecchio Magistrato metteva una certa premura nell'obbedire all'invito che gli era fatto.
Ma che cosa la giustizia poteva volere da lui: a chi le sue dichiarazioni potevan tornar proficue: e qual'era il caso di tale urgenza per doverlo mandare a chiamare in quell'ora?
Non era di sicuro caso lieve, poich conosceva la discrezione del Magistrato, suo antico collega, che gli scriveva e lo invitava con tanto calore a comparire.
Gli vennero tristi presentimenti: gli balen alla mente, suo malgrado, e senza sapesse perch, un sospetto della moglie...
E stette assorto qualche tempo in pensieri, che pareva lo premessero di grandi angustie.
Era la prima volta nella lunga sua vita che egli si vedeva chiamato a comparire, e ancor non gli era chiaro in qual condizione, dinanzi un giudice, egli che avea per tanti anni giudicato gli altri, e con imparziale rigore, come allor consumava, con severit e integrit esemplare.
Pi e pi volte ritolse in mano la lettera: se ne impresse ogni parola nella mente.
Poi, fatto animo risoluto, non pensando pi che a soddisfare a ci che riputava imprescindibile dovere, il bel vecchio ottuagenario, vegeto e adusto, scendeva gi tutto abbigliato, e rispondendo al saluto ossequioso di Bastiano, si avviava verso la porta di strada, che un servitore si apprestava ad aprire.
Al vecchio conte Torsinghi parve scorgere nello sguardo di Bastiano un'espressione di rispettosa piet: ma sdegnoso di muover parola su argomento s delicato a persona di s piccolo affare, pass oltre e, avviluppandosi nel suo gran manto, mise il piede nella strada.
Bastiano lo seguiva ad una certa distanza.
Quando furono sulla piazza San Firenze, a pochi passi dal Bargello, Bastiano, accostandosi al Magistrato, col cappello in mano, mormor:
Ho ordine dal signor Cancelliere di farla passare dalla Porta dei Leoni per la quale di giorno si entra nella sala delle udienze, e che ordinariamente  chiusa di notte.
Il Magistrato fece un segno di assentimento.
Arrivati sulla cantonata del Bargello, in Via dei Librai (oggi Via del Proconsolo), Bastiano spinse la porta, che era socchiusa, raccolse da terra un lume, e guid il Magistrato sino alla stanza del Cancelliere senza che egli fosse veduto da altri che Lucertolo, il quale aveva con varii pretesti allontanato tutti d'intorno a quella stanza e passeggiava solo dinanzi alla porta.
All'appressarsi del vecchio Magistrato, egli fece una profonda riverenza.
Il conte Torsinghi entr rigido, calmo, e salut il suo antico collega, movendo verso di lui per stringergli la mano.
La mano del Cancelliere tremava...
Allora il Conte si ritrasse un po' indietro e guard nel volto l'amico, il collega... Lo vide contraffatto, pallido, che cercava non incontrare i suoi sguardi.
Succedette un breve silenzio.
Il conte Torsinghi aveva tutto compreso.
Una lacrima scorreva per le sue guance.
Il Cancelliere si alz, and alla porta, la chiuse a chiave.
E ora, disse il conte Torsinghi, facendo atto di sedersi, voi siete il mio giudice... interrogatemi!
Ma la commozione era troppo forte perch potessero pi a lungo celarla.
I due magistrati si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro. Il vecchio conte Torsinghi dette in un pianto dirotto. Egli pagava cari certi impeti del suo temperamento.
A ottant'anni lui, gentiluomo, magistrato, onoratissimo sempre, veniva a piangere come un delinquente nella stanza ove si compievano gli esami degl'inquisiti.
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CAPITOLO 5.
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Sapete nulla dei delitti di ieri notte? chiese il Cancelliere al conte Torsinghi.
Era la domanda ripetuta tante volte e da tanti in quel giro, non ancora compiuto, di ventiquattr'ore: la domanda, che era stata rivolta ai testimoni, ai catturati, e che si eran fatta tra loro gli amici, i conoscenti nei crocchi, per le strade della citt.
Il Conte aveva udito da un suo famigliare dire qualche parola di quei delitti, ma non aveva voluto prestarvi attenzione.
Nel venire alla Rota, gli era passato per la mente che il Cancelliere lo chiamasse a cagione di qualche disordine di sua moglie.
Egli gi si era accorto che la moglie di nottetempo talvolta usciva di casa in segreto, e ne aveva avuto con lei stessa poche ore innanzi un aspro diverbio.
Che sua moglie avesse commesso qualche atto di cui ella stessa temeva gli effetti si era accorto al momento in cui la contessa Paola, tratte fuori varie lettere da uno stipo, gli aveva imposto di ascoltare certe rivelazioni, che il repentino arrivo di Giuditta l'avea stornata dal fare.
Il Conte ricordava il turbamento della moglie, il suo parlare dirotto, le sue violente minacce.
Ma fra la domanda del Cancelliere e quello che egli, pur invaso da tristi presentimenti, immaginava, correva un abisso. Avea creduto a disordini, e il Magistrato gli toccava di un delitto, e di un delitto di sangue.
Forse la domanda non concerneva lui direttamente, era un mezzo per arrivare ad altro; ma non osava pensare dove mirasse il suo collega.
Il Cancelliere avea ripreso l'aspetto grave, solenne, impassibile, che contraggono quasi come abitudine nell'esercizio della dolorosa loro professione gli uomini che ogni giorno si adoperano a ricercare nel cuore umano quanto vi ha di pi riposto, a strappargli i pi tristi segreti.
Il conte Torsinghi rispose quasi balbettando:
Ho udito appena parlare, e senza badarvi, di questi delitti... Voi sapete, continu con voce lenta, quasi gli costasse gran fatica di fare quella confessione, i dolori che io ho nella mia famiglia... Ieri dopo una scena di collera con mia moglie ho deciso che tutti dovessimo partire stamani per la campagna... Non avevo la testa ad altro...
Il Cancelliere riprese, cauto, come se volesse rendersi conto di ogni parola, prima di proferirla, e gi sentisse quale effetto potesse avere ogni parola troppo recisa e arrischiata:
Mio caro Giorgio, ho da farvi per dovere del mio ministero, una grave comunicazione.
Il conte Torsinghi fece un gesto di uomo disperato, all'estremo della costernazione.
Parliamo con calma, proseguiva il Cancelliere, per vedere fra noi il meglio che sia da fare... Non vi lasciate dominare dalla passione, Giorgio, serbate tutta la vostra chiarezza di mente... In me vi parla pi l'amico che il Magistrato... Forse noi possiamo concordi attenuare le conseguenze di fatti spaventosi.
Il vecchio conte Torsinghi dette di nuovo in uno scoppio di pianto.
Le braccia puntellate sul banco del Magistrato, le mani fra i suoi capelli bianchi, egli singhiozzava, come se fosse allo stremo di forze, credesse perduto ogni riparo:
Sono disonorato!... Disonorato!... Alla mia et!
Coraggio, Giorgio, coraggio!... Il tempo urge, il segreto  per ora saputo soltanto da persone fidate...
Parlate pure! soggiunse dopo breve silenzio l'antico Magistrato. Vi prometto di non interrompervi.
Un uomo e una donna sono stati uccisi la notte scorsa, barbaramente trucidati... Forse nell'ora stessa in cui parliamo, il delitto non era compiuto in tutti i suoi particolari.
Stette un po' sospeso, e seguit:
Le indagini fatte per la preparatoria inquisizione contro gli assassini, i costituti di persone fededegne, serii indizi pesano gravemente contro una fantesca al vostro servizio...
Il conte Torsinghi respir.
E contro una persona anche pi ragguardevole...
E questa persona? domand l'antico Magistrato della Consulta, alzandosi in piedi, e fingendo una tranquillit d'animo, che non aveva...
 vostra moglie!
Il robusto ottuagenario fu colto da un tremito e ripiomb sulla sedia, senza far motto.
L'uomo che non avea avuto per legge della sua vita altro che l'onore, l'uomo che, in giovent, e anche nella virilit, piuttosto libertino e bollente di passioni, era stato rigido osservatore di quelle massime in cui i gentiluomini racchiudono il pi alto concetto dell'onore, aveva ricevuto in tale momento un colpo, da cui non doveva mai guarire.
Il Giudice Inquirente si alz, si accost al collega, che pareva stesse per cadere dalla sedia.
Egli credette subito ad una sincope, o ad una paralisi.
Giorgio! Giorgio! chiamava il Cancelliere, chinato amorevolmente sul vecchio signore.
Egli fece uno sforzo per raccogliere, concentrare la sua intelligenza che stava per ismarrirsi, e con un energico, supremo atto di volont riusc a domare l'angoscia che l'opprimeva.
Oh... non  momento, mormor, in cui si possa soffrire... Bisogna operare... Spiegatemi tutto questo mistero infernale... Avr il coraggio necessario per ascoltarvi.
E stringeva le mani dell'amico.
Mi sento soffocare! esclam.
Il Cancelliere gli porse un bicchiere pieno d'acqua che egli trangugi con avidit. Gi cominciava a serpeggiargli nel sangue l'ardore della febbre.
Dunque dimmi tutto, e usciamo presto da questa agonia...
E il conte Torsinghi, dopo queste sue parole, si acconci in guisa come se volesse denotare che nessuna rivelazione, per quanto penosa, ormai l'avrebbe pi scosso, che era apparecchiato a sostenere tutte le torture e i pi acerbi dolori.
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CAPITOLO 6.
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Un orologio che era nelle stanze della Rota suonava le cinque del mattino.
Il lume a moderatore gettava una luce rossastra sul banco del Cancelliere: un'ampia ventola facea tale riparo alla fiaccola che i volti dei due magistrati restavano nell'ombra.
Non giungevano nella stanza altri rumori che quello del passo di Lucertolo, che andava su e gi pel corridoio, tutto pensoso, e mulinando fra s qualche cosa di grosso.
L'antica amicizia, che gi collegava i due magistrati, in quel momento si era ringagliardita; il conte Torsinghi apriva il suo cuore all'amico, che solo potea versarvi ogni consolazione; nell'altro la piet di un caso orrendo centuplicava l'affetto verso l'uomo buono, stimato, che senza colpa, doveva patire s aspro martirio.
Per fra loro era di tratto sopravvenuta una confidenza, una famigliarit, che sino allora la disparit degli anni e del grado avea temperato.
Il conte Torsinghi, seduto dirimpetto al Cancelliere, si tenea con le braccia appoggiate all'orlo del banco, il collo allungato, quasi non volesse perder sillaba di ci che stava per dirgli il suo collega.
Il Cancelliere in quel momento leggeva alcuni foglietti e parea li ordinasse, li disponesse innanzi a s con molto studio.
Dopo un poco alz la testa, e figgendo lo sguardo nel volto dell'amico:
Dunque, gli disse, tu mi prometti ascoltarmi con pazienza e con coraggio?
Il conte Torsinghi accenn di s.
Tu devi immaginare per pochi momenti che non si tratti di te... far forza al tuo cuore... esaminare il caso, come se tu vi fossi a dirittura estraneo e chiamato soltanto a darvi un parere.
Il Magistrato ottuagenario ripens al tempo, gi ormai trascorso da oltre cinquanta anni, quando egli era entrato nella cancelleria come attuario, e ricordava aver seduto pi tardi sulla stessa poltrona ove era seduto il Cancelliere interrogando egli i sottoposti ad inquisizione con una destrezza, una passione indomabile.
Non avea mai avuto verso alcuno, rigido nel fare a tutti giustizia, quella misericordia la quale non avrebbe preveduto sarebbe stato al punto d'invocare s ardentemente per s!
Io ti spiegher, rispose il Cancelliere, come si abbiano i pi seri motivi per ritenere che persone della tua famiglia si siano intromesse nei delitti di sangue avvenuti la notte scorsa...
Parla! Parla! disse il conte Torsinghi con l'accento di un moribondo, che raccoglie gli spiriti che gli rimangono per proferire un'ultima parola di affetto, dar l'ultimo addio alla vita.
Le note che ho qui dinanzi sono scritte da me, continu il Cancelliere, a dettatura di due onesti e bravissimi agenti di polizia. Io debbo cominciare dal farti domande come se tu fossi uno dei delinquenti...
Fa' il tuo dovere! disse l'altro che si struggeva di crepacuore.
Circa diciott'anni orsono, nell'estate del 1818, o gi di l, tu eri in viaggio negli Stati Pontificii.
S.
Un giorno ti sei fermato in mezzo alla campagna... in una campagna deserta... e poco coltivata... Uno dei cavalli della tua carrozza si era storpiato... Non potevi andare innanzi... Ti trovavi lontano da luoghi abitati... Ti passarono dinanzi due donne giovani, belle, una di esse bellissima... Il tuo cocchiere si accost loro, richiedendole se sapessero che vi fosse un luogo non molto remoto da quello dove ti trovavi, nel quale poter ricevere albergo, nutrimento e dar riposo ai cavalli... Le donne risposero che la loro madre teneva una grande osteria e albergo, a circa un mezzo miglio di distanza...
Il dolore del conte Torsinghi si attutiva dominato da un nuovo, acutissimo sentimento: la curiosit di saper come, in s breve tratto, poich il Cancelliere non aveva potuto prevedere il delitto, n che vi fossero compromesse persone della famiglia Torsinghi, egli e la polizia avesser potuto raccorre particolari s esatti su avvenimenti gi compiutisi da tanti anni.
Tu arrivasti, poco dopo, all'osteria e albergo detto la Lupa, che era in un gran castellaccio diroccato, isolato in mezzo ad una landa aridissima... La mattina appresso tu non potesti partire... eri ammalato... Capitavano in quel luogo gente d'ogni risma, vetturali, mercanti, avventurieri, qualche signore, come te, costretto da impreveduto accidente a fermarsi in viaggio... Il locale era tenuto da una donna grossa e grassa, di aspetto bieco, che avea due figliuole... Essa avea menato vita sregolatissima e avea tirato le figliuole, in ispecie la maggiore, all'esempio delle sue dissolutezze... Il nome di Lupa era venuto a quel luogo dalla padrona, ed essa lo avea meritato per il pessimo costume, le abitudini infami...
Il conte Torsinghi si era coperto gli occhi con una mano, e sembrava non potesse resistere a quei tristi ricordi.
Si raccontano storie crudeli di quella donna... Arrivata a una certa et, sempre ingolfata nelle male pratiche, nei vizi pi sordidi e abbietti, avea perfino disputato gl'innamorati alle figliuole; due volte sono stati trovati uomini uccisi nelle rovine del castello: tutto fu sempre appianato perch si accennava a risse, avvenute la notte tra gente ubbriaca; testimoni turpi deponevano il falso; ma si sa che gli omicidi avevano origine nelle tresche della Lupa, nelle feroci gelosie da essa eccitate.
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CAPITOLO 7.
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Il Cancelliere avea messo da banda alcuni foglietti e ne tolse altri, accomodandoli dinanzi a s.
Dunque tu ti ammalasti nel castello della Lupa... Incontanente presero di te gran cura: le due ragazze ti erano sempre attorno... Paola, la minore di esse, ti piacque... Tu ci conversavi, ella ti lusingava. Gi vecchio... e, lasciamelo dire... libertino, tu cadesti presto nella ragna... A circa sessant'anni  facile innamorarsi di una donna sullo sboccio, con un volto bellissimo... e il resto, perch la ragazza era venuta su come un gran fiore, nutricata a quella libera aria de' campi, colorita, vigorosa, robusta, e tutta fuoco di passioni... Per trista, come tutte le donne di quella famiglia, usata alle crapule, alle gozzoviglie, facile al bere, alle dissolutezze, alle intemperanze d'ogni maniera... Ma tu, ne' tuoi viaggetti, bench vecchio peccatore impenitente, cercavi d'amorazzi... E fosti presto imbertonito... concedimi la parola... di quella ragazzona cos sgherra...
Il conte Torsinghi ascoltava impassibile: i ricordi, che il Magistrato inquirente andava ridestando, attiravano tutta la sua attenzione.
La memoria di certi fatti poteva pi sul suo cuore in tal momento che la commozione suscitatavi dalla notizia del delitto e delle gravi conseguenze, che avrebbe avuto per lui.
Erano passati sette giorni dal tuo arrivo nell'albergo della Lupa... Cominciavi a riaverti dalla tua indisposizione... ma eri sempre debole, accasciato... Una mattina, per tempissimo, persona a te affezionata ud un dialogo nel giardino sotto la finestra di una cameruccia... Socchiuse con precauzione la finestra e vide la Lupa che parlava sotto un pergolato con un uomo dal ceffo sinistro.
Sicuro, che  un gran signore!... diceva la Lupa, e ha con s molti valori... -.
E l'altro allora fece un gesto, come a indicare che con un colpo di pugnale si sarebbe sbarazzato di te.
No... no... rispondeva la donna a quell'atto feroce, io ci ho un miglior partito... ho il cervello pi a posto di te... Mi sono accorta che il vecchio... figurati...  innamorato di Paola... Bisogna fargliela sposare, magari minacciandolo col coltello alla gola, facendogli una paura dannata -.
L'uomo fece un cipiglio sempre pi stravolto in segno del suo mal talento, e con un gesto da forsennato fece avveduta la donna ch'egli era apparecchiato a tutto.
Poi, non sapendosi scorti, e osservati, i due tristi amanti si accostarono l'uno all'altro... si allontanarono un poco, la persona, che li tenea d'occhio, a un tratto li perdette di vista, e uscita pi tardi nel giardino, andando alla ventura sotto il pergolato, trov verso il muro tutta l'erba acciaccata, calpesta, e un fisci di donna gettato sopra un mucchio di sassi... Su quei sassi erano anche alcune forcine da capelli...
Il conte Torsinghi strabiliava.
Donde il Magistrato aveva potuto attingere particolari cos precisi e abbondanti?
Mi rincresce, Giorgio, dovervi ripeter cose, che paion menomare la dignit del vostro carattere! torn a dire il Magistrato, dismesso di nuovo il fare confidenziale, e ripigliando la gravit che gli conferivano la sua condizione di Giudice Inquirente, e i casi di non poco rilievo che trattava. Ma io sono obbligato a palesarvi tutta la verit e non attenuarla.
Il conte Torsinghi accenn che parlasse senza ritegno. Ardeva di saper sin dove giungessero le informazioni della giustizia: risoluto di porgere egli stesso quelle che le mancassero.
Era l'ora solenne delle confessioni, delle confidenze, del rinnovarsi di aspri dolori.
L'alto Magistrato della Consulta presentiva che egli sarebbe uscito da quella stanza per compiere l'atto pi decisivo della sua vita.
Il Giudice, che gli sedeva dirimpetto e in cui bala stavan le sorti del processo, era l'arbitro del suo onore, del suo riposo, dell'avvenire, della felicit della sua figliuola.
Che sarebbe accaduto di Lucia, se fossero conosciute, divulgate le notizie delle nefandezze di sua madre? Ma ormai egli era fermo che ad ogni caso questo danno per la fanciulla innocente non dovesse effettuarsi.
S, vi devo dir cosa, che vi meraviglier ci sia nota... E ve la dir con parole di un testimone oculare...
Il Cancelliere trasse da una cassetta, ove era diligentemente ravvolto un quaderno di fogli.
Si dette a scartabellarlo, gettando gli occhi qua e l su alcune pagine e paragonandole coi foglietti da lui scritti.
Sebbene ristabilito, continu, voi non metteste tempo in mezzo a partire... La ragazza vi adescava: lasciandovi pigliare a quella tresca, v'andava certo per l'animo che ve ne sareste sbrigato sul pi bello, come vi era incontrato pi volte in simili congiunture... Non vi occorse alla mente che da vecchi le avventure amorose costano il doppio e talvolta il triplo, poich non ci  da pagarle con l'immenso valore, che ha la moneta della giovent... Passeggiate con la ragazza... un idillio, che credevate tessere dove altri uomini aveano lasciato il sangue, la vita... Pi calmo avreste potuto scorgere nella casa dove eravate qualche cosa d'insolito, di sospettoso, di singolare: ma la passione vi accecava... Vi accecava a tal punto che una notte, quando credevate tutti dormissero, al silenzio che regnava ne' vasti corridoi e sotto le alte volte di quel grande fabbricato, voi siete uscito dalla vostra camera, e in punta di piedi, vi siete diretto alla parte opposta del castello...
Ora capisco, interruppe il conte Torsinghi, Giovanni, il mio servitore, ha parlato!...
S, a voi non ho nulla da nascondere, e dobbiamo scambievolmente esser franchi... Il vostro servitore Giovanni avea rivelato tutto ci che era accaduto in quei giorni ad un vecchio impiegato della polizia, suo amico, a Bastiano Scalistri: l'uomo che ho mandato dianzi a cercarvi...
E in che modo?
Pare che il vecchio servitore, a voi fedelissimo, temesse che un giorno voi sareste stato vittima di qualche disgrazia... Egli aveva sempre sorvegliato, finch visse, la Contessa vostra moglie, pronto ad avvisarvi, quando vedesse le cose piegare pi alla trista... Ma, sentendosi vicino a morire, preg Bastiano di scrivere sotto la sua dettatura tutto ci che egli sapeva e di servirsene all'uopo... Gi Bastiano avea avuto sentore di certi altri fatti... Guardate, in fondo a questa deposizione manoscritta  la firma del vostro vecchio servitore...
Il conte Torsinghi guard e lesse, in rozzissimo carattere, scritte, si capiva, con mano tremante, le parole: "Giovanni Blanti".
Ma non usciamo di strada! disse il Magistrato, ritirando a s il foglio...
E, dopo breve pausa:
Voi dunque, soggiunse, credendo tutti dormissero, usciste dalla vostra camera e vi avviaste in punta di piedi alla parte opposta del castello diroccato... Vi pareva ricominciare una di quelle avventure, che vi erano tanto andate a garbo nella prima giovinezza... Pian piano vi andavate accostando alla camera, dove sapevate dormiva la bella ragazza... Spingeste la porta, che forse a disegno era stata lasciata socchiusa... Entraste... Qualcuno vi aveva seguito, a vostra insaputa, pei lunghi corridoi del castello, per la terrazza scoperta, che avevate dovuto attraversare per giungere da un punto all'altro... Era il vostro servitore Giovanni, che vi spiava, pronto a difendervi, se occorresse...
Il Cancelliere alz gli occhi.
Dalla espressione, cui era composto il volto del conte Torsinghi, cap che la narrazione era esatta.
Tutto  vero!...  vero!... mormor del resto il vecchio gentiluomo.
Qui il vostro servitore racconta che ud nella camera, dove voi eravate entrato, un breve bisbigliare... Poi fu aperta la porta di una stanza attigua a quella camera... Un gran chiarore si diffuse pel corridoio... Usciron fuori dalla stanza tre uomini, coi volti coperti da fazzoletti rossi, e con loro era la Lupa... Il vostro servitore dette un grido per avvertirvi... Ma era inutile gridare... Nel castello non si trovavano quella notte altri che voi, il fedele Giovanni, la famiglia e gli amici della Lupa... non vi erano altri ospiti... Tutto era disposto con grande accorgimento... Afferrarono il servitore, lo sbalestrarono nella camera dove voi eravate, lo spinsero in un canto e un uomo gli stava addosso con un pugnale... La ragazza, veduto entrare la madre e gli altri, si rizz sul letto, si dette a singhiozzare, voi, uomo coraggioso, robusto, colto in tal condizione, non aveste forza, n volont di resistere, intenerito anche dalle lacrime, che bagnavano il volto della ragazza... Voi la credevate allora buona, innocente, ne eravate molto innamorato, n pensaste che la madre e quegli uomini mascherati vi attendevano un agguato d'accordo con lei...
Proseguite! disse il conte Torsinghi al Cancelliere, che pareva cercasse da lui una risposta.
 inutile vi ripeta le minacce a cui foste sottomesso, i finti sdegni della madre... Ma voi eravate disposto a conceder tutto... Voi firmaste un foglio nel quale facevate alla ragazza solenne promessa di sposarla... Il foglio fu firmato, come testimoni, e a vostra preghiera, dal vostro servitore, da due degli altri uomini, che si erano scoperti il volto, vistovi gi arrendevole su tutti i punti, e quasi non avessero avuto altro scopo che d'incutervi maggior spavento con quell'apparato... Uno solo di quegli uomini per era rimasto mascherato...
La mattina stessa, tre o quattr'ore dopo l'accaduto, voi vi recaste con la ragazza ad un casolare vicino.
Un prete, che pare fosse stato gi avvertito, vi aspettava sulla porta della chiesa.
Il vostro matrimonio con la ragazza fu benedetto: la religione parve santificasse un istante questo triste connubio.
Il vostro servitore Giovanni e un altr'uomo, che vi avea accompagnato, servirono anche in chiesa da testimoni.
Voi sborsaste al prete una grossa somma.
Il giorno stesso partiste dal castello, un po' vergognoso de' nuovi parenti che avevate acquistato, ma quasi lieto in compenso di aver menato in sposa quella bella, ammaliante ragazza, che immaginavate vi avrebbe consolato del suo sorriso e delle sue cure... E vi comprendo Giorgio, esclamava il Cancelliere, cui batteva in petto un fervido cuore, non ostante che si studiasse acquetarlo nella rigidit della sua professione, vi comprendo: il sogno, la felicit di noi vecchi  di poter scaldarci al bel sole della giovinezza!...
Insomma, disse il Magistrato a modo di conclusione, ecco come la giovane Paola Melco divenne contessa Torsinghi...
Se il vostro cavallo non si fosse azzoppato, non avesse trovato un sasso, un ostacolo sulla strada, se aveste potuto procedere una o due ore innanzi nel vostro viaggio, le catastrofi, che ci tengono qui uniti, perplessi, non sarebbero accadute.
Vedete da che cosa dipendono talvolta i destini di un uomo!
Ma colui che non si scopr il volto come gli altri due e rimase mascherato nella camera, chi era? domand ansioso il conte Torsinghi.
L'uomo, che non si tolse dal volto il fazzoletto, era...
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CAPITOLO 8.
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Il Cancelliere stette in forse se gli convenisse andar oltre. Ma il Conte lo scongiurava.
Era, ripigli il Magistrato, un impiegato nella polizia toscana... che faceva un giro negli Stati Pontificii, dove aveva ricevuto incarico di compiere un ufficio delicatissimo... Era Olinto Ferriani... oggi commissario di Santa Croce!
Il conte Torsinghi dette uno scatto sulla sedia.
Quella rivelazione lo fulminava. Il commissario Ferriani, che egli conosceva e stimava, era fra coloro che avevano dato mano a tradirlo: era uno dei complici della Lupa! Non gli sarebbe mai venuto in pensiero.
Voi non conoscevate allora il Ferriani, continu il Magistrato, che poi proteggeste largamente, stimolato a ci da vostra moglie... Egli vi deve, in gran parte, la sua carriera, voi in gran parte dovete a lui le vostre sventure... Da non poco tempo egli bazzicava l'albergo della Lupa e se la intendeva con la ragazza Paola... Il giorno che voi arrivaste all'albergo, egli era partito; e, vistovi ingolfare nella vostra passione, la Lupa si deliber di aspettare il ritorno di lui per ammannir la scena della sorpresa... Voi, incauto, deste lor modo di poter compiere a bell'agio i cattivi disegni!
Che trama infernale!
Poche settimane dopo il vostro matrimonio, foste colto da malattia, che parve mortale: sfidato dai medici, ridotto in gravissime angustie... Tra gli spasimi della malattia, riceveste da vostra moglie la notizia che ella si credeva madre... La vostra malattia perdur varii mesi, una congestione cerebrale vi gett quasi all'estremo della vita... guariste e apprendeste che vi era nata una figliuola, ma gracilissima, e per consiglio dei medici era stata affidata a una robustissima balia campagnuola, dimorante in un casolare di montagna...
 vero!  vero!
Ora bisogna, prima di raccontarvi i fatti pi terribili, che vi esponga altri casi... La madre di vostra moglie, la Lupa, avea un tempo abitato un paesello negli Stati Pontificii. L pure essa teneva una specie di osteria e albergo, e dovette fuggirne per lo spavento che eccitava con le tristi persone che si teneva attorno, per la mala fama destata dal suo malvagio operare... In quel paesello si era riparata la famigliuola di un esiliato dalla Toscana: il capo della famiglia si chiamava Luciano Gruffoli... Il figlio, che porta il nome del padre,  stato ieri arrestato come sospetto di aver partecipato ai delitti della notte scorsa, fu chiuso in una segreta, dalla quale  scappato: e il primo suo atto, fu di recarsi al vostro palazzo, e la polizia l'ha sorpreso... nella camera di colei, che credete vostra figliuola!...
Il conte Torsinghi volle dir qualche cosa, ma la parola gli mor in bocca; tutti quei colpi ripetuti, sebbene con arte pietosa dati a poco a poco, quasi lo avevano tolto di s. Ma cercava mediante un supremo sforzo della volont, serbar l'interezza della sua mente.
Il padre di Luciano Gruffoli era pittore... Viveva de' propri lavori e di un discreto patrimonio ereditato dalla sua famiglia... Fu adescato, tirato nell'albergo della Lupa: da ci tutti i suoi mali: la ubbriachezza, il gioco con pessimi arnesi: in poco fu rovinato nella salute e rimase asciutto di denari... La povera sua moglie ebbe frequenti diverbi con la Lupa, con le figliuole, anche con quella che  vostra moglie, le preg, le scongiur, ma indarno... Di famiglia d'esiliati, tenuta in sospetto, non trov protezione, mentre la Lupa era, non solo tollerata, ma protetta... Una notte il padre di Luciano Gruffoli fu ricondotto dall'albergo della Lupa a casa in uno stato miserando... Tra gli eccessi di un'orgia era stato preso da un trabocco di sangue e, dopo poche ore, mor.
Queste donne Melco, ho gi detto, e voi stesso ormai lo sapete da un pezzo, soggiunse il Magistrato, dopo un breve silenzio, furono tutte scellerate... La loro madre veniva da una razza di malnate creature, e avea addestrato le figliuole nelle sue arti...
Il Cancelliere a un tratto si tacque.
Nel corridoi dove corrispondeva la stanza, in cui si trovavano i due magistrati, due uomini venivano correndo e avvicinandosi a Lucertolo, che stava sempre l per tener lontani gl'importuni.
Che ci ? domand l'Ufficiale della Polizia, facendo segno ai due, che si fermassero.
Bisognerebbe avvertire il Cancelliere...
Di che?...
 stato trovato nell'Arno fuori di Porta la Croce uno strumento col quale  stato di certo commesso il delitto di stanotte.
Lucertolo si trasse all'angolo estremo del corridoio, e usc per una porticina, accennando ai due che lo seguissero.
Quando fu fuori li interrog.
Dov' lo strumento?
Lo ha un uomo, che  gi nel guardiolo.
Andiamo a vederlo!
Il Cancelliere, parendogli aver udito rumore, si era alzato, e, aperta la porta, guard nel corridoio.
Non vedendo alcuno, richiuse, e torn a sedersi.
Ogni rumore, ogni pi lieve incidente, destava ormai nel Magistrato, incaricato di preparare l'inquisizione di quel processo, i pi gravi sospetti.
Temeva insidie da ogni parte.
Il conte Torsinghi non si era mosso.
Il Palazzo del Bargello era in quel momento tutto rumori. Da per tutto si bisbigliava: nelle stanze di tutti gli ufficiali e impiegati della polizia erano i lumi, si sarebbe detto che tutti fosser convenuti, sapendo che si apparecchiava qualche grande avvenimento.
Il commissario Ferriani non era pi uscito dalla sua stanza, non lontano dalla quale era appostato il fidato agente di Lucertolo, Zampa di Ferro, con ordine di sorvegliare strettamente l'ufficiale di polizia.
E ora, disse il Cancelliere, sedendosi, proseguiamo il racconto.
Cerc sui fogli che aveva dinanzi, il punto al quale era rimasto e, senz'alzar gli occhi, come se leggesse e ripetesse il senso delle parole che veniva leggendo, torn a dire:
Durante la vostra malattia, e anche dopo che foste ristabilito, la contessa Paola si  assentata pi volte da Firenze sotto colore di andar a veder la bambina, che i medici, essa diceva, non consentivano fosse tenuta in Firenze, e alla quale era necessario respirar l'aria montanina... E la contessa si riduceva infatti alla casupola, nel seno di una montagna, che abitavano i coloni Fabio e Teva Altini... Voi non pensaste mai, neppure appresso, in qual modo vostra moglie avesse cercato una balia cos lontana da Firenze... Del resto le vostre obiezioni erano prevedute... Occorreva una balia sana, fortissima, alla fanciulla tanto gracile e non se n'erano presentate altre...
E qual era il vero motivo? chiese il conte Torsinghi, trepidando.
Il vero motivo era che vostra moglie avea dovuto affidar la bambina a quei contadini, per ordine di sua madre, la Lupa... Di tratto in tratto, come v'ho accennato, facea finta di sentirsi stimolata a veder la figliuola e partiva, e andava in quel casolare di montagna dove l'aspettava, sapete chi?
Chi?
Olinto Ferriani, anch'egli intenerito per la vostra figliuola!... disse il Magistrato con studiata ironia.
Ma  impossibile! disse il vecchio gentiluomo, battendo i pugni sul banco del Cancelliere e rizzandosi in piedi.  impossibile... Tutta questa inquisizione comincia a parermi una fiaba grossolana...
No, Giorgio, ripet il Magistrato, anch'egli rizzandosi in piedi. Non  una fiaba... Voi mi avete promesso di stare tranquillo... e pensate che qui non abbiamo tempo da perdere... Dobbiamo cercare insieme, se v', un modo di riparare, ma innanzi a tutto io debbo fare il mio dovere... Non m'interrompete, dunque... Del resto, tutto quello che vi dico  confermato da documenti.
Da documenti!... balbett il conte Torsinghi, ripiombando sulla sedia.
S, riprese con forza il Magistrato, vostra moglie trovava in quel casolare il giovane impiegato nella nostra polizia, che da tempo si andava indugiando in que' paesi, cercando ogni pretesto a allungarvi la sua dimora... E posso assicurarvi che due volte vi hanno pernottato.
Il Cancelliere taceva, e guardava il suo antico collega, le cui labbra erano ora contratte da un riso convulso.
E il vecchio Magistrato della Consulta, il conte Torsinghi avea steso una mano sul banco, avea afferrato una stecca d'avorio, e la stringeva come fosse un'arme, e la percoteva sul banco con un atto nervoso.
La madre, la sorella di vostra moglie sono morte... Esse hanno portato nella tomba i loro infami segreti...  morto il vostro servitore Giovanni, che non os mai parlarvi di quello che avveniva in casa vostra, ma confid tutto prima di morire, indovinando forse le catastrofi, che sono accadute, al suo compaesano Bastiano Scalistri, il quale prestava allora servizio attivo nella polizia... Egli da quel tempo ha per suo conto fornito le indagini... Rimanevano un uomo e una donna che potevan parlare, Fabio e Teva Altini, e la loro bocca  stata chiusa per sempre!
Chi vi dice che l'uomo e la donna uccisi sieno costoro? domand il Conte.
Me lo dicono le induzioni, che io ricavo chiare da questo scritto, disse il Magistrato, toccando con la mano destra i fogli, ce lo diranno fra poche ore le risposte, che avremo dall'agente, che abbiamo mandato nel luogo dove i due infelici abitavano... Voi vedrete dove miravano gli assassini, cercando distruggere ogni mezzo di identificare l'uomo e la donna uccisi...
Per... ditemi... abbiate pazienza... se io sono incredulo... a quale scopo sarebbero stati commessi questi due orrendi omicidi? Come potete dedurre che vi abbiano avuto parte il commissario Ferriani e mia moglie?
Una notte la contessa Paola e il Ferriani erano nell'abituro dei due contadini intorno al letticciuolo della bambina, che soffriva e pareva fuori di s... Ormai doveva esser ricondotta a casa, in Firenze; ma, nata gracile, pareva desse poca speranza di vivere... I due amanti concepirono un orribile disegno.
Fermarono, se la bambina venisse a morire, di sostituirla con un'altra... Ma dove trovarla? Una parente di Fabio Altini, oggi morta, aveva in casa due bambine, una figliuola di Fabio, che aveva circa quindici mesi, l'altra di poco pi di un anno, e sorella di Luciano Gruffoli... Le tre bambine, bionde, rosee, si somigliavano tutte, come accade facilmente in quella et... La bambina che si diceva nata dal vostro matrimonio mor... La contessa Paola non ebbe requie sino a che non trov modo di surrogarla... I due tristi avevano un'idea degna di loro... Si auguravano che voi altres veniste a mancare presto di vita, in conseguenza della vostra malattia, o della tarda et; forse pensavano al modo di agevolarsi questo intento... ma consideravano che una bambina, la quale portasse il vostro nome, avrebbe assicurato pi facilmente alla Contessa la vostra pingue eredit, vi avrebbe stornato dal far lasciti ai parenti, da accordarle soltanto un usufrutto...
Fu trattato il baratto delle bambine, prima che la piccina morisse. Fabio Altini, da scaltro, disse che si sarebbe messo d'accordo con la sua parente, che avrebbero dato voce che fosse morta la bambina, figlia del pittore Luciano Gruffoli, che avrebbero di notte tempo trasportato il cadaverino dell'angioletta da una casa all'altra... e la sostituzione sarebbe stata fatta... Chiedeva una grossa somma di denaro... gli fu data... E sapete che cosa architett il contadino?
Egli and dalla sua parente e postosi d'accordo con lei, sostitu alla bambina morta, non la figliuola del pittore Gruffoli, ma la propria figliuola... ambizioso di procurare, credeva lui, quella fortuna al proprio sangue.
Viveva allora la Lupa, la madre di vostra moglie.
Costei aveva conservato documenti, che compromettevano il pittore Luciano Gruffoli e, bench morto, potevano gettare gran discredito sul suo nome... In parte questi documenti a lui estorti, in periodi di ebbrezza o di malattia, si riferivano a crediti, che la Lupa vantava contro la famiglia Gruffoli, gi caduta in misere condizioni, e minacciava di voler esigere... Sarebbe stata per loro una rovina irreparabile...
La Lupa fu a trovare la madre della bambina Gruffoli, le disse che la sua figliuolina non fosse morta... che era una menzogna per evitare un vero dolore alla contessa Paola e al conte Torsinghi, suoi congiunti... La bambina morta nel casolare di Fabio Altini era loro figliuola ... e il vecchio Conte, gi tanto malato, non si sarebbe potuto consolare di tal perdita, sarebbe peggiorato, forse senza rimedio, se avesse appreso che la creatura da lui non ancora veduta, si fosse spenta... Quindi era stata sostituita con un'altra bambina; si era annunziato che era morta la bambina Gruffoli, ma ella poteva riprendersela quando voleva: solamente far sembiante ora per qualche tempo di menar duolo sulla perdita da lei fatta... e che da tutti doveva esser creduta... poi, accogliere la bambina come se ella la adottasse, se fosse figliuola di Fabio Altini... E sopra tutto tenesse il segreto, se no guai!
La povera donna, senza aiuto, senza consiglio, sfinita di salute, paurosa di quella gentaglia, cedette...
Il Cancelliere volt in fretta alcune pagine del quaderno onde attingeva tutte quelle notizie.
A noi intanto importa rammentare come le dichiarazioni del Magistrato spiegassero le parole pronunciate da Luciano al principio di questo racconto, nel momento in cui avea tentato uccidersi, mentre nella portantina i birri lo traevano al Bargello.
Luciano gi avea in quegli istanti subodorato che la donna uccisa nella Torre degli Amieri potesse essere la Faltini... "la donna, egli aveva detto, come ricorder il lettore,  quella da cui  stata a balia la mia sorella Anna... la infelice, che io chiamo sorella..."
La madre di Luciano era morta all'improvviso, senza svelargli che Anna era davvero sua sorella.
Luciano aveva sempre inteso da sua madre che la ragazza era nata vicino al paesello negli Stati Pontificii ove era morto il pittore Gruffoli, lo sventurato padre di lui, che essa avea dovuto accoglierla a preghiera anche del marito morente, e che egli, Luciano, era tenuto ad amarla eziandio in memoria del padre, come sorella. Del resto di comune consentimento, aveano taciuto sempre di tali fatti alla ragazza, e Luciano, vissuto sempre con lei, buona, affettuosissima, l'amava appunto qual sorella.
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CAPITOLO 9.
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Il Cancelliere riprese:
Il baratto di queste bambine  l'origine dei delitti della notte scorsa: Fabio Altini e sua moglie furono vittime della loro falsit, della loro cupidigia, dei malvagi, cui avean prestato bassamente l'opera loro.
Ed ecco in qual modo.
Fabio Altini avea sorpreso molte conversazioni fra vostra moglie e il Ferriani nel suo casolare.
Vostra moglie una volta vi avea lasciato una borsa da viaggio, e nella borsa una lettera del Ferriani.
La lettera era tale che alla contessa Paola e al Ferriani sarebbe derivato grave danno, se fosse stata veduta da altri.
Il contadino la serb.
Con quella lettera in mano, con ci che avea udito, spiandoli, degli imprudenti colloqui tra la contessa Paola e il Ferriani nel suo casolare, col baratto della bambina, egli sapeva d'avere a sua posta i due colpevoli, e l'unico suo disegno fu di cavare il maggior partito che potesse da questo stato di cose.
Ma non basta: Fabio Altini sapeva anche certi infami segreti della famiglia Melco. E la Lupa in sul morire, avea raccomandato alla figliuola di tener sempre d'occhio quel contadino, di dargli denaro perch non parlasse; o altrimenti egli avrebbe potuto nuocerle nelle sue relazioni col marito, nella sua buona fama.
Questo Fabio Altini era cupidissimo. Di tratto in tratto correva a Firenze, esigeva da vostra moglie, e dal Ferriani, grosse somme, che vostra moglie ha sempre pagato...
Ora capisco, mormor il conte Torsinghi.
Ho spesso sospettato che somme vistose mancavano da uno stipo nella mia camera... specialmente nei primi anni del mio matrimonio... mancavano nei giorni stessi in cui mia moglie mi si mostrava pi carezzevole.
Ma il contadino non conosceva limiti... Il denaro avuto, non che appagarlo, lo accendeva nel desiderio di procacciarsene in maggior quantit... Quando meno se l'aspettavano i due complici se lo trovavano dinanzi, avido, implacabile, insaziabile nella sua vorace sordidezza... E ad ogni rifiuto dovevano esser minacce, e minacce terribili... Figuratevi l'effetto che tali minacce dovevano produrre sulla indole fiera, irritabilissima di vostra moglie.
Un sorriso, improntato di ferocia, balen sulle labbra del conte Torsinghi: parea godesse che qualcuno avesse gi pensato a infliggere supplizi a sua moglie e farla soffrire.
Immaginava le torture, che avea dovuto subire la donna superba in lotta con quel volgare, turpe, accanito suo complice.
Fabio Altini in questi diciassette anni ha comprato case, terreni... Ha speculato a usura su denari raggruzzolati, tormentando, spaventando vostra moglie; e a aver nuovi denari, a farsi sempre pi potente, gli era venuta una idea, che doveva render anche pi penosa la condizione dei due, che egli perseguitava... Non parendogli gi sufficiente di esser cos forte de' segreti, che sapeva, della lettera che possedeva, immagin un altro stratagemma... Venne in Firenze e vi rimase qualche tempo al solo scopo di sorvegliare il Ferriani e vostra moglie... Pensava probabilmente che la tresca fra loro doveva continuare, che non potevano sempre trovarsi in casa vostra, sebbene gi il Ferriani vi praticasse, ma dovevano aver un luogo di ritrovo... L bisognava coglierli, minacciarli, sgomentarli di nuovo. E di giorno pass lunghe ore nella botteguccia di un vinaio, da cui si vedeva la vostra casa... Di notte pure si appostava intorno casa vostra... deciso di rimanere fino a tanto che non avesse scoperto quel che si era messo in testa di scoprire... La seconda notte dacch vigilava sent rumore nella stradetta laterale al palazzo. Si avvicina... scorge un uomo tarchiato, di alta statura, che usciva da una porticina e insieme con lui un altr'uomo, anch'esso ben atticciato, ma di pi bassa statura, con una lanternetta in mano... Il contadino si mette a seguitare quei due nottambuli, ma non sapea capacitarsi chi fossero... Gli era noto chi abitava nel palazzo... l'aspetto dei due non rispondeva al vostro, n a quello di alcuno de' famigliari, che tutti sapea raffigurare alla prima... Chi erano? Li pedin... risoluto di non lasciarli, andassero in capo al mondo... Fiutava nuova occasione di lauti guadagni... I due entrarono alla fine nella cupa viuzza, detta Ardiglione. Quando furono dinanzi una porta una voce d'uomo, il quale stava l al buio, aspettandoli, li chiam... Il contadino riconobbe la voce del Ferriani... I due entrarono, la porta fu richiusa... Allora il contadino, che non sapea davvero quel che pensare, a quale scopo avvenisse il conciliabolo dei tre uomini in quel luogo s misterioso a ora tanto inoltrata, si mise a osservar con ardore... Vide un lume in una stanza terrena, poi un altro lume in una stanza al primo piano e sulla finestra, che fu a un tratto rischiarata, non essendo ben chiuse le imposte, si disegnarono due ombre.
Il contadino non staccava l'occhio dalla casa... Dopo una mezz'ora, la porta di strada fu aperta con molta cautela, leggermente, evitando di far rumore... Uno degli uomini, usciti dal vostro palazzo, quello di pi bassa statura, venne un po' innanzi, nella via, come a respirare un'aria pi pura... Dette alcuni passi e poi rincas... Ma avea lasciato la porta socchiusa... Il contadino non seppe stare alle mosse.
Entr pian piano.
A destra era una stanza in quel momento illuminata, nella quale si entrava scendendo uno scalino.
Fabio Altini sporse il capo innanzi e vide distesa sopra un sof la persona, che era uscita poco prima nella strada.
Era Giuditta, la cameriera di vostra moglie, vestita con panni da uomo.
Essa era rimasta ad aspettare la padrona in quella stanza, bevendo, pare, a tutta possa a una bottiglia che avea davanti, e finalmente era caduta addormentata.
Il contadino torn indietro, richiuse con molta cautela la porta di strada e sal su per le scale, rattenendo anche il respiro per non far rumore.
Arrivato al primo piano vide uno spiraglio di luce uscire da una porta socchiusa, di l da quella porta ud pure un mormorio di voci sommesse.
Si fece avanti, sbirci a traverso la porta e ha raccontato egli stesso in que' tempi che si trattenne, per soddisfare la maligna sua brama, a rimirare la scena che gli si parava dinanzi.
Vostra moglie e il Ferriani, non credendo, non sospettando esser veduti, l'uno in braccio dell'altro, si ripetevano i loro tremendi giuramenti d'amore... La Contessa, anch'ella vestita da uomo come Giuditta, avea gettato da s il tabarro, ed era tutta in gran disordine.
Il contadino irruppe a un tratto nella camera.
Vi fu un violentissimo diverbio: poco manc che il Ferriani non uccidesse il sopravvenuto, ma costui andava sempre munito, in continuo timore de' suoi complici, d'ogni precauzione.
Furono sborsati nuovi denari: l'odio fra vostra moglie, il Ferriani e i coniugi Altini divenne sempre pi intenso.
Giuditta, pi feroce di vostra moglie, cominci a suggerire che bisognava sbarazzarsi de' due contadini, la cui indiscrezione un giorno o l'altro avrebbe mandato a male tutti i sacrifizi sostenuti, e li avrebbe senza riparo compromessi.
A tali suggestioni si raffocava nell'animo di vostra moglie la fierezza di costumi, che derivava da sua madre e che da lei avea veduto metter in pratica.
E la Contessa stimolava il Ferriani, animo tristo, ma debole, e a cui la paura, il fascino che su di esso esercitava vostra moglie persuasero il delitto, e la smania, la speranza di poter tutto celare indussero a consumarlo con particolari di inaudita ferocia.
Le cose, che io vi ho detto, risultano dunque dalla deposizione che lasci scritta il vostro servitore Giovanni, dalle indagini che Bastiano Scalistri, ex-agente di polizia, prosegu per suo conto, da certi discorsi che avea fatto Teva Altini, da appunti che il commissario Domenico Arganti andava da anni raccogliendo sulla vita del Ferriani, geloso del suo rivale.
Il commissario Arganti sapeva tante cose, e in tal ordine, contro il suo collega, che, poche ore dopo aver avuto notizia della perpetrazione dei due delitti ne attribuiva a lui con sicurezza le origini.
E infatti tutti gli strattagemmi, praticati, sebbene non sieno ancora decorse ventiquattr'ore dal momento in cui i due assassinii furon consumati, l'audacia di alcuni di questi stratagemmi, provavano che i delinquenti, per lo meno, disponevano di grandi appoggi, e che la mano della polizia, come fu subito sospettato, caso raro, ma non nuovo, aveva avuto parte attiva nel delitto!...
Il Cancelliere espose al conte Torsinghi gli indizii, che si erano andati accumulando in quelle ore di febbrili ricerche.
Non sappiamo minutamente, ma ci  facile immaginare con quali pretesti i due contadini sieno stati tirati nelle stanzette della Torre degli Amieri, poi disgiunti, l'uomo colto in un agguato fuor di Porta la Croce, la donna sorpresa sola nel misero appartamento...
Alla fine il Magistrato si tacque.
Vi ho detto tutto, disse il Cancelliere, interrompendo il non breve silenzio. Il tempo incalza: bisogna prendere una decisione. Fate forza a voi stesso; ora pi che pensare  urgente operare. Qual  il vostro consiglio?
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CAPITOLO 10.
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Lucertolo era inquieto perch desiderava abboccarsi subito col Magistrato, il quale gli sembrava mandasse troppo in lungo il colloquio col conte Torsinghi.
L'ufficiale della polizia, sceso a verificare qual fosse lo strumento ritrovato poche ore innanzi nell'Arno, si era accorto, dopo un breve esame, che lo strumento era uno di quei grandi coltelli, ritorti, a mezza luna, che i conciaioli adoperano a scarnare le pelli: arnesi taglientissimi, e che possono riuscire, adoperati a scopo di delitti, micidialissimi.
A Lucertolo fu subito chiaro che con quello strumento era stata spiccata dal busto la testa dell'uomo, raccolta presso il greto: che una mano poderosa, avvezza a trattare quel ferro sopra le pelli distese sui cavalletti, avea con forza quasi incredibile compiuto lo scempio.
Anche da tale indizio, aveva pensato Lucertolo, ricavo che l'assassino non pu essere stato altri che il Gigante!
E mand nella viuzza: e, fatte ricerche nella concia dove il Gigante lavorava, non si trov pi il suo scarnatoio.
Dunque su questo rispetto non ci eran pi dubbi, e bisognava pensare a far subito arrestare il terribile popolano.
Ma come attenersi a questo mezzo dopo certe parole, che gli aveva detto Bastiano, il migliore de' suoi amici, il suo pi efficace cooperatore, Bastiano al quale ormai egli doveva in massima parte il buon successo dell'impresa, e che ritraendosi a tempo, come la sua modestia e la sua bont per Lucertolo gli suggerivano, porgeva a lui modo di coprirsi di gloria? E Lucertolo avea capito ancor pi di quello che l'amico gli aveva detto, tornando colla memoria su certi casi ormai lontani.
N con Bastiano poteva consigliarsi, poich egli si trovava lontano per il grave motivo che diremo.
Lucertolo non aveva voluto uscire dal Bargello, abbandonare il campo nel momento in cui ferveva la battaglia.
Ma, nel conferire col Capo della Polizia, cui aveva succintamente, ma per disteso, raccontato i fatti di quella notte, toccandogli con destrezza dei sospetti contro il Ferriani, era stato sopprapreso da un'idea.
Facciamo, avea detto all'Ispettore, una perquisizione in casa del Ferriani... Egli  qui, aggiungeva Lucertolo,  sorvegliato: se tenta di muoversi, ella pu farlo chiamare, trattenerlo con un pretesto, se pure non si debba ormai procedere francamente contro di lui!...
Una gioia mal contenuta brillava nel volto di Lucertolo: egli sciupava con quella baldanza l'insperato, ma da tanto tempo anelato trionfo sul suo rivale.
L'idea della perquisizione in sul momento parve all'Ispettore una di quelle idee ardite, delle quali erano spesso formati i disegni del celebre poliziotto.
Ma il Capo della Polizia serbava tuttora per il Ferriani una certa deferenza, comech egli pure, gi adoperatosi nel difenderlo, fosse ormai convinto della reit di lui.
Sent che, respingendo la idea di Lucertolo, forse sarebbe incorso in una grave taccia, non potendosi prevedere le conseguenze che avrebbe l'esitare, mentre si scorgeva che i colpevoli, e i loro complici, di ora in ora andavano architettando i pi pericolosi strattagemmi.
L'Ispettore pens di cavarsela con un mezzo termine.
Faccia lei, rispose, signor Commissario!... Non sono a lei affidate le indagini in questo tristissimo affare? Ella operi come vuole, poich ella solo dovr rispondere di ci che accada.
Gli uomini addetti alla polizia hanno fra loro un linguaggio di reticenze, di una discrezione condotta al sommo: ciascuno di loro diffida, in generale, dell'altro: teme a ogni istante che gli sia apprestato un tranello, ha paura di mettere il piede in fallo: vanno quindi ritenutissimi, e si comprendono a meraviglia pi non dicendo, che dicendo qualche cosa.
Allorch sono buoni, bench spartiti da screzii, inimicati da gelosie, sono concordi nel tirare ad un segno: cio nella guerra ai delinquenti, cui li stimola e li inspira il forte sentimento del proprio dovere.
Lucertolo parl con Bastiano, e dette a lui il carico di fare la perquisizione, insieme con un agente fidatissimo.
Sapeva Lucertolo come egli potesse ripromettersi ottimo successo della impresa dalla sagacia del suo antico collega: e gli consegn il mazzo di chiavi, di grimaldelli, di cui egli si era gi servito la mattina innanzi per entrare nel quartierino della Torre e che a Bastiano dovean giovare per entrare nel domicilio del Ferriani, senza far rumore.
Bastiano and.
Ma quale fu la sua sorpresa?
Giunto all'uscio della casa del Ferriani lo trov aperto.
Mise il piede innanzi, travers, seguito dall'agente, alcune stanze.
Avevano acceso una candeletta per farsi lume.
I mobili erano in disordine, i cassetti aperti: su un caminetto ci erano tuttora faville di carte bruciate.
Qualcuno li aveva preceduti!
E fu maggiore la loro meraviglia, quando a un tratto, spentosi il lume che l'agente aveva in mano, sentirono richiuder dietro di s con gran fracasso l'uscio, che dava sulle scale.
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CAPITOLO 11.
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I due poliziotti, riavutisi dallo stupore, furono subito all'uscio.
L'aprirono.
Non fu lor dato di udire alcun rumore.
Ma chi era stato in quelle stanze prima di loro?
Non un ladro, che non avrebbe avuto alcun interesse a bruciare le carte: dunque una persona pratica era entrata nella casa: e aveva fatto man bassa su tutto, come era agevole il rilevare dalla condizione in cui si vedevano i mobili: e aveva distrutto importanti documenti.
Ah! disse Bastiano, percuotendosi la fronte con una mano, quel demonio del Ferriani ce ne ha fatta di certo una delle sue... Scommetto che egli  riuscito a eludere la vigilanza,  scappato dal Bargello,  venuto qui... e chi sa ora dove si trova... Con quell'uomo l non si vince, n s'impatta! Ho paura che Lucertolo alla fine non ce ne possa... Del resto, egli  obbligato a procedere con troppi riguardi... Eh, pensava tra s Bastiano, se avessi avuto io le mani libere! Ma anche a me tocca andar con prudenza per salvare, se  possibile, quell'altro... sciagurato.
Ma la mania della sua professione lo ripigliava, attutiva in lui ogni diverso sentimento: il desiderio di operare bravamente in un affare cos intricato lo stimolava al sommo.
Si chin, stendendosi in terra, verso il caminetto.
Avanti che tutto sia bruciato, mormorava, cerchiamo fra queste carte; e forse troveremo!...
Cerc ben bene, ma nulla, che valesse, gli veniva a mano. Per, frugando nel fondo, tra i fogli gi anneriti, e volitanti, vide un involtino bruciato soltanto a met. Lo prese.
Erano tre lettere scritte su minuti fogliolini, in carattere di donna, carattere per goffo, e senza disegno: di una mano, tra le cui dita nervose e forti la penna doveva balzare, mossa con troppo vigore e con impazienza.
In quel carattere ci era l'indole infuocata, indomita, insaziabile nelle passioni, della contessa Paola.
Bastiano lesse parole, che gli davano raccapriccio.
L'idea che il Ferriani fosse stato pochi minuti prima in quell'appartamento si era ormai fitta nella sua mente.
Il Commissario non poteva aver affidato ad altri la cura di distrugger quei fogli.
Forse egli era tuttora nell'appartamento, quando i due poliziotti erano sopravvenuti, frastornandolo nella sua opera di distruzione. E forse lo avevano lasciato fuggire!
Chi sa quant'altri documenti aveva recato con s.
Bastiano si mise con ardore a rifrustare tutta la casa.
Non trov tracce, quell'uomo abilissimo in tutte le dissimulazioni, l'aveva fatte studiosamente sparire.
E Bastiano, sulle spine, ardeva di tornare al Bargello, cercare del Ferriani, temendo che davvero fosse scappato alle indagini della polizia.
Ci avrebbero fatti tutti una bella figura!
Gli era entrato nell'animo di mandar subito l'agente che l'accompagnava a dar voce al Bargello della sparizione del Ferriani, che egli supponeva, ma di restar solo in quella casa, di sobbarcarsi solo al grave atto della perquisizione, non gli partiva il cuore; e si spicciava, pur tenendo intentissimo, e aguzzando il suo occhio esercitato.
A un tratto gett un grido.
Andava carponi per la camera, camminando sul tappeto, fiutando a guisa di bracco, cercandovi le orme rimastevi per inferirne qualche cosa a pro' delle sue indagini.
Vedi, vedi, esclamava, parlando all'altro agente, l'uomo che  stato qui era solo: e aveva gran fretta, correva facendo le cose sue... si  fermato qui e qui... dove ha disfatti i cassetti, portato via la roba...
Il grido, in cui aveva dato, era stato per provocato da altra cagione.
Nell'angolo di uno stanzino, attiguo alla camera, avea veduto, o gli era parso di vedere, una macchiuzza di sangue su certi abiti, che erano attaccati ad una specie di cappellinaio, e coperti da altri abiti.
Li prese a uno a uno pian piano e mise le mani su un paio di pantaloni con una macchia di sangue da un lato, che certamente il Ferriani non aveva veduta: altrimenti avrebbe cercato di torla via.
Questa macchia, disse Bastiano al compagno, dopo che l'ebbe ben bene osservata, sai tu come  stata fatta?... Vedi,  sul lato destro...  stata fatta da colui, che, scendendo le scale della Torre degli Amieri portava in un involto di tela chiusi gli avanzi della povera donna... la tela, a grossi cordiglioni, che ha macchiato il muro delle scale, ha lasciato la sua impronta anche su questa stoffa... La mano dell'assassino tremava!... Vedi per quante precauzioni sono state messe in opera... Tutti gli altri vestiti, che potevano recare tracce compromettenti, sono scomparsi; o l'assassino si  tolto le vesti, mentre consumava il delitto e le vesti macchiate furon da lui sepolte con gli avanzi della vittima chi sa dove... Poi  tornato qui ravvolto nel tabarro e con questi pantaloni, che egli non credeva insanguinati...
Ma andiamo... andiamo!... In questi foglietti, mezzo bruciati, ci  gi del resto la prova del delitto.
Richiusero la casa, e via difilati al Bargello.
Appena arrivato, Bastiano and in cerca di Lucertolo.
Sai, gli disse il vecchio poliziotto, trafelato, non prima l'ebbe scorto, ho paura che il Ferriani ce l'abbia fatta... che sia fuggito...
Fuggito?... Fuggito di qui... dal Bargello... mentre  sorvegliato da tutta la polizia?...
Eh... non conosci quell'uomo!...
Salirono, e trovarono Zampa di Ferro, che andava su e gi davanti la porta, che metteva alla stanza del Commissario.
Il Commissario? domand Lucertolo.
 qui nella sua stanza, rispose Zampa di Ferro.
Lucertolo e Bastiano entrarono.
Un uomo era seduto ad un banco, col capo chinato, come se leggesse, e seduto in guisa che chi entrava ne vedeva soltanto le spalle.
Il lume era disposto in maniera, che, rischiarando il banco, lasciava nell'ombra il corpo di colui che leggeva.
I due poliziotti si avvicinarono; ma lo studioso non alz il capo: sembrava anzi pi assorto nella lettura.
Lucertolo, che gi avea capito la ragia, afferatolo per le spalle, lo tir indietro, ed egli e il compagno si accorsero che avevano dinanzi altro che il commissario Ferriani.
Un'altra frode: un'altra sparizione!
Ma in che modo questa sparizione si era compita?
Qualcuno dev'essere entrato qui... poi deve aver fatto sembiante di uscire... ed  rimasto, disse Lucertolo.
E apr la porta, trov Zampa di Ferro, che avea colto a frullo certe esclamazioni di meraviglia, tutto allibito.
Pi di un'ora fa, mormor Zampa di Ferro,  venuto qui un uomo... ha detto di essere un servo del Commissario e di voler parlargli... L'ho fatto passare... poich non mi era stato dato consegna di rimandare chi si presentasse... e un quarto d'ora dopo  uscito... lo stesso uomo, almeno pareva, con lo stesso tabarro indosso, color cenere, lo stesso cappello, statura eguale... Aveva il volto coperto dal bavero e andava via come una saetta...
Costui era un complice, ripet Lucertolo. Si sono barattati i panni, ed ecco come l'altro... pigliando certo da una uscita segreta... si  messo in salvo, fuori del Bargello... E tu hai trovato segni, aggiunse rivolto a Bastiano, che avea fatto capo in casa sua... Forse n' fuggito nel momento che sei arrivato tu...
Interrogarono l'uomo, trovato nella stanza del Commissario; ma egli s'infingeva impaurito, e di scarso cervello e dava risposte sbardellate, e in vista si mostrava tutto scombussolato per le domande che gli erano mosse.
Lucertolo comprese che costui era tal furbo che avrebbe ballato su' pettini da lino. Si chiar per che stava per servitore in casa del Ferriani, che venuto al Bargello forse senz'altro disegno che di cercare il padrone, questi, che a un tratto avea scorto come i sospetti pi gravi si addensassero su lui, avea giudicato buono usar del destro che gli si offriva, procacciando il suo scampo.
L'uomo fu messo in custodia.
Poco appresso nella stanza del Cancelliere erano congregati insieme con l'ispettore di polizia Lucertolo, Bastiano Scalistri, altri vecchi ufficiali.
Ormai di que' fatti si discorreva in palese, gli addetti alla polizia, indignatissimi per l'accaduto, gi studiavano nel loro segreto il modo di coprire uno scandalo, che sarebbe tornato in tanto disdoro della istituzione.
Del resto, sia detto qui per intramessa, tutte le polizie ebbero vezzo di voler risparmiare quelli che tra loro incappassero in qualche atto, fosse pur nefando: e corse fin la massima che la polizia  qual la moglie di Cesare e non vuol essere sospettata: ma non si vantaggiarono di queste inopportune clemenze.
Ch anzi quell'antica e vigorosa polizia toscana, per aver comportato chi la reggeva sbrigliasse a licenze, tanto trascese in esse, che alla fine piomb in un gran tracollo.
Bastiano dette ragguaglio della visita da lui fatta nella casa del Ferriani: Lucertolo espose tutti i nuovi particolari, pertinenti ai due delitti, che aveva adunati.
Mancavano sempre due ore al far del giorno, e in grazia di espertissimi agenti, la polizia con un lavoro febbrile avea saputo nelle tenebre di quella notte raccoglier tanta luce su delitti, che sembravano cos intricati e misteriosi.
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CAPITOLO 12.
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Il conte Torsinghi avea preso commiato dal Cancelliere, domandandogli per somma grazia di poter ridursi a casa a parlare con la moglie, prima che essi deliberassero insieme sul da farsi.
Il Cancelliere gli aveva accordato appena mezz'ora di tempo.
Vedrete, soggiungeva, che bisogner procedere all'interrogatorio della Contessa... Comprendete le conseguenze di una dilazione, troppo lunga... Voi conoscete le dure necessit che il dovere prescrive ad un magistrato...
Io non vi storner dal vostro dovere! rispose con voce cupa il conte Torsinghi. Io stesso debbo esser giudice di mia moglie in questo momento... Vi ho detto che essa aveva voluto mostrarmi stamani certe lettere, farmi certe rivelazioni...  opportuno l'udirla prima di spaventarla con gli apparati di un interrogatorio legale...
Il Cancelliere aveva consentito, ma si proponeva di mandar Lucertolo dietro al conte Torsinghi per impedire che egli, in un accesso di collera, compiesse qualche atto di grande violenza, o non cercasse (poich anche di questo era entrato sospetto nell'animo del Magistrato) sottrarre alla giustizia la donna tanto colpevole, inducendola per onore del nome a suicidarsi, o agevolandole una fuga.
Appena Lucertolo ebbe detto quello che voleva, il Cancelliere lo trasse in disparte e gli dette le opportune istruzioni.
Subito l'ufficiale di polizia usc e non gli fu difficile raggiungere il conte Torsinghi.
Il Conte camminava con passo mal fermo.
Ripensava a tutte le vicende del suo matrimonio con Paola Melco: agli inganni, alle tristissime arti, alle quali si era lasciato pigliare; in parte, egli aveva appreso quelle tristezze, dopo il suo matrimonio, ora che ogni velo era squarciato vedeva pi netto le mostruose aberrazioni, in cui pu esser tirato dal libertinaggio un vecchio della sua et.
Ma l'espiazione gli sembrava gi troppo grande!
Tutta una vita di onori, di onest, di scrupolosa illibatezza, contaminata: l'ombra gettata sul nome di una famiglia, che aveva percorso i secoli glorioso, incontaminato!
Egli non aveva pi voluto vedere, dopo un anno dal suo matrimonio, n la Lupa, n le sorelle della moglie. Quella famiglia si era andata spengendo, le donne erano morte a una a una, e egli lo aveva saputo da certe smanie feroci della moglie: con la quale, bench vivessero sotto il medesimo tetto, da molti e molti anni si parlavano di rado, n si vedevano che nelle ore della colazione e del pranzo, sotto gli occhi dei servitori.
Si avvicinava ora al suo palazzo con truci disegni, deliberato a vendicare con un sol colpo tutte le ingiurie che aveva ricevuto.
E si preparava ad una scena terribile.
Non lo ratteneva pi neppure il pensiero di Lucia, dacch sapeva costei figlia del contadino ucciso.
In tal guisa, a lui, ottuagenario, abbeverato di dolori, veniva a mancare ogni consolazione, ogni tenerezza, e si trovava sempre pi solo nel mondo.
Ma di repente fu preso da un nuovo sentimento.
La divina legge di Cristo gli parlava all'animo: quella legge, che s'informa ed inspira al pi alto e soave degli amori: si ridestavano in lui le grandi idee di cristiano.
Se, ragionava, mentre tutti accusavano, perseguitavano quella donna, in cui la trista educazione dovea almeno pesar quanto la colpa, egli le avesse perdonato?
Due grosse lacrime gli rigaron le guance.
E in uno slancio sublime, nel sacrifizio dell'orgoglio, che gli suggeriva, come prezzo al ricambio d'ineffabili consolazioni, la sua religione, si vedeva protettore di un essere che tutti avrebbero aborrito, che egli forse poteva riuscire ad emendare.
E si riduceva alla memoria i giorni primi in cui l'aveva conosciuta, amata, splendente di una vegeta bellezza, e quelle prime, indicibili foghe della passione, che nessuno dimentica. E in segreto gi si rimproverava certe soverchie durezze, la rigidit implacabile che avea osservato verso la moglie,dacch avea avuto sentore delle sue strane vicende, delle condizioni della sua pessima famiglia.
Ah, se egli le avesse perdonato gi a un tempo, se avesse attutito i suoi risentimenti! Quel grande cristiano cos s'innalzava, in bala a quella commozione, che la pi pietosa delle religioni pu sola destare nell'uomo, e reso buono, anzi migliore da quella umile probit, che solo alcuni derivan da Dio, e con la consapevolezza delle proprie miserie li induce a scusare le altrui!
Ma era gi quasi dinanzi al palazzo, e come avvisava aver udito un certo rumore, si volt e scorse da lungi Lucertolo.
L'ufficiale della polizia si fece innanzi impavido, n all'antico Magistrato seppe male di vedersi cos sorvegliato in quella congiuntura.
Non gli fu arduo di comprendere che il suo antico collega lo facea vigilare!
E nella disposizione d'animo in cui si trovava, invit Lucertolo ad entrare nel palazzo con lui.
Era suo disegno di farlo assistere al dialogo, che avrebbe avuto con la moglie.
Picchi alla porta del palazzo. Un servo trasse ad aprire, tenendo in mano il lume, e poich il conte Torsinghi non facea motto, anzi avea preso di mano al servo il lume con un mal garbo, questi, senza pure proferir verbo, inchinandosi, torn fra i suoi.
Il conte Torsinghi sal con Lucertolo nelle sue stanze. Messo piede nel suo salotto dette un grido. I cassetti di alcuni mobili erano stati non soltanto aperti, ma gettati per terra: e, come nella fretta dell'uscire, egli avea lasciato sopra un tavolino della sua camera la chiave del forziere, in cui soleva tener custoditi ragguardevolissimi valori, il forziere era stato aperto e vuotato.
Corse alla camera di sua moglie: la porta era chiusa.
Buss, nessuno rispose.
Chiam i servi: nessuno di loro seppe dir altro, se non che avevano udito, quasi un'ora innanzi, nelle stanze del primo piano un certo rumore di mobili sconquassati, di passi affrettati...
Paola!... Paola!... grid il Conte accostando le labbra alla porta della camera della moglie.
Dopo alcuni secondi di silenzio, fecero concetto che bisognava dar mano ad aprir la porta di forza.
Lucertolo volle operare da s, e in pochi minuti poterono entrar nella camera.
La Contessa non ci era: la stanza tutta sossopra dinotava che essa avea atteso in gran furia a raccozzare varii oggetti.
E Giuditta? chiese il conte Torsinghi con un filo di voce.
I servitori risposero, di l a poco, che non era in casa.
Lucertolo richiuse la porta della camera e il conte Torsinghi si accasci, affranto da quell'ultimo colpo, su una poltrona.
Sua moglie, non paga di ci che ava fatto, delle angosce che gli avea cagionato, lo abbandonava, e prima di lasciar la casa, ov'egli l'aveva s liberamente accolta, lo derubava!
Ma non potea creder a quello che accadeva. Sebbene abiettissima, sua moglie non dovea esser giunta a tanto: aveva avuto di sicuro una complice: l'autrice del furto era di certo la serva Giuditta!
Lucertolo impassibile pareva studiasse il dolore del vecchio Magistrato, che teneva gli occhi fissi a terra senza batter ciglia, le mani strette alle tempie, come se il cervello gli dovesse scoppiare.
Signor Conte! disse alla fine Lucertolo, quello che accade  forse provvidenziale... Non credo che i valori scomparsi, sieno pur ragguardevoli, l'affliggeranno...
Il Magistrato ebbe un gesto di sdegno e di disgusto.
 chiaro, aggiunse Lucertolo, che a quest'ora i complici si sono ritrovati e fuggono insieme... Sono stati dati ordini severi alle guardie, che fanno il servizio di notte alle porte della citt; ma nessun ordine contro il commissario Ferriani... Sino ad ora egli non  sospettato... Nessuno si sar opposto a far passare un alto ufficiale della polizia, e le persone, che lo avranno accompagnato... Egli, del resto, accorto com', avr saputo trovare i pretesti pi fini... E non credo, per molte ragioni, che la polizia voglia disturbare i fuggitivi... Altrimenti a quest'ora sarebbero tutti nelle mie mani... Poi stamane uscir il giornale di Firenze con una notizia, che rivolger a tutt'altro segno la pubblica attenzione.
Non poterono dir altro
Udirono il fruscio di una gonnella, un passo leggero di donna.
Era Lucia.
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CAPITOLO 13.
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Ecco come erano andate le cose.
Il Gigante, dopo l'agguato teso a Bastiano e le parole avute con lui, sotto il lumicino dell'immagine, se l'era data a gambe, per ridursi alla propria casa nel momento in cui Lucertolo, calatosi dal balcone del palazzo Torsinghi, muovendo in cerca del compagno lo chiamava a voce sommessa.
Sulla porta della sua catapecchia il Gigante trov una donna che l'aspettava.
Era Giuditta.
Il Gigante avea messo un pezzo a arrivare alla sua dimora, poich, trafelato dalla corsa affannosa, dopo breve tratto, si era ristato, vistosi al sicuro da un inseguimento di Lucertolo, e avea fatto un lungo giro, procedendo molto cauto a non destare sospetti.
Ma Giuditta, uscita dal palazzo Torsinghi quando Lucertolo era tuttora nella camera di Lucia, senza che le balenasse la ben che minima idea di ci che accadeva, e mentre il Gigante era a discorso con Bastiano, uscita chetamente dalla porta principale del palazzo, ratta ratta era andata alla volta dell'abituro del Gigante, arrivandovi un poco prima di lui.
Si strinsero subito a colloquio: il Gigante dette parte alla donna di quanto gli era occorso di vedere e di quanto avea saputo: Lucertolo che avea trovato modo di infilarsi nel palazzo Torsinghi un'ora innanzi; la polizia, che era venuta in chiaro di tutto e stava in procinto di stender la mano su loro.
Mettiamoci in salvo noi, diceva il Gigante, lasciamo la tua padrona e il suo ganimede nelle peste...
Ma come vuoi che ci mettiamo in salvo? ribatteva l'altra. Le porte non sono ancora aperte... c'interrogheranno... ci manderanno indietro... ci arresteranno...
Le porte s'apriranno, tutt'al pi fra un'ora... I gabellotti sono occupati nella visita dei barrocci, che gi a quest'ora aspettano in due file, senza contare i carretti degli ortolani, i corrieri, che arrivano, e che hanno la precedenza... Passiamo da Porta alla Croce... Scendiamo verso Bella Riva, montiamo su una barca... con quattro remate siamo dall'altra banda... ci mettiamo per la campagna... Prendiamo un buon cavallo al primo stallaggio... Domani siamo al confine... Io ho gi ricevuto la met degli scudi, che mi avevan promesso.
La donna lo cav da quel pensiero.
Bisogna andar a salvar la padrona, che mi ha mandato a sentir quello che ci era di nuovo, diceva, e passeremo da casa del Commissario... forse egli  in casa...
Sei pazza! ruggiva il Gigante. A quest'ora  tenuto d'occhio, ci anderemmo a mettere in bocca ai lupi... Vieni!
E di botto salirono in casa, il Gigante leg in un fazzoletto i suoi scudi, se li mise a cintura, prese un grosso pugnale, affilatissimo, e mormor:
Via! Animo! Non ci  tempo da perdere!
Io non vengo! rispose intrepida Giuditta.
Tu verrai! proruppe il Gigante con una orrenda bestemmia.
No, no, esclamava l'altra di rimando, che non era donna da smuoversi per poco, e anch'essa profer una parola vituperosa.
Vieni, ti dico, e il Gigante la tirava per un braccio, e cacciava una mano al pugnale.
Vigliacco, vigliacco!... Contro una donna!... mormorava Giuditta.
Ebbene! riprese l'omaccione, lasciandola andare, e rimanendo a un tratto con le braccia a penzoloni, e come tutto abbiosciato. Sia fatta la tua volont! Capricci di donne!... E per un tuo capriccio passeremo la vita in galera tutt'e due, se il boia non ce l'accorcia... Ma sia fatta la tua volont!
Tornarono in strada e si posero in cammino.
Giuditta avea preso a braccetto il Gigante e andavano via di buon passo, frettolosi.
L'omaccione si lasciava menare dalla donna, senza neppur far mostra di ritrosia, come animale menato per una corda al macello.
Giuditta per aveva un disegno.
A un tratto rallentarono il passo.
Erano vicini alla casa del Ferriani.
Giuditta scorse un lume, che era mutato qua e l a ogni istante, andava e veniva dietro i vetri.
 in casa! bisbigli al Gigante.
Pur che non ci siano altri arnesi di polizia!
E il Gigante, a malgrado del suo coraggio e della sua forza, dicendo quelle parole tremava tutto.
Aspetta! Aspetta!
D'un tratto non videro pi il lume: la porta di strada della casa fece un lieve rumore...
Un uomo sbuc fuori guardingo.
Il Gigante e Giuditta non si mossero, si tenevano nell'ombra quieti, le labbra chiuse, le mani contratte per la commozione.
L'uomo si stacc dalla porta, si fece avanti, nella strada, poi, occhiati i due, bench fosser nell'ombra, non ravvisatili bene, parve pigliasse uno slancio per fuggire.
Siamo noi! disse allora Giuditta a bassa voce e appressandoglisi.
A quel noto suono di voce femminile, l'uomo torn indietro.
E il commissario Ferriani e i suoi due complici si accozzarono insieme.
In brevi parole furon di concordia sul da farsi.
Corsero al Palazzo Torsinghi: Giuditta sal sola.
Il conte Torsinghi era gi uscito. Lucia chiusa nella sua camera piangeva e pregava, tutta palpitando, e sorda ad ogni rumore, l'animo traboccante della sua passione, della fede che la invasava.
Giuditta e la Contessa furono quasi subito nella camera del Conte; vi fecer sacco di cospicui, molto cospicui valori, denari, gioielli di famiglia preziosissimi: la serva baldanzosa, insaziabile nella sua rapacit, la padrona pi rattenuta, ma anch'essa avida di partire con buona somma, e trovarono denaro a ribocco, poich fosse allora l'andazzo di tener serrate nei forzieri somme, che corrispondevano a veri patrimonii.
Cariche di preda tale che gi pesava alle loro braccia robuste, le due donne, che avevano compito quell'operazione gi tutte abbigliate, e in assetto di uscire, scesero precipitose una scaletta, che sbocca dalla parte laterale del palazzo, dove le aspettavano il Gigante e il Ferriani.
Le due donne non aveano avuto freno nel dar d'unghie su quanto di prezioso era lor capitato alle mani, fatte sicure dal pensiero che il Conte, di cui sapevano l'indole, non le avrebbe per quel motivo neppure accusate; e, come tutti i delinquenti, nel momento in cui architettano una fuga, senza un dubbio al mondo che si fosser frapposti ostacoli al loro scampo.
La fuga fu rapidissima e condotta con singolare abilit.
Il Ferriani si present a Porta alla Croce e fu fatto passare, senza osservazioni dal portiere di guardia, tutto assonnato, che lo squadr appena, n si dette a sindacare chi lo seguisse: contento di aver ravvisato l'ufficiale della polizia.
Quando Bastiano Scalistri entrava nella casa del Ferriani per la perquisizione, costui co' suoi complici avea vogato un buon tratto dell'Arno, verso Rovezzano, il Gigante e Giuditta ai remi, facendo bracciate da disgradarne i pi pratici e destri nel mestiere.
Tutti stavano in silenzio.
Scesero presso Rovezzano, fecero in modo di aver due cavalli velocissimi attaccati ad un leggero legnetto e, andando sempre alla disperata, con una corsa vertiginosa, mutando e rimandando indietro a ogni passo i cavalli con astuti espedienti arrivarono la mattina del giorno appresso, innanzi che albeggiasse, al confine pontificio.
Pochi giorni dopo, ridotti nel minor giro di moneta possibile i valori sottratti al conte Torsinghi, le due donne e i due uomini s'imbarcavano a Cittavecchia per andare alla volta di Genova.
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CAPITOLO 14.
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Lucertolo, quando si fu accorto che Lucia si avvicinava alla camera dove egli si trovava col conte Torsinghi, disse al vecchio gentiluomo:
Io debbo lasciarla... per tornare al Bargello e dar voce di quanto abbiamo ora scoperto... Ma innanzi di uscire di qui, le chiedo il permesso di visitare tutto il palazzo minutamente, caso mai vi fosse qualcuno nascosto, o vi si trovasser tracce pertinenti al delitto.
Il Conte gli fece cenno che assentiva.
L'ufficiale della polizia, uscendo dalla camera, si scontr con Lucia, che riconosciutolo ebbe un brivido.
Per Lucertolo scambi con la fanciulla un'occhiata, che la rassicur.
Il conte Torsinghi, come vide entrar la ragazza, le corse incontro.
Ormai,  vero, sapeva che essa era la figlia dei due contadini uccisi, ma gli appariva cos gentile e vereconda, cos graziosa e delicata nella sua ingenua modestia, nella sua squisita bellezza!
E poi per opera di chi quella ragazza era rimasta orfana di padre e di madre?
Toccava a lui tenerle luogo di famiglia, farle conoscere quelle gioie, che essa avea sin allora quasi ignorate.
Se la gett al collo, prorompendo in singhiozzi: deliberato a comporre in modo le cose ch'ella non venisse mai a aver neppur sospetto delle orrende catastrofi tra le quali avea trascorsa la tenera e innocente sua prima giovinezza.
Lucia, non vedendo nella camera la Contessa, e dopo l'incontro con Lucertolo, ebbe facilmente presagio di qualche grande sventura. Esaltatissima gi per tutto quello che le era occorso nella notte; la subita apparizione di Luciano, la visita della madre, il dialogo avuto con l'ufficiale della polizia: strinse tra le sue mani la testa del vecchio conte Torsinghi, e dette in un pianto dirotto, esclamando:
O babbo!... O babbo!...
Cos stettero abbracciati per alcuni minuti.
E la mamma? domand a un tratto Lucia.
Credo che non la... rivedrai... pi, rispose il conte Torsinghi con voce interrotta.
E il vecchio e la fanciulla si abbracciaron di nuovo, e non si disse pi altro, come se gi si fosser compresi.
Chiamato un servo, il conte Torsinghi gli intim che gli ordini gi dati per la partenza si eseguissero: e che fra due ore tutto fosse in punto. La casa doveva esser chiusa, nessuno dei servi rimanere in Firenze.
Quando fu solo di nuovo con la ragazza, carezzandole il volto le mormorava, tutto commosso:
Lucia... tu sarai da ora innanzi la mia sola affezione e la mia sola consolazione: tu mi vorrai bene per questi giorni, che mi restano a morire...
O babbo! ripeteva la vaghissima e buona fanciulla, col volto tutto cosperso di lacrime, noi ci vorremo tanto bene: pi che per il passato: non ci separeremo un momento... non  vero?
No... no... non ci separeremo pi mai sino a che io non muoia!
E il vecchio appoggiava la testa a una spalla della ragazza. Le notizie, che Lucertolo recava, arrivando al Bargello, cos di primo acchito sgomentarono tutti.
La Contessa... il Ferriani, una serva di casa Torsinghi erano fuggiti.
Fu mandato a cercare del Gigante: ma anche la catapecchia ove dimorava il feroce popolano era vuota.
La polizia non potea nutrir pi dubbii: erano quelle le quattro persone, che avevano architettato il delitto, ed eran fuggite insieme.
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CAPITOLO 15.
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Nella stanza del Cancelliere della Rota Criminale convenivano, pi tardi, l'Ispettore della Polizia, lo Scrivano della Piazza, il Tenente, il commissario Arganti, l'Auditore Fiscale.
Che fare?
Che fare?
E fra loro si scambiavano occhiate, molto esprimenti, ma nessuno si risicava a dire alto quello che tutti in segreto pensavano.
Ma Lucertolo venne a cavar tutti d'imbarazzo.
Penser io, disse, a inseguire i colpevoli... Fra pochi giorni, se forse non oggi stesso, saranno nelle nostre mani!
Per quelle parole erano proferite in modo, con un certo baleno di sguardi nella fisionomia del poliziotto, con un sorriso s fine e appena percettibile che tutti gli astanti compresero che Lucertolo voleva significare:
Penser io, se quelle canaglie non hanno da s tanta destrezza, a fare in modo che nessuno le possa pi ritrovare... e lasciando che corrano a rompicollo dove vogliono, salveremo la pace, l'onore, la quiete, la felicit di tante brave persone!
Lucertolo confidava molto nell'astuzia del Ferriani; e, sapendo che i quattro avevano denari a loro posta, stava a buona speranza che in un giorno o due sarebbero tanto lontani da non poter metter loro le mani addosso.
Le comunicazioni scarse, imperfette, i confini di piccoli Stati, l'uno cos vicino all'altro, guarentivano allora molte impunit ai delinquenti.
E si avviava a casa sua dove aveva lasciato Luciano in custodia alla Lina: lieto di poter cos presto adempiere la promessa che avea fatto ai due innamorati di salvarli!
Pi di tutto lo stringeva il bisogno di rifocillarsi e di prendere riposo.
Da ventiquattr'ore Lucertolo non aveva dormito, e quasi non si era accostato cibo alla bocca.
Accommiatatosi dal Cancelliere, vispo e leggero, come era dieci o quindici anni innanzi, l'ufficiale della polizia se n'andava verso casa sua, mulinando ci che avrebbe detto a Luciano, il quale chiss con quanta ansiet doveva aspettarlo.
Sul canto della Via dei Librai trov Bastiano Scalistri che lo aspettava.
Giusto te! disse Lucertolo, prima di andare a dormire per un'ora e riacquistar forze a quello che ci resta da fare dobbiamo, aggiustare una partita fra noi... Tu sei fino, soggiunse Lucertolo, pi fino di me; per io ho trapelato che tu in questo affare non metti pi soltanto la passione, che ci muove alle ricerche, a scoprire i delinquenti... No, caro Bastiano, procedeva Lucertolo con studiata lentezza. Ti ho veduto impallidire gi due o tre volte, ho sentito che la voce ti tremava, mi hai detto certe parole... mi sono accorto che quando veniva pronunziato un certo nome tu eri turbato...
Il nome del Gigante?... S, s, con te non ho misteri... Sappi che io ho conosciuto la madre di quello sciagurato!
La Giraffa?... Ah! esclam Lucertolo, e proferendo tale esclamazione si toccava la fronte con l'estremit del dito indice della mano destra, come a dinotare che egli lasciava nella sua mente molti sottintesi. Va bene!... Ma ormai sta' tranquillo.
In che modo pensi di regolarti? domand l'altro ansioso.
I furfanti non si lasceranno cogliere... e noi non vogliamo arrivarli... Ho capito subito le disposizioni dei nostri superiori... Un assassino nelle file della polizia... Ti pare... troppo scandalo... Dunque da questo lato bisogna abbuiare... Ci  anche una ragione politica... non bisogna alimentare la esasperazione, che gi bolle contro di noi... Poi pensa ai riguardi dovuti al vecchio Magistrato, il conte Torsinghi...
Sicch?
L'affare  de' pi semplici... Fabio Altini e sua moglie abitavano in luogo remotissimo, oltre il nostro confine... Non sono sudditi del granducato... non hanno qui parenti, amici, conoscenti... Pochi li bazzicavano nel loro casolare, poich gli Altini rapaci, spilorci, avidi dei pi tristi guadagni, ebbero sempre mal nome, e tutti facevano a chi pi li sfuggiva... Fabio Altini lascia una certa sostanza, chi sar l'erede?
Il vero erede sarebbe la ragazza... Lucia... che  sua figliuola...
Oh, ma di lei non  da parlare... Il segreto  conosciuto soltanto da te, da me, dal Cancelliere, dal conte Torsinghi... Il povero Giovanni, che pur lo sapeva,  morto... Per noi  segreto d'ufficio e nessuno vorr propalarlo... Riguardo al conte Torsinghi, sii certo che egli terr sempre come sua la figliuola, n vorr che a lei vada un picciolo di questa funesta eredit, che i due disgraziati avevano accumulata del resto con denaro, in gran parte, a lui rubato, e che hanno scontato con la vita...
Dunque?
L'eredit sar raccolta da qualche poverissimo contadino, lontano parente delle vittime, che forse avr loro parlato una volta, o mai: che sar sollecito a arraffar la roba, e non si dar briga davvero di voler ricercare con molta alacrit gli assassini, che l'hanno arricchito!... Non avremo quindi forti spinte a continuare il processo...
Ma l'opinione pubblica?
La chetiamo subito... Prima di tutto stamane... ora da un momento all'altro... deve uscire la Gazzetta di Firenze, che porger un nuovo argomento alle conversazioni dei crocchi, dei caff, della gente di garbo e degli oziosi... E appresso faremo noi andar di bocca in bocca altra notizia: che cio i due uccisi erano due forestieri di mal nome, assassinati a tradimento da altri forestieri venuti qui nel giorno del mercato... e che con grandi arti, eludendo ogni indagine, hanno trovato modo di svignarsela... Pi, qua si pu metter voce che furono arrestati in qualche Stato vicino, dove avevano commesso qualche grosso reato, due famigerati malfattori e che ad essi  attribuito il duplice delitto commesso in Firenze l'altra notte...
Bastiano scuoteva il capo in segno d'approvazione: egli gi si riprometteva fra s di contribuire non poco a far s che tali voci acquistasser forza e colore di verosimili.
In casa Torsinghi si finiva di mettere tutto in ordine per la partenza.
Di tratto in tratto i servi si gettavano una parola sulla subita sparizione della Contessa: ma nessuno rinveniva un giusto motivo a cui apporla.
Il conte Torsinghi, ricuperata un po' di forza, avea scritta una lunga lettera al Cancelliere della Rota e gliela avea incontanente fatta trasmettere.
E il giovinotto, che  salito stanotte nella tua camera? domand a Lucia, mentre la ragazza era tornata a sedersi accanto a lui, e si guardavano silenziosi, con le lacrime agli occhi e da varii istanti non aveano osato parlarsi.
Luciano? rispose di slancio la ragazza, che subito dimostr come avrebbe voluto rattener quella parola, che le era sfuggita, e divenne tutta rossa nel volto.
S, Luciano! rispose un po' aspro il conte Torsinghi.
Babbo! grid la fanciulla, e senza poter dir altro strinse al suo seno la testa del vecchio, che sent cadere sulle sue guance le calde lacrime di lei.
Oh... la colpa di tutto...  mia, riprese il vecchio signore, pieno di sublime rassegnazione. Io ti ho troppo trascurata... Ma lascia passare un po' di tempo, e, se Dio vuole, saremo ancora tutti felici!
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CAPITOLO 16.
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Quella mattina, 8 ottobre 1836, i fiorentini si alzarono, e non giureremmo che alcuni non avessero sognato de' fatti avvenuti la notte antecedente e de' quali aveano tanto parlato e udito parlare il giorno innanzi.
Senza dubbio, molti, allo svegliarsi, si erano domandati:
Avr stanotte la polizia messo le mani sui delinquenti?...
Ma una grande, una inaspettata notizia si diffondeva per la citt, suscitava ben altra commozione in un popolo di artisti, e tutto esaltato per le arti.
Un nome caro alla fama, simbolo di gloria, di giovinezza, giungeva all'orecchio di tutti mescolato a un rumore di morte.
La celebre, la sublime Maria Malibran, la cantante divina, idolo dell'Europa, e a cui Firenze, ove si dava l'annunzio dovesse recarsi fra poco, preparava i pi splendidi trionfi, era morta ad un tratto nel fior dell'et, all'apice di tutte le grandezze, nel fulgore della sua rinomanza.
Ogni citt d'Europa si commosse alla morte di questa somma artista, come se fosse morto un eroe, un sovrano invitto e generoso, il martire di una idea.
Essa infatti moriva martire del suo genio, del suo cuore, della sua inspirazione.
La poesia la cant con accenti immortali: parve duolo universale che si fosse chiusa cos ad un tratto quella bocca armoniosa.
Firenze si commoveva allora tutta per le cose dell'arte, qui coltivata, ammirata, sostenuta come una religione: l'arte in nome della quale, non divagati gli animi nella politica, e gl'intelletti operanti in circolo assai pi stretto, si faceano dispute, che disviavano allora in vere battaglie.
Tempi tristi, si dice, e forse furono; ma questo ebbero almeno di onorevole, e non va loro tolto, che gli uomini si appassionavano per le cose grandi ed eterne, che innalzano l'animo, quanto oggi si affannano in quelle volgari e comuni, che ammorzano ogni nobile ardore.
In poco d'ora tutta la citt fu sottosopra!
Maria Malibran era morta alcuni giorni prima in una citt inglese, ma Firenze, senza rapide comunicazioni, sprovveduta di strade ferrate e di telegrafo, riceveva soltanto allora l'angosciosa notizia.
Si strappavano di mano il piccolo giornaletto, La Gazzetta di Firenze: nei caff, montati sugli sgabelli, coloro che erano arrivati i primi ad avere in mano il giornale, dovettero dar lettura dell'articolo ad alta voce.
Queste letture erano interrotte da continue esclamazioni di dolorosa meraviglia.
E l'articolo, che togliamo da un numero del giornale, conservato diligentemente da un raccoglitore di patrie memorie, impresso nella prima colonna della quarta pagina era il seguente:
I giornali inglesi danno la dolorosa notizia della morte di madama Malibran accaduta a Manchester nel giorno di venerd 23 settembre dopo nove giorni di malattia e nei primi periodi della sua gravidanza. Questa celebre cantatrice non aveva che 28 anni. Non pu mettersi in dubbio, dice il Morning Post, che le grandi fatiche di madama Malibran abbiano contribuito a rovinare la sua salute. La mattina ella cantava a diversi concerti, la sera cantava spesso in due opere, e terminate queste si recava nell'alta societ dei suoi ammiratori. La mattina ella alzavasi sovente a 5 ore ponendosi ai suoi esercizii musicali, ch'ella sospendeva talvolta per atteggiarsi davanti ad uno specchio nelle mimiche positure in cui credeva che il suo canto avrebbe fatto maggior effetto. Quando questi esercizii le lasciavano un poco di tempo ella lo impiegava a fare rapidissime corse a cavallo, per cui era estremamente appassionata. Non deesi defraudare alla memoria della celebre cantante una parola sulla di lei generosit, ecc... ecc...
Cominciava la leggenda: tutti quelli che o ne' loro viaggi avevano sapute, o avevan lette notizie, propalavano sulla celebre artista singolari e portentosi racconti, che colpivano le fantasie popolari.
Del duplice delitto consumato ventiquattr'ore prima non si occupava pi nessuno: la Gazzetta per uso non parlava mai di fatti di sangue anche se occorsi nella citt, di fatti sui quali doveva giudicare o avesser giudicato i tribunali.
E la polizia gi studiava il modo di diffonder le voci, che sarebbero andate pi dirette al suo scopo di quietar gli animi.
E seppe accomodar tutto e coprir tutto mirabilmente.
Con processi economici, come si qualificavano allora certe rapide, segrete procedure, furono allontanate da Firenze tutte le persone che erano state arrestate per motivi concernenti il duplice delitto, a capo delle quali era Rodolfo Cassavoli, e uomini e donne mandati come servigiali nei luoghi di pena. Nessuno di loro volle fare rivelazioni.
Luciano fu messo in libert, e chiarita in modo luminoso l'innocenza di lui.
Appena dieci o dodici persone, addette alla polizia, avevano saputo della fuga, e a tutti fu intimato di non palesarla, e spiegato agli ufficiali subalterni come fosse stata architettata quale spediente a screditare la polizia, e la sorveglianza di essa nello stesso palazzo delle prigioni, dove aveva sede; quindi anche l'amor proprio, oltre che il non dover nuocere a un innocente, tirato in un tranello, consigliava di tacere.
La sparizione del commissario Ferriani, come altri particolari, pertinenti ai due delitti, rimasero per la bassa polizia fatti misteriosi: si dette anzi a credere sulle prime che il Ferriani fosse stato mandato fuori della citt con incarico di attingere notizie sulle due persone uccise e che si tenevano per non fiorentine.
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EPILOGO.
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In quello stesso anno 1836 infieriva negli Stati Uniti, sotto il valoroso presidente Jackson, la guerra contro gl'Indiani, e specialmente contro gl'Indiani Seminoli, che contendevano ostinati alle truppe presidenziali le ubertose regioni della Florida e per sette anni durarono nella resistenza.
Per sterminarli, gli Americani ebbero a uccidere duemilacinquecento di quei selvaggi: e spesero venti milioni di dollari (cento milioni di franchi).
Gl'Indiani morti venivano loro a costare quarantamila franchi a testa!
Potr parere a taluno che per teste d'Indiani le si pagassero un po' care.
Circa due anni dopo i fatti avvenuti in Firenze e da noi narrati, i giornali inglesi, dando notizia di episodi di quelle battaglie nella Florida, parlavano di una donna europea d'inaudita ferocia, che guidava parte di una trib de' Seminoli e che arrivata nelle foreste verso la met dell'anno 1837, era stata menata in moglie da un vecchio cachico, tenuto in grande venerazione, ed egli caduto ammalato, essa conduceva e spronava i suoi alla battaglia, e avea commessi atti di barbarie e di crudelt efferata.
Di tratto in tratto eran congregati i rettori di quelle trib ad una specie di parlamento: nella apalachuela (citt di pace) per convenire su argomenti benigni, nella coweta (citt di sangue) ove discutevano sulle spedizioni guerresche e condanne a morte.
E coi capi delle trib spesso accorreva la donna europea: di rado veduta nell'apalachuela: ma sempre fiera, indomita, concitando a' pi selvaggi partiti, quando si faceva il raduno nella coweta, o citt del sangue.
Un americano, fatto prigioniero e poi liberato, raccontava che questa donna, la quale si era colla sua strana energia levata a grado s prominente tra' selvaggi, avea con s altri europei: una donna che pareva un'ancella, di forme assai robuste; un uomo di statura erculea e di forza rara; un altro uomo pallido, emaciato, con fisionomia di demente, che faceva gesti come se fosse fuori del senno e mormorava parole sconnesse: lubridio degli stessi selvaggi, ingiuriato e sovente percosso da loro.
Le due donne erano la contessa Paola e Giuditta; gli uomini, il Gigante ed il Ferriani.
La contessa Paola, alzato grido di s anche fra que' selvaggi per scostumatezze a loro nuove, avea avuto un tempo asprissimi diverbii con Giuditta, cui voleva disputare sin l'amore del Gigante.
Andava, a modo di quegli abitanti, quasi tutta nuda: le gambe e le braccia tatuate: gli occhi corruscati di volutt, splendida della sua fiera bellezza.
L, sotto i profumati baldacchini delle magnolie colossali, dei cactus, dei sassofrassi, degli iuka, degli alberi, che stillan la gomma, dei catalpa, la donna, che gl'Indiani chiamavano con turpe allusione Vaya hama, riparava gli amori novelli, andava in cerca di nuovi amanti.
Morto il vecchio cachico, che avea preso la contessa per sua sposa, dai nemici, che ella si era procurata in gran numero, si buccin che il vecchio fosse stato da lei avvelenato, per isbarazzarsene e darsi pi libera alle sue sfrenatezze.
L'accusa prese credito; amanti delusi o maltrattati aizzavano que' selvaggi, ch'ella sin allora aveva dominato col fascino della bellezza, e con l'autorit del vecchio cachico, contro di lei.
Presero un partito secondo la loro ferocia. Di notte s'appostarono vicino alla capanna dove la contessa si era riparata insieme con Giuditta, col Gigante e con il Pazzo, cos chiamavano il Ferriani; e quando fu nel pien della notte, la capanna fu circondata di legne secche e resinose: poi portarono chetamente sino all'uscio dell'abituro due gabbie ov'erano chiuse due belve; aprirono l'uscio e dato la via alle belve, che balzarono nella capanna, lo richiusero ermeticamente e subito appiccarono il fuoco alle cataste: quindi si misero in salvo.
Tra il crepitare delle fiamme si udiva il ruggito delle belve, inferocite, e si udirono, ma per poco, le pi strazianti grida umane.
Cos terribile fine ebber la contessa Paola e i suoi compagni.
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Circa quattr'anni appresso, cio verso la met del 1840, un giorno vi fu grande accorrenza di popolo alla Rota Criminale fiorentina.
Vi si discuteva un processo contro una donna, la quale per dar da mangiare ad una sua figlia ammalata, spinta dalla miseria, avea commesso un delitto. La difendeva un giovane avvocato, esordiente, ma di bel nome, l'avvocato Luciano Gruffoli.
Il giovane avvocato fu eloquentissimo; ad un certo punto della sua orazione egli vers lacrime vere: si sarebbe detto che ripeteva una storia a lui gi conosciuta e in cui avesse preso parte.
Quando, tra le approvazioni degli astanti, usc dalla sala, trov nella stanza degli avvocati due donne che gli saltarono al collo prima che egli si fosse cavato la toga.
Erano Anna e Lucia.
Mentre il giovane avvocato parlava nella sala della Rota, non pochi dirigevan gli sguardi verso un vecchio, alto della persona, tutto vestito di nero, che sembrava ascoltare quel giovane oratore con grande commozione.
Era il conte Torsinghi.
Finita l'udienza, egli avea seguito a poca distanza le due ragazze, ed entrato dopo di loro, quasi di sorpresa, mentre esse erano attorno al giovane avvocato, tutte trepidanti, il conte Torsinghi, disse, pigliando Luciano per mano:
Dunque ti chiamer presto mio genero!
E guardando Lucia, il cui volto brillava di allegrezza, il vecchio, dimenticando in quel momento ogni sua angoscia, e stringendo in un solo amplesso i due innamorati:
Qui, balbettava commosso, qui sul mio cuore, cari figliuoli!... E possiate amarvi sempre come in questo momento.
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FINE.